venerdì 25 aprile 2014

Curiosità linguistiche

Usando quattro lingue quotidianamente (italiano, ungherese, svedese, inglese, in questo periodo in quest'ordine), scopro mille loro piccole particolarità che sarebbero da approfondire. Ovviamente appena scoperte, me le scordo puntualmente. Così ho deciso di prenderne nota subito nel mio cellulare, e quale posto migliore se non il blog per fare qualche piccola ricerca linguistica ogni tanto? Così mi metto in ordine le idee, le immortalo e le condivido con altri.

Si tratterà di riflessioni linguistiche (ne ho già scritte tante in realtà) che possono riguardare qualsiasi di queste quattro lingue, alcune di esse o anche tutte. Questioni etimologiche o grammaticali, espressioni particolari, problemi di traduzione, la pronuncia, ecc. Accanto a una bambina di pochi mesi non c'è molto tempo da dedicare a questi passatempi, quindi una curiosità alla volta, ogni tanto. Ho già annotato diverse cosette. Cominciamo con questa.

L'importante è vincere

Chi di voi conosce lo svedese probabilmente ha già notato che in italiano non c'è differenza tra vincere una partita o vincere alla lotteria. Nel senso che si usa lo stesso verbo. Anche in inglese puoi vincere una gara (to win a competition) o l'attenzione di qualcuno (to win the attention of someone), non importa, sempre vincere è. In svedese e in ungherese, però, ci sono due verbi che significano 'vincere' e non sono completamente interscambiabili. Perché 'vincere' può riferirsi a due concetti diversi: si può vincere contro qualcuno o qualcosa (in una competizione o in una guerra), oppure si può vincere nel senso di guadagnare (un premio o l'attenzione di qualcuno, per esempio). Nel primo caso lo svedese usa il verbo att besegra, l'ungherese il verbo győzni. Per il secondo caso lo svedese ha il verbo att vinna e l'ungherese il verbo nyerni.

Questi due verbi in certi contesti possono essere sinonimi, in altri è un errore scambiarli. Vinna e nyerni ('vincere' nel senso di 'guadagnare') hanno un significato più ampio, e possono spesso essere usati al posto di besegra o győzni, ma non è vero il contrario. Un giocatore dopo una vittoria potrà esultare dicendo 'Nyertünk!' ('Abbiamo vinto!'), ma quasi certamente dirà 'Győztünk!' che è un verbo più forte. Non si può però usare il verbo győzni per dire che hai vinto alla lotteria o che vuoi vincere l'attenzione di qualcuno. Anche perché uno (nyerni/vinna = vincere qualcosa) è un verbo transitivo, l'altro (győzni/besegra = vincere contro qualcosa/qualcuno) no. 'Trionfare' può forse essere una buona traduzione del secondo in certi contesti, ma non sempre. 'Trionfare' è una parola ancora più forte, vuol dire stravincere, vincere clamorosamente. Győzni/besegra non necessariamente. (Lo svedese conosce anche il verbo triumfera, mentre in ungherese si direbbe diadalmaskodni.)

Questo è uno di quei casi che fanno capire che se conosci una lingua sola, certi problemi non ti poni neanche. Spesso è il confronto con altre lingue che ti fa capire certi limiti o, al contrario, ricchezze della tua lingua. Inoltre, questo è uno di quei casi in cui la mia lingua mi ha aiutata a comprendere meglio lo svedese.

domenica 13 aprile 2014

Burocrazia consolare comparata

Perché nostra figlia abbia un passaporto e noi possiamo viaggiare in aereo abbiamo dovuto fare i conti con le procedure burocratiche consolari sia del mio paese che dell'Italia, oltre che con la burocrazia svedese, ovviamente. Abbiamo richiesto per lei sia il passaporto ungherese che quello italiano. In entrambi i casi prima c'è da trascrivere l'atto di nascita e solo dopo si può richiedere il passaporto. La documentazione richiesta dalle due ambasciate è però un po' diversa. Per esempio, entrambe richiedono un personbevis ("certificato di persona") della bambina timbrato dallo Skatteverket, contenente i dati personali, ma mentre l'Ambasciata Italiana lo vuole con un'apostille in inglese, per l'Ambasciata Ungherese ciò non è necessario.

Qui in Svezia le apostille e le varie autenticazioni vengono fatte dal c.d. notarius publicus, cioè notaio pubblico (gli svedesi usano proprio il termine latino...), che però non corrisponde alla figura del notaio dei paesi dell'Europa continentale. In pratica è un semplice avvocato che viene incaricato dallo stato a svolgere questa funzione. Non si occupa di successioni, contratti o compravvendite, soltanto di certificazioni. Infatti, in tutta la regione ce n'è uno solo, che nel nostro caso purtroppo non è una persona particolarmente vispa, in quanto si rifiuta di fare qualsiasi cosa che non abbia mai fatto prima. Ed entrambe le ambasciate hanno chiesto qualcosa di cui il nostro notaio (cioè la nostra, perché è una donna) non sapeva niente.

Nel caso della procedura ungherese ci serviva l'autenticazione delle nostre firme, dato che volevamo mandare via tutto per posta per evitare di fare un viaggio a Stoccolma con una bambina di un mese. Il notaio diceva che lei autenticava le firme soltanto sullla domanda di trascrizione dell'atto di nascita, mentre l'ambasciata insisteva che avevano bisogno della certificazione delle firme a parte, su un foglio bianco. Dopo qualche viaggio a vuoto al notaio (che riceve soltanto due volte alla settimana), ho chiesto all'ambasciata di mandarmi un esempio di firme autenticate su foglio separato da far vedere al nostro notaio. Per fortuna sono stati gentili e me ne hanno scannerizzato uno, fatto da un notaio di Stoccolma, così la nostra finalmente si è convinta che si può fare.

Nella procedura italiana è stata l'autenticazione della foto della bambina un calvario (ancora non so come funziona nella procedura ungherese, perché lì non siamo ancora arrivati a questo punto). E' una storia veramente assurda. Se si vuole presentare la domanda per il rilascio del passaporto per posta, qualcuno deve certificare che la foto allegata alla domanda ritrae davvero la bambina. Lo può fare qualsiasi pubblico ufficiale, tra cui il medico, per esempio. Il problema è che in Svezia avere un appuntamento con il medico non è affatto facile. Per non fare la storia troppo lunga, alla fine abbiamo deciso di andare a Stoccolma invece di continuare a cercare un'anima pietosa che ci autenticasse la foto della bimba. Sia il notaio che lo Skatteverket si sono rifiutati di farlo, con una motivazione davvero buffa (per non dire altro) che rivela la mancata flessibilità di molti burocrati. Il punto è che nessuno voleva prendersi la responsabilità di certificare che la foto ritraeva lei, in quanto non la conoscevano. Pur portando lei con noi, per poterla confrontare con la foto, loro dicevano "ma come faccio io a sapere che lei è vostra figlia"? Io capisco che uno potrebbe cambiare il bambino così, ma non vedo la soluzione al problema. Siccome non ha ancora un documento con foto, nessuno può sapere con certezza che lei è davvero nostra figlia. L'unico modo veramente sicuro sarebbe fare un test di dna lì per lì, ma capite che è assurdo. Come fanno per i bimbi svedesi quando richiedono il passaporto svedese io non lo so. Qualcuno a un certo punto si deve fidare di noi e crederci che quella è nostra figlia e non l'abbiamo sostituita con un'altra bambina. Insomma, alla fine abbiamo deciso di andare al consolato a Stoccolma invece di continuare a cercare un burocrate sensato o aspettare un appuntamento col medico (il prossimo regolare ce l'avrà all'età di sei mesi). Portando la bambina con noi è stato il consolato a fare il confronto tra lei e la foto. Sulla fiducia, ovviamente.

E la cosa più importante: nostra figlia ha il passaporto italiano! Così finalmente siamo liberi di viaggiare. Al consolato italiano abbiamo trovato una persona disponibile e gentile che ci ha fatto il passaporto subito. Non sapevo neanche che l'ambasciata lo potesse fare. Pensavo che lo facessero solo in Italia. Insomma, per fortuna ne è valsa la pena di andare fino a Stoccolma!

martedì 1 aprile 2014

Nasce una famiglia bilingue...

...in un ambiente quadrilingue.

Un argomento che riguarda la mia bambina di cui scriverò spesso sul blog, è il suo sviluppo linguistico. Per le sue prime parole c'è ancora da aspettare un bel po', ma lei in realtà sta assorbendo le lingue già adesso, ascoltando. Come sapete, io non sono bilingue dalla nascita. Sono una cosiddetta "bilingue tardiva", perciò non so com'è crescere in una famiglia bilingue. E mentre finora con una persona parlavo in una o l'altra delle mie lingue, adesso è arrivato un esserino con cui posso decidere liberamente quale lingua usare. E' una situazione nuova per me, da imparare a gestire, e comincio a ragionarci solo adesso. Intanto volevo condividere con voi i primi pensieri e dubbi, e se avete qualche buon consiglio da darmi sono tutt'orecchi.

Nei primi due mesi ho usato le mie lingue con lei un po' a caso. Poi ho cominciato a capire quale sistema potrebbe funzionare meglio per noi. Ho capito per esempio che il metodo OPOL (One Parent One Language) per me è impraticabile. Gabriele non capisce l'ungherese (a parte qualche parola), e per me non è immaginabile escluderlo dai discorsi quando parlo con lei. Mi mette proprio in imbarazzo parlarle in ungherese quando c'è anche lui. Lo parlo invece volentieri quando siamo solo io e lei, o se il babbo è fuori dalla portata sonora. Ma pure quando siamo solo io e lei a volte le dico qualcosa in italiano, accidentalmente. So che non devo farlo, perché così la confondo. Ci vorrà un po' di impegno e accortezza perché il bi- o trilinguismo possa funzionare. Non pretendo che lei parli l'ungherese a livello di madrelingua. Basta che possa capire e farsi capire, e si possa godere appieno i soggiorni in Ungheria e i rapporti con i parenti e amici ungheresi.

Se saremo ancora in Svezia quando lei comincierà la scuola, probabilmente lo svedese diventerà la sua prima lingua. Mi fa ancora senso pensarci, ma così è. In ogni caso sarà interessante e probabilmente divertente osservare il suo sviluppo linguistico. Chissà per esempio con che accento parlerà l'italiano. Probabilmente parlerà con un po' di accento pisano e userà molte espressioni toscane che imparerà dalla parte italiana della famiglia.

Ma svedese, italiano e ungherese non saranno le uniche lingue che mia figlia sentirà spesso. C'è anche l'inglese, onnipresente nella vita quotidiana. Oltre alla televisione e alla musica, pure noi lo usiamo ognitanto. Con amici e colleghi stranieri (che non sono né svedesi, né italiani) per esempio. E pure in famiglia. L'inglese è la lingua di comunicazione tra Gabriele e i miei parenti e amici ungheresi. Per non parlare del tedesco che noi non parliamo, ma lo parla mia mamma col suo compagno (lui austriaco). Insomma, c'è da mettere le mani nei capelli a volte, e vedremo come le gestirà le situazioni la piccola. Io spero che sia arrivata una nuova interprete in famiglia che quando sarà un po' più grandicella mi darà una mano a gestire questa torre di Babele. (Per ora in famiglia sono l'unica che parla sia l'ungherese che l'italiano.)