mercoledì 21 dicembre 2011

Metafore

Pensieri gettati su un pezzo di carta qualche tempo fa

La mia storia con l'Italia è un po' come una storia d'amore. Una storia finita di recente con tutti gli strascichi che ciò comporta. Ancora un tira e molla. Quella fase in cui la testa razionalmente sa che è finita, ma il cuore non riesce ancora ad accettarlo. Quella fase incerta in cui non puoi ancora sapere quanto tempo ti ci vorrà per superarlo. Se lo supererai. Perché credi ancora che non ci sia niente e nessuno di simile che lo possa sostituire. Quella fase in cui sai che devi tagliare i ponti per non soffrire troppo, ma ancora non ne sei capace e non sai neanche se è la cosa giusta da fare.

L'Ungheria è un'altra cosa. E' il mio paese. Fa parte di me. Visceralmente ed irreversibilmente. E' come un genitore per me. Mi ha dato la vita. So che ci posso sempre contare. So che ci posso sempre tornare e mi aspetta a braccia aperte. Da un genitore puoi passare distante anche tanti anni, anche tutta la vita, e ti aspetterà sempre. Fa parte di te. Visceralmente. Irreversibilmente.

L'amore è un'altra cosa. Ti può abbandonare. Ti può fare del male. L'Italia non è stata amore a prima vista per me. Per niente. All'inizio non mi sentivo a casa. Mi sentivo un'estranea che non capiva tante cose, che non parlava bene la lingua, che non vedeva l'ora di tornare a casa. Si è fatta scoprire pian piano e mi ha fatto innamorare. Forse sono proprio questi gli amori che durano tutta la vita. Non un colpo di testa, ma un amore profondo per qualcuno che conosci bene. Conosci bene anche i suoi difetti e le sue debolezze.

Come descrivere invece il mio rapporto con la Svezia? E' un po' come sposare un uomo che ti dà la stabilità e lo status che hai sempre sognato, ma di cui non sei innamorata. Che ti colpisce razionalmente, ma che non ti fa battere forte il cuore. Chissà però se col tempo, conoscendola meglio, non mi farà innamorare anche lei...

Concludo con una canzone meravigliosa. (Questa volta non ungherese però.)


Love hurts,
Love scars,
Love wounds and mars
Any heart not tough or strong enough
To take a lot of pain, take a lot of pain
Love is like a cloud, it holds a lot of rain
Love hurts,
love hurts.

I'm young,
I know,
But even so
I know a thing or two, I learned from you
I really learned a lot, really learned a lot
Love is like a flame It burns you when it's hot
Love hurts,
love hurts.

Some fools think
Of happiness, blissfulness, togetherness
Some fools fool themselves, I guess
They're not foolin' me
I know it isn't true I know it isn't true
Love is just a lie made to make you blue
Love hurts, 
love hurts.
I know it isn't true
I know it isn't true
Love is just a lie made to make you blue
Love hurts...

sabato 17 dicembre 2011

Un salto in Italia - Impressioni

Sono stata a Trento due giorni per un seminario.

Pensavo di tornare nel paese della luce, invece mi sono scordata che venivo nella Pianura Padana. Mi aspettava la nebbia. Anzi, il tassista mi ha corretto, la foschia. Non nebbia, perché problemi di visibilità non ce ne erano, solo quella cappa fitta nel cielo invece di sole e di azzurro. Questo almeno a Verona dove sono atterrata. A Trento la situazione era già meglio.

Da due mesi che non lasciavo la Svezia. Che gioia sentir parlare italiano intorno a me, poter fare due chiacchere con chiunque, capire subito tutto, riuscire ad esprimermi liberamente e spontaneamente in più di cinque sillabe...

Mi ha aspettato un paese colpito dagli omicidi razzisti di Firenze, commessi proprio sotto casa mia. Cioè sotto l'ultima casa che abbiamo avuto a Firenze. Prima di trasferirmi in Svezia abitavo in piazza Dalmazia. Adoravamo vivere in quella zona, non mancava niente. Una piazza ben servita, piena di negozi, un cinema, un locale rinomato, un lampredottaio, una buona pizzeria, un piccolo mercato tutte le mattine. In quel mercatino ci sono passata mille volte...

Mi ha aspettato anche uno sciopero generale venerdì. Proprio il giorno in cui dovevo tornare all'aeroporto di Verona. Fino alle 17 non passava nessun treno. Meno male un collega veronese mi ha gentilmente accompagnata in macchina.

Giovedì, prima dell'inizio del seminario, ho avuto un'ora libera. Ne ho approfittato per andare a vedere il mercatino di Natale. Quante cosette deliziose. Per pranzo ho preso un succo di mela caldo e un panino con porchetta. Né il pane né la porchetta non c'entravano niente con quelli del Centro Italia. Ho visto un ragazzo (italianissimo) mettere mezzo chilo di maionese sulla porchetta.

Al ritorno, all'aeroporto di Monaco (di Baviera) gli svedesi erano facilmente riconoscibili. Erano quelli con una busta trasparente in mano con un paio di bottiglie di alcolici dentro.

Ora eccomi di nuovo nel paese del buio. Non che in Italia ci sia stata tutta questa luminosità però, diciamocelo... Giovedì prossimo si riparte per le feste.

sabato 10 dicembre 2011

Comprare una macchina (usata) in Svezia

Forse vi ricordate il post sulla ricerca di una nuova macchina e i precedenti. L'abbiamo trovata! Alla fine non è una di quelle tre su cui avevo chiesto il vostro consiglio (e non ne ho ricevuto nessuno), ma una quarta. E' una C3 superaccessoriata del 2009 con soltanto 11 mila km. Siccome è stata la prima volta che ho comprato una macchina in Svezia (dopo una lunga procedura di registrazione della mia macchina ungherese distrutta da quel *!y%<@ vecchietto un tranquillo sabato pomeriggio), ho avuto anche l'occasione di scoprire come funziona il mercato svedese dell'usato... E per tutti i fastidi avuti con le procedure legate all'immigrazione e al personnummer, ti rifai con l'efficienza e la semplicità delle procedure in altri ambiti, come la compravendita delle auto.

La nostra nuova macchinina sotto la prima nevicata dell'anno, 
mercoledì scorso

Come avevo già menzionato, abbiamo usato il mitico Blocket.se che è anche un ottimo strumento per una ricerca di mercato. Salta subito all'occhio la dominanza della Volvo, marchio svedese per eccellenza. Nella nostra regione su 5 mila macchine in vendita più di 800 sono Volvo. Questo significa quasi un quinto del mercato. Un po' meno popolare l'altra marca svedese, la Saab (con 300 macchine in vendita nella regione di Örebro). L'altra cosa più evidente è la predominanza delle macchine di grossa cilindrata. Questo si capisce subito anche semplicemente guardandosi intorno. Per dirla con i numeri, di queste 5000 macchine in vendita soltanto 270 hanno meno di 80 cavalli! Qui certo lo spazio non manca, ma io ho sempre avuto una certa avversione nei confronti delle macchine grosse che mi sembrano più dei treni che delle macchine...

Presa dalla curiosità, esaminando il database di questo sito, ho scoperto che in un mio post scritto un anno fa avevo torto. Scrivendo che qui la macchina non è uno status symbol (che è forse vero), ho anche scritto che si vedono poche Mercedes in giro. Insomma, questo non è vero. Ce ne sono tantissime. Dopo la Volvo e la Volkswagen è la marca più venduta, ha lo stesso share di mercato della Saab, almeno nella nostra regione. Dunque le macchine tedesche sono quelle più popolari, la BMW segue quasi di pari passo la Mercedes, mentre la Opel è un po' indietro. Poi vengono la Ford, le macchine giapponesi (Toyota, Hyundai, Mitsubishi e Nissan) e quelle francesi (Peugeot e Renault prima di tutte). Pochissime Fiat e, stranamente, pochissime Alfa Romeo. E, nonostante sia una marca giapponese, poche Suzuki. Siccome la nostra macchinina distrutta era una Suzuki Swift (che del resto si fabbrica in Ungheria, quindi nel mio paese è parecchio venduta), ho notato subito che sarebbe stato difficile trovarne un'altra uguale. Allora durante una visita a un concessionario di Citroen che vendeva anche Suzuki ho chiesto al venditore come mai ci fossero così poche Suzuki in giro. La risposta era che è perché la Suzuki non produce macchine di grossa cilindrata, quindi non è molto conosciuta in Svezia... E' evidente che qui la Smart serve a ben poco, ma non vedo neanche tutta questa esigenza di macchine grosse... Allo stesso tempo immagino che nella capitale il discorso cambi. Magari la prossima volta che andiamo a Stoccolma ci farò più caso.

Detto questo volevo raccontarvi delle procedure burocratiche da seguire per acquistare una macchina usata. In realtà c'è poco da raccontare. La cosa è semplicissima e velocissima. Abbiamo scelto la macchina e il giorno dopo è stata nostra. L'abbiamo pagata con carta di credito e il concessionario ci ha sistemato l'assicurazione entrando nel database delle compagnie di assicurazione con una propria password, in modo che l'assicurazione fosse subito valida e potessimo subito circolare. Dopo una settimana ci sono arrivati a casa due bollettini da pagare: uno dell'assicurazione e uno per il bollo.

Infine, un'ultima cosa assolutamente da raccontare che ci ha entusiasmato: l'incredibile trasparenza dell burocrazia svedese. Si sa che questo è un paese trasparente, ma continua a sorprenderci, perché non si finisce mai di scoprire fino a che punto. Sul sito del Transportstyrelsen, l'autorità responsabile dei trasporti, sono reperibili tutti i dati di tutte le macchine immatricolate in Svezia. In base al numero della targa puoi accedere (qui) a dati come nome e cognome del proprietario, anno di produzione e di immatricolazione, caratteristiche tecniche (a volte perfino il consumo medio), data dell'ultima revisione, costo del bollo e il numero dei proprietari precedenti. Per fax si può richiedere anche i dati degli ultimi due proprietari precedenti a quello attuale. Così abbiamo fatto noi con tutte le macchine potenzialmente interessanti che siamo andati a provare.


La canzone ungherese in appendice

Dopo alcune canzoni tristi è arrivato il momento di farvi sentire anche una allegra, se no pensate che gli ungheresi sanno fare soltanto musica lagnosa... :) I Beatrice (leggasi come in italiano), una rockband degli anni Ottanta, hanno una canzone molto simpatica che si è soliti urlare cantare in coro alle feste studentesche. E' una specie di "anti-canzoned'amore". Vi traduco il testo, così capite perché.

Ah dimenticavo... pure i Beatrice furono bannati dal regime, tanto per cambiare.

Beatrice - Azok a boldog szép napok

 Quei bei giorni felici

Ormai è solo un ricordo
Quando ancora non c'eri.
Quelle erano le estati vere,
Il tempo vola così veloce.

Quando non sei qui con me,
Mi prende la paura.
Mi sveglio a ogni minimo rumore,
Perché credo che tu sia tornata.

Tu non lo senti,
Non conosci il tormento
Di quando ti fermi per la notte,
E la speranza sogna la solitudine.

Appena arrivi diventa autunno,
E poi ad un tratto inverno,
La terra e il mondo cambiano,
Il vento soffia neve.

Addio bei giorni felici!
Non sai quanto è bello senza di te.
Addio bei giorni felici!
Non sai quanto è bello senza di te.

E' ormai solo un ricordo
Quando non c'eri ancora.
Quelle erano le estati vere,
Il tempo vola così veloce.

Il momento più bello è quando ci salutiamo,
E tu sali sul treno,
Con le lacrime agli occhi penso:
Speriamo che non lo perda!

Addio bei giorni felici!
Non sai quanto è bello senza di te.
Addio bei giorni felici!
Non sai quanto è bello senza di te.

Per il testo in ungherese vedete qui.

mercoledì 7 dicembre 2011

Un punto di vista svedese sull'avvocatura italiana

La settimana scorsa mi è capitato di trovare un articolo molto interessante sugli avvocati italiani, pubblicato sul sito di un giornale svedese. Aftonbladet forse non è il giornale più prestigioso della Svezia, ma questo articolo, effettivamente, descrive la realtà. Fa parte di una serie di cronache scritte da Peter Kadhammar che si è preso l'impegno di fare il giro delle capitali dei paesi europei più afflitti dalla crisi economica. Il suo giro comprende, quindi, una sosta ad Atene, a Roma, a Madrid ed a Lisbona (mica male come gitarella...). In Italia ha scritto cinque articoli, tra cui quello che mi ha attirato l'attenzione in modo particolare. In pratica il giornalista svedese ha accompagnato un giovane avvocato italiano in tribunale e ha seguito la sua giornata di lavoro.


Insieme a Giulia di Piccoli Vichinghi abbiamo tradotto in italiano l'intero articolo (in realtà il grosso del lavoro è stato fatto da lei, io ho dato una mano più che altro con i termini giuridici), così lo può leggere anche chi non capisce lo svedese. Ecco la traduzione:

Roma, Italia: mentre gli avvocati fanno la coda, gli affari stagnano

Una mattina il giovane avvocato Pierpaolo Pomes ci porta in giro per il tribunale civile di Roma. È una visita ai gironi dell'Inferno. Infatti, gli avvocati chiamano uno degli uffici proprio l'Inferno. Si trova nello scantinato dove vengono emessi i decreti ingiuntivi.
È l'inferno perché gli avvocati devono aspettare, aspettare e aspettare in coda. Lo studio di Pierpaolo, avveduto, serio, specializzato in diritto del lavoro, ha assunto un avvocato il cui compito principale è di fare la coda. Come è possibile che si consegua un titolo universitario solo per finire in fondo ad una lunga fila di persone che devono ritirare delle carte?
La risposta è semplice. Con una burocrazia abbastanza complicata e ostile, le forze contro questo ostacolo devono essere massicce, enormi, come un'armata che si lancia all'assalto attraverso il campo di battaglia contro il fuoco nemico. Alla fine qualcuno riuscirà a sopravvivere e a raggiungere l'obiettivo! Solo la città di Roma ha un'armata di 23000 avvocati. Tanti quanti in tutta la Francia. In Svezia ci sono 5 000 avvocati.

Pierpaolo ha studiato all'università e ha fatto pratica all'estero. Giù all'inferno, all'ufficio dei decreti ingiuntivi, una volta stette in coda ad uno sportello per due ore. Doveva ritirare un decreto che il tribunale avrebbe benissimo potuto spedire per posta. Ma il tribunale non lo fa.
Quando fu il turno di Pierpaolo, l'impiegata allo sportello gli disse che aveva fatto la coda sbagliata. - Ritorni un altro giorno! Patapum.
Pierpaolo ha una risata che ricorda quella della stella del cinema Peter Sellers. Gli viene naturale. E' un uomo pacato. A proposito della sua attesa inutile dice solo: "È triste...".
Un altro giorno dopo aver fatto la coda si presentò all'impiegata dello sportello. Doveva registrare un atto di citazione per conto di una società contro un'altra. L'impiegata guardò le firme e, con aria visibilmente irritata, chiese: "E chi mi dice che queste firme sono autentiche?"
Fu troppo anche per il giovane avvocato, che minacciò di chiamare la polizia se l'impiegata non avesse accettato e registrato i documenti.
Giriamo per i corridoi, da edificio ad edificio nel quartier generale della giustizia. Dappertutto c'è molta attività: gli avvocati si affrettano, attendono, fanno la coda, parlano tra loro. Anche i loro clienti si affrettano, attendono, fanno la coda e parlano tra loro. I particolari cambiano continuamente ma nell'insieme è tutto fermo.
Incontriamo una collega di Pierpaolo che sta aspettando dalle 8.40 del mattino. Ora sono le 12.15.  Si torce dall'irritazione, sta per scoppiare. Sta aspettando per sapere quando sarà la prossima udienza per la sua causa. Tra quattro mesi? Sei? Che giorno? Che ora?
Anche queste informazioni si potrebbero inviare per posta, ma perché mai il tribunale dovrebbe prendersi questo disturbo? Gli avvocati possono fare la coda!
In una sala delle udienze siede un giudice con uno spesso maglione blu e gli occhiali che pendono sopra la pancia da un cordicella. Le parti stanno chinate sulla sua scrivania. Indossano le toghe. Dietro di loro, in coda, altri aspettano di sottoporre il proprio caso al giudice.
Un'udienza può richiedere da 30 secondi a due ore. Ma un'udienza è solo una parte di un processo molto, molto lungo. Ecco un abbozzo schematico del purgatorio di un avvocato. Prendiamo per esempio una società che fa causa a un'altra società:

Coda di due ore per registrare l'atto di citazione.
Attesa di 10 giorni per avere la data della prima udienza che sarà di regola dopo 6 mesi.
Coda di 30 minuti alla cancelleria del giudice per ritirare l'atto. Fare una copia della decisione sulla data dell'udienza.
Attesa di 30 minuti per autenticare la copia.
Coda per la notifica 2-3 ore.
Coda all'udienza da 30 minuti a 4 ore.
Udienza di dieci minuti. Il giudice sente i testimoni, chiede i documenti e… "Ci rivediamo tra 5 mesi."
Nuova udienza dopo 5 mesi. Sentenza: La società X deve pagare 10 000 euro di risarcimento.
Dopo alcune settimane viene depositata la motivazione della sentenza. L'avvocato sta in coda per un'ora per ritirarla.
Coda per fare una copia autentica della sentenza. Un'ora.
Coda all'ufficio che appone la formula esectuvia sulla sentenza. Due-tre ore.

Ho sicuramente dimenticato qualcosa. Ma diciamo che un avvocato aspetta in coda - in coda, cioè non studia, argomenta, ricerca né si occupa del caso - per 13 ore. Per un singolo caso. Questo spiega come mai a Roma ci siano 23 000 avvocati.
L'esempio sopra non esagera per niente.
Lo studio di Pierpaolo aveva come cliente un allenatore di tennis a cui fu riconosciuto una somma di 300 000 euro dal suo datore di lavoro a titolo di mancata retribuzione tra il 1975 e il 2004. Aveva anche diritto agli interessi. Un caso complicato. La motivazione della sentenza arrivò dopo 26 mesi!
Questo era naturalmente inaccettabile. Lo studio di Piepaolo ha chiesto un risarcimento allo stato. Il processo è iniziato nel 2008 ed è tuttora in corso.
Oppure prendi l'azienda di caffè che è stata condannata per aver licenziato 15 dipendenti senza giusta causa. Il processo è durato nove anni. Se una delle parti avesse presentato appello sarebbe durato due o tre anni di più. Forse ancora di più.
- Mi sento… impotente... quando sono in coda, dice Pierpaolo.
Non è solo lui ad essere impotente. Il sistema giudiziario italiano è così lento da divenire una minaccia per l'economia della nazione. La Banca Mondiale colloca l'Italia all'87esimo posto nel mondo per quanto riguarda il clima imprenditoriale. Il paese che ha dato al mondo la Ferrari e la Fiat finisce tra la Mongolia e la Giamaica (la Svezia è il numero 14).
Riguardo la possibilità di far rispettare un contratto scritto, l'Italia è al 158 posto su 183, solo due posizioni sopra l'Afganistan ed un bel po' sotto il Sudan (la Svezia è il numero 54).

- Il sistema giudiziario crea insicurezza negli affari, dice Pierpaolo. Un imprenditore non può vivere nell'incertezza per anni, che abbia ragione o torto. Questo paralizza l'economia.
Paolo ha scelto di fare il giurista perché gli piace il ragionamento limpido e logico. Gli chiedo se veda ancora così il diritto. Risponde: - Essere avvocato è vedere le funzioni della società nella loro forma più pura.

Commento mio: purtroppo il giornalista non esagera nella descrizione dei fatti. A Firenze la situazione è meno pesante che a Roma, città più piccola, meno cause, giudici un po' più organizzati (in quanto per esempio la data dell'udienza e la motivazione della sentenza vengono inviate per fax allo studio dell'avvocato), ma i problemi sono gli stessi.

mercoledì 30 novembre 2011

Gli svedesi e gli orari di lavoro

Nel paese forse più organizzato e più efficiente d'Europa viene spontanea la domanda: ma quanto lavorano gli svedesi? La risposta è sorprendente: non molto. O meglio, il giusto! (Lagom, come direbbe uno svedese, appunto). 

Il mio lavoro non è molto indicativo, all'università ci sono orari flessibili come in Italia o in altri paesi. Nessuno controlla a che ora arrivi al lavoro e a che ora vai via, l'importante è che tu faccia quel che devi fare: le tue lezioni, i tuoi esami, le tesi da seguire, la ricerca e le altre cose amministrative. C'è chi ci spende più tempo, c'è chi ci spende meno. A volte puoi anche lavorare da casa se preferisci. Insomma, un po' te lo gestisci il tempo. Io per esempio non porto mai il lavoro a casa (tranne gli esami da correggere), ma piuttosto vado in Dipartimento anche sabato e domenica, per diversi motivi. Prima di tutto a casa ci sono troppe distrazioni, non mi concentro bene, e mi mancano anche tutti i materiali, file, ecc. E, poi, è anche una questione di principio: casa è casa e deve avere questa funzione non quella di "casa che ognitanto si trasforma in posto di lavoro". 
Per farvi avere un'idea dell'organizzazione di lavoro in ambito accademico, ecco qualche mini-fumetto di valore universale, da un sito mitico:


Chiusa questa parentesi, vorrei raccontare degli orari di lavoro svedesi tanto diversi da quelli italiani, fuori dall'ambito accademico. Sono diversi non soltanto perché qui i negozi tutti fanno orario continuato e la pausa pranzo non dura più di una mezz'ora, ma anche perché le ore lavorative in genere vengono severamente rispettate, nonché gli straordinari vengono regolarmente calcolati e pagati. I datori di lavoro non sono affatto interessati a far lavorare i dipendenti oltre l'orario di lavoro regolare, anche perché il compenso per gli straordinari sono tassati pesantemente. Più straordinari uno fa, più costa al datore di lavoro. I principi della socialdemocrazia permeano la vita di questo paese negli ambiti più disparati, anche in quelli dove meno ve lo immaginereste, figuratevi se non si riflettono nel campo del lavoro...

I lavori di ufficio qui iniziano alle 8:00-8:30 e finiscono alle 16:30-17:00. Oggi mi è capitato di uscire dall'università alle 4 e mezza, e le vie principali erano quasi intasate. Almeno pensando in termini svedesi. Qui a Örebro ti può capitare di non riuscire a passare con la prima onda di verde (cioè di dover aspettare due rossi) in due momenti della giornata: tra le 7:30-8:30 di mattina e tra le 16:30-17:30 del pomeriggio. Per trovare un casino vero e proprio però ci vuole la partita di calcio, preferibilmente in fase play-off. (Se il play-off esiste nel campionato di calcio... sono ignorante in materia.)

Ovviamente anche qui c'è chi lavora di più e si fa in quattro per dare il meglio di sè e ci sono altri che si approfittano dei propri diritti e fanno soltanto il minimo indispensabile, però l'impressione generale che ho è che rispetto agli italiani (e ungheresi) mediamente lavorino meno. (Pensate solo alla polizia chiusa tutti i weekend!) Nonostante ciò il paese funziona e anche molto bene. La conclusione che ne ho tratto è che una buona organizzazione risparmia molto tempo ai lavoratori. Certamente la spiegazione non è così semplice. Sono fattori molto importanti l'uniformità del paese, la bassa densità di popolazione e la centralizzazione della gestione delle risorse, nonché il principio di trasparenza tanto caro a questo paese.


Appendice musicale

Questa volta non musica ungherese, ma musica sugli ungheresi. Forse conoscete Johannes Brahms e le sue Danze ungheresi, composte nel 1869, nell'epoca dell'Impero austro-ungarico. Mi piace in modo particolare la n. 4. Credo che si addica perfettamente all'atmosfera di Budapest e allo spirito degli ungheresi: un po' allegro, un po' malinconico, un po' drammatico.

mercoledì 23 novembre 2011

Parlo svedese?

Forse è giusto porsi questa domanda nel post n. 100 di questo blog. Per ora è una domanda, ma sta per trasformarsi in un'affermazione. Non dichiaro ancora tra le mie lingue parlate lo svedese. Anche se capisco abbastanza bene quando lo leggo, non posso dire lo stesso quando lo ascolto. E poi l'ultimo scoglio ancora da superare: non lo parlo fluentemente.

La situazione in Svezia è particolare. Quasi tutti parlano inglese o almeno tutti lo capiscono. E' veramente eccezionale trovare una persona che non capisce l'inglese. Mi è capitato di recente con un venditore di auto, ma avevo dei seri dubbi se non lo capiva per davvero o si rifiutasse di capirlo. In genere tutti capiscono l'inglese - soprattutto come lo parlo io, in termini semplici e con una pronuncia tranquilla - anche perché lo sentono sempre in tv. I numerosi film, serie, reality e talkshow che arrivano dagli Stati Uniti o dall'Inghilterra sono trasmessi in lingua originale con i sottotitoli in svedese. Quindi l'inglese qui ti entra nell'orecchio anche senza volerlo. Si aggiungono poi l'affinità tra le due lingue e le migliaia di parole in comune.

Il punto è che, di conseguenza, qui in Svezia non sei assolutamente costretto a imparare la lingua, ma puoi benissimo cavartela con l'inglese. Ci sono diversi stranieri che vivono qui da tanti anni senza parlare lo svedese. Se non gli serve né al lavoro né a casa, molti non si sentono motivati per impararlo. Allo stato attuale, dunque, io lo svedese tendenzialmente lo capisco, ma lo parlo raramente. Tendo a rispondere in inglese, vuoi per mancanza di pazienza, vuoi per timidezza. Certamente è già un grande passo in avanti iniziare a capire, perché mi oriento e mi muovo molto meglio in qualsiasi contesto, ma è imbarazzante e frustrante non riuscire ad esprimermi in svedese se non al livello di un bambino di cinque-sei anni. Sebbene non mi serva né al lavoro (anche se ultimamente mi sono consapevolmente incollata degli impegni che richiedono la conoscenza dello svedese), tantomento a casa, sento molto l'esigenza di impararlo. La mia vita si è impoverita considerevolmente da quando nella quotidianità non riesco a capire le sfumature in quel che leggo e sento. Per me, curiosa di tutto e soprattutto di tutti, è un grosso limite. E la strada da fare è ancora tanta. Ci vogliono tanti anni per arrivare a un buon livello in una lingua che usi soltanto saltuariamente e non in tutti i contesti.


La canzone ungherese in appendice

Ancora un cantante della generazione dei miei genitori, e una sua bella canzone malinconica. Si tratta di Zorán e la sua Bella Giulia. E' un cantautore di origine serba, nato a Belgrado ma cresciuto in Ungheria. Scrive e canta in ungherese. Anche suo fratello Dusán è un musicista e soprattutto scrittore di testi di canzoni (anche lui scrive in ungherese). Negli anni Sessanta (fino al 1972) entrambi furono membri della beat band Metro.

Zorán - Szép Júlia


Tra noi c'erano un paio di case e forse un anno o due,
E io ero ancora un bambino rispetto a te.
Avevo paura che se te lo dicevo tu ci ridevi,
E avevo paura che te ne fossi già accorta da tempo.

Quante volte sono partito per venire da te,
E tu eri sempre sempre di fretta.
Ti aspettavano in delle macchine lunghe,
E io non ci credevo che non avevo chance.

Mi ricordo che ho pensato: va bene così,
Un giorno avrò fama e denaro,
Starò sotto i riflettori cantando sottovoce,
E allora anche tu mi avresti amato.

Ma nella nostra viuzza fangosa
E' appena accesa qualche luce.
Io avevo sempre freddo quando aspettavo te,
Sento ancora il profumo dell'inverno.

Bella Giulia, bella Giulia,
Forse ormai non ti riconoscerei,
Bella Giulia, bella Giulia,
Rimani allora bella per l'eternità.

Il pubblico rimane all'ombra,
E il mio cuore batte più forte,
A volte mi sembra di vederti qui,
Ma so che non sei mai venuta.

E in una via lontana
Forse piena di lampade luminose,
In macchine da sogno aspettano te,
E tu non guardi più indietro.

Bella Giulia, bella Giulia,
Forse ormai non ti riconoscerei,
Bella Giulia, bella Giulia,
Rimani allora bella per l'eternità.

(Per il testo in ungherese vedete qui.)

sabato 19 novembre 2011

Alla ricerca di una nuova macchina in Svezia

Ho sempre avuto la macchina da quando vivo in Svezia, ma non ne ho mai comprato una qui. Adesso invece ci tocca esplorare il mercato svedese delle macchine (per i motivi vedete il post precedente). Ormai che l'assicurazione ha deciso di non pagarci la riparazione della Suzuki e di farci un'offerta decente per ripagare il valore della macchina, ci siamo attivati per trovarne una nuova. Usata, naturalmente. Nuova costerebbe troppo, e poi una (non molto) usata ci va benissimo.

Abbiamo cominciato la ricerca spulciando tra gli annunci del mitico Blocket.se, sito in cui trovi di tutto e di più, dalle case ai vestiti ai mobili. Ultimamente anche degli annunci di lavoro. La cosa ganza di questo sito è che nella sezione "Bilar" (cioè: macchine) puoi raffinare la ricerca non solo in base alla marca o al prezzo, ma anche in base all'età, al chilometraggio e alla potenza del motore (impostando il minimo e/o il massimo desiderato). Noi siamo alla ricerca di una macchina che costi non più di 100mila corone (10.800 euro), abbia massimo 5 anni, un chilometraggio non superiore a 70 mila km, almeno 60 cavalli, e cinque porte. Queste sono le nostre esigenze. Il database contiene i dati di quasi 5 mila macchine nella regione di Örebro. Di queste non più di cento corrispondono alle nostre esigenze sopra descritte. Una buona metà degli annunci sono inseriti da concessionari. Noi, per motivi pratici, abbiamo limitato la ricerca alle macchine offerte da loro.

In settimana abbiamo visitato due concessionari a Örebro e oggi abbiamo preso una macchinina a noleggio per andare a vedere alcune macchine fuori città. Siamo andati fino a Norrköping, dove abbiamo trovato alcune offerte interessanti. Il sito ti permette di estendere la ricerca alle regioni confinanti con la tua, senza dover fare una ricerca separata per ogni regione. Finora abbiamo visto undici macchine, di cui abbiamo provato otto. E quelli che ci sono piaciute sono:
- una Skoda Fabia 1.4 16v Elegance del 2008, 68mila km, 86 hp, per 82.000 corone (nota negativa: il colore rosso acceso e la forma non proprio bella),
- una VW Polo 1.4 del 2008, 29mila km, 80 hp, per 96.000 corone (nota negativa: il prezzo, ma c'è da considerare che è una Volkswagen, una signora macchina),
- tre Citroen C3 1.4i, 73 hp: una del 2008/12, 44mila km, per 80.000 corone (color bordeaux, almeno non rosso acceso...); una del 2006/10, 60mila km, con il tagliando appena fatto, per 74.000 corone (colore verde chiaro bellino); e una del 2007/01, 32mila km, per 70.000 corone, lo stesso colore verde chiaro (nota negativa: la frizione è forse un po' allentata. Sarà il motivo del prezzo così basso?).

Questi sono i prezzi finali, perché - incredibilmente - siamo riusciti a trattarli praticamente tutti. Sarà che è novembre e per i concessionari è bassa stagione. E sarà che non diamo un'altra macchina usata indietro, ma paghiamo il prezzo intero. Insomma, adesso c'è da decidere. Voi quale scegliereste? Accettiamo volentieri consigli.

Poi ad affare concluso, scriverò più ampiamente del mercato svedese delle macchine usate e delle nostre esperienze. C'è qualche nota interessante.

In appendice vi lascio una canzone ungherese in tema, dal titolo "Corsa, Porsche, amore" ('corsa' nel senso di andare veloce in macchina...). E' una canzone simpatica degli anni Ottanta, molto famosa e popolare in Ungheria. Questa volta non la traduco. Forse si può intuire che non c'è molta poesia nel testo (cioè, in un certo senso sì, perché è un'oda alla velocità, alle macchine e all'amore).

Cserháti Zsuzsa & Charlie: Száguldás, Porsche, szerelem

sabato 12 novembre 2011

In ogni male c'è un po' di bene

Minden rosszban van valami jó. In ogni male c'è un po' di bene, dice un detto ungherese (ora l'equivalente italiano non mi viene...). Quanto ciò è vero lo posso illustrare con un fatto successo recentemente. Un evento di sfiga pura, di quelli che capitano a tutti ogni tanto nella vita, e che non puoi spiegare in altro modo che con la sfiga (o, ma sarebbe meno elegante, con la saggezza popolare "shit happens"). Ma sono quelle cose che quando ti succedono, cerchi di vederne i lati positivi o, per lo meno, pensare che poteva andarti anche peggio...

Vengo al dunque. L'ultima domenica di ottobre un signore ultrasessantenne (età precisa sconosciuta) in pieno giorno, alle quattro del pomeriggio, ha pensato bene a non vedere la nostra macchina tranquillamente e pacificamente parcheggiata al lato destro della nostra larghissima e scarsamente trafficata via, e ci ha dato una bella botta. Non so a che velocità sia successo l'impatto, ma fatto sta che la nostra macchina ha urtato contro altre due macchine parcheggiate davanti, quindi il signore con una sola svista è riuscita a distruggere tre macchine. O meglio, ha distrutto solo la mia, le altre due hanno subito un danno minore. Ma faccio prima a fare vedere la foto che spiegarlo.


Come vedete, la ruota è fuori asse e l'urto è stato proprio dal lato del serbatoio. Noi abbiamo trovato la macchina così la domenica mattina, abbandonata da sola al lato della strada con un nastro della polizia sul cofano su cui si leggeva "fordon kontrollerad" (veicolo controllato). Niente messaggi, né un foglio. Le altre due macchine danneggiate non c'erano più, e noi fino a lunedì non abbiamo saputo cosa era successo. Certamente siamo subito andati alla polizia, la domenica stessa, ma in Svezia (almeno a Örebro, speriamo che almeno a Stoccolma no) la domenica la polizia è chiusa. E' chiusa pure il sabato e nei giorni feriali dopo le 18 di pomeriggio (che qui è considerata sera). L'edificio era proprio fisicamente chiuso ed inaccessibile. Sinceramente non mi sembrava il caso di chiamare il 112. C'è anche un altro numero della polizia che uno può chiamare (114 14), ma è a pagamento, e mi dava venti minuti di attesa. Quindi anche no. Abbiamo preferito aspettare il lunedì mattina per sapere cos'era successo (e ci sono voluti alcuni giri prima di arrivare alla persona giusta che ce lo sapeva dire). Tanto il nastro della polizia sul cofano era rassicurante. Sapevamo che la polizia ci era già stata, e probabilmente sanno che cos'è successo.
(Non posso non rammentare che l'unica denuncia, di furto, che ho dovuto fare in Italia l'ho fatta il 25 aprile, e l'ufficio delle denunce di Firenze era apertissimo.)

Insomma, lunedì mattina abbiamo chiamato i carri attrezzi che hanno portato la macchina da un carrozziere. Siccome non conoscevamo alcun carrozziere in città, ci siamo affidati ai carri attrezzi. Certo che ci hanno portato la macchina dal carrozziere più caro! Finché non è arrivato il preventivo, ero tranquilla. Tanto sappiamo chi è stato, e paga l'assicurazione - pensavo. Poi è arrivato il preventivo. Di 108 mila corone... (circa 12 mila euro). Il doppio del valore della macchina. Ergo non si ripara. Ci toccherà comprare una nuova macchina con i soldi che ci dà l'assicurazione, e la nostra Suzuki, con un motore e un abitacolo intatti, sarà radiata. Se non fossi in Svezia, penserei a un inciucio tra il carrozziere e l'assicurazione. (Anche perché siccome mi verrà pagato il valore della macchina, non posso riprendere quel che ne rimane, ma se la tiene l'assicurazione...).

Con questa storia volevo però illustrare che in ogni male c'è un po' di bene, ovvero che poteva andare molto peggio. Prima di tutto avevo firmato il contratto di assicurazione due giorni prima dell'incidente. Non più o meno, ma esattamente due giorni prima. Avevo cominciato la procedura per immatricolare la macchina in Svezia a fine agosto, e mi hanno fatto fare un'assicurazione temporanea per il periodo in cui dovevo girare con una targa temporanea (di color rosso). La targa definitiva ci è arrivata una settimana prima dell'incidente, e ho scelto di fare anche la casco la prima volta in vita mia (con lo stipendio svedese me la posso permettere, e poi il rischio maggiore qui è una scivolata d'inverno o uno scontro con un animale piuttosto che un urto con un'altra macchina). Ve la immaginate che casino gestire un caso del genere con un'assicurazione straniera? Sarebbe stato un vero calvario.

Poi, a questa macchina non ero ancora affezionata. L'ho presa questa estate (ereditata da mio padre). Se fosse successo alla mia Punto Sporting che ho venduto questa estate, ci sarei rimasta molto male. Mi avrebbe preso proprio al cuore.

Poi, se succedeva d'inverno era peggio. Ora tutto sommato si può ancora girare in bici, quindi posso muovermi liberamente (più lentamente, ma liberamente, non legata agli orari degli autobus). E c'è anche un altro piccolo male che ora invece si è rivelato di essere un bene: non sono riuscita a trovare un posto in garage da affittare da novembre, ma solo da dicembre (nel parcheggio sotterraneo del palazzo di fronte al nostro). Con l'esperienza di un novembre come quello dell'anno scorso, ero preoccupata. Adesso invece mi romperebbe decisamente dover pagare il garage senza avere una macchina da parcheggiarci dentro. E abbiamo pure un novembre decisamente più mite.

Infine, ma non da ultimo, gestire tutta questa faccenda mi ha costretto a parlare in svedese a volte, e molto spesso a leggere o ascoltare lo svedese. Con una signora dell'assicurazione mi è capitato di parlare un misto di svedese e inglese. Cioè lei mi parlava in svedese, e io le rispondevo in inglese con un pizzico di svedese. E' stata in ogni caso una soddisfazione capirla. Le lettere e le comunicazioni ufficiali, poi, naturalmente sono tutte in svedese. Così ho potuto imparare diverse parole nuove, tipo fordon (veicolo), ersättning (compenso), skade (danno), ecc.

E via... Si comprerà una nuova macchina. Appena torna Gabriele dall'Italia iniziamo a girare i concessionari. Per fortuna l'assicurazione ci ha offerto una somma onestra, quindi aggiungendo magari due-tre mila euro possiamo comprarci una macchina decente (in ogni caso si parla di macchina usata...).


La canzone ungherese in appendice

A Pest (parte orientale di Budapest), nella piazzetta sotto i piloni del mio ponte preferito, il Ponte Elisabetta, si trova questa lapide: 


Le iscrizioni sono in lingue diverse e hanno significati diversi. L'unica scritta in ungherese è "miénk itt a tér". Vuol dire "questa piazza è nostra". Per un turista non vuol dire niente, ma se la legge un ungherese pensa subito a una canzone. E' una canzone del 1973 dei Locomotiv GT, o LGT, una delle rockband storiche del mio paese. Ed è una canzone con un significato per gli ungheresi. Se leggete il testo, capite anche perché gli LGT non furono ben visti dal regime e perché l'album in cui uscì questa canzone fu bannato, e uno dei chitarristi-cantanti si approfittò di un tour negli Stati Uniti, e non tornò mai più in Ungheria (morì otto anni dopo, a soli 34 anni, in circostanze poco chiare, sparato nel proprio letto). Ecco la canzone:

LGT - Miénk itt a tér


Questa piazza è nostra che ci siamo cresciuti,
Anche il palazzo è nostro che ce lo sopportiamo,
A noi tocca poca luce, c'è più ombra,
Nella nostra stanza buia anche il ragno tesse male la tela.

Questa piazza è nostra, questa piazza è nostra.

Nel nostro cortile crescono solo dei sommacchi,
La pietra delle nostre scale è consumata,
Questa piazza è nostra che ci siamo cresciuti,
Sono familiari i fischi che si parlano.

Questa piazza è nostra, questa piazza è nostra.

Andavamo spesso in giro nel pomeriggio,
In giardini curati, dove si sdraiava l'estate,
E quando veniva sera tornavamo a casa,
Lì ci accoglieva il canto della piazza.

(Per il testo in lingua originale vedete qui.)

Ho scelto questa canzone per la prima appendice musicale perché abbiamo scoperto non molto tempo fa la lapide nella foto, insieme a Gabriele, passeggiando lungo il Danubio come spesso facciamo. A me l'iscrizione ha subito ricordato la canzone, lui però non la conosceva. Perciò urgeva una spiegazione completa, insieme alla canzone stessa. :)

(P.S. Questo forse è il post più lungo finora nella storia di questo blog...)

lunedì 7 novembre 2011

Con la musica nel cuore

Ricominciano i tempi bui. Fa ancora relativamente caldo (con una massima sui 10 gradi), e ancora niente neve. Invece tante nuvole e sempre meno verde. Insomma, l'inverno è sempre più vicino, anche se pare che sarà più mite degli anni scorsi (così dicono...). Peggio. Perché tanto il vero problema dell'inverno scandinavo, a mio parere, non è il freddo, ma il buio. E la neve aiuta ad alleviare il buio.

Però non volevo scrivere di questo. Stavo pensando a un'altra cosa. Un pensiero che da tanto che vuole essere raccontato. Questo weekend mi è capitato di viaggiare in treno da sola e, essendo troppo stanca per fare qualcosa di più impegnativo, tipo leggere, ho semplicemente ascoltato musica sul mio iPod per due ore e lasciavo fluire i miei pensieri liberi. E pensavo anche al mio rapporto con la musica. Tante note che accompagnano la mia vita. Ogni periodo ha la sua colonna sonora. Ammiro la capacità della musica di richiamare emozioni, di portare alla superficie vecchi sentimenti sepolti nell'inconscio, di ricreare un'atmosfera ormai dimenticata (ne avevo già scritto una volta sull'altro blog). Per me è vero in modo particolare. E' incredibile quanto una canzone riesca a portarmi indietro nel tempo. Ed è incredibile quante volte mi abbia aiutato in momenti difficili. Fa parte di un mio rito di meditazione. E funziona un po' come una medicina omeopatica. La malinconia la combatto con le canzoni tristi. (E qui potrei anche citare un pensiero dello scrittore ungherese Sándor Márai, già tradotto sull'altro blog).


Words are flowing out like endless rain into a paper cup,
They slitter wildly as they slip away across the universe.
Pools of sorrow, waves of joy are drifting through my open mind,
Possessing and caressing me.
(...)
Nothing's gonna change my world, nothing's gonna change my world....

Il punto è che mentre l'inverno scorso ho cercato di illuminare il buio scandinavo con delle opere d'arte, con delle pitture in particolare, questa volta lo vorrei fare con la musica. Per me la musica è la prima tra le arti, quella che amo di più se dovessi scegliere. E forse avete già capito che la musica che mi affascina e mi trascina di più è il rock, sia quello classico che quello psichedelico degli anni Sessanta-Settanta. Sarà che sono figlia della generazione hippy (mio padre durante gli anni dell'università faceva il dj alla radio della casa dello studente dove abitava a Budapest, dove mia madre invece faceva da presentatrice, tra il 1970 e il 1975, proprio negli anni d'oro del rock), e a casa nostra c'era sempre la musica che così ha fatto parte della mia vita dal primo momento.

Siccome mi piace anche far conoscere il mio paese a chi è interessato, questo inverno, invece di opere d'arte degli Uffizi, in appendice ci saranno canzoni ungheresi con il relativo testo da me tradotto in italiano (pure tradurre mi piace, e saltuariamente lo faccio anche come lavoro). Quindi ogni tanto, tempo permettendo, troverete una canzone ungherese in appendice.

Per cominciare vi riporto il testo di una canzone ungherese che nella mia vita ha una certa attualità e che di certo associerò sempre a un momento particolare. E' una canzone il cui testo fu recitato dall'officiante al nostro matrimonio (non su richiesta nostra, ma come parte del suo discorso). Io prima non la conoscevo neanche (figuratevi Gabriele...). E' il testo di una canzone del 1972 di Zsuzsa Koncz, la nostra Mina, diciamo.


Koncz Zsuzsa - Itt a két kezem

Ecco le mie mani

Il sole dà luce alla stella,
La terra dà fiore al prato,
Il fiore dà miele alle api,
Ma cosa posso dare io a te?

La sorgente dà l'acqua al fiume,
La madre dà vita al figlio,
Il cielo dà stella alla notte,
Ma cosa posso dare io a te?

Sto pensando a cosa posso dare a te,
a cosa ti piacerebbe,
qualcosa che potresti tenere sempre con te?
Eccole, ti dò le mie mani,
lo sai bene che te le dò
perché è tutto quello che ho.

(Un grazie speciale alla mia amica Veronika che ha fatto da interprete al nostro matrimonio e che in quell'occasione ci ha letto la propria traduzione.)

Per il testo in lingua originale vedete qui.

sabato 29 ottobre 2011

Personnummer reloaded

Avevo già scritto un post dal titolo "Personnummer e altre bestemmie" l'anno scorso, quando ero alla presa con gli uffici svedesi per ottenere il mio numero identificativo personale, e dal titolo potete intuire il tenore del racconto. Adesso si riparte per ottenere un personnummer per Gabriele. E la faccenda è ancora più complicata, dato che lui non ha ancora un contratto di lavoro in Svezia.

Abbiamo avuto modo di sperimentare il sistema svedese sia come sambo, ovvero conviventi, sia come coppia sposata. Avevamo iniziato la procedura già prima del matrimonio confidando nel fatto che qui la convivenza dal punto di vista legale dovrebbe equivalere al matrimonio. Almeno le aspettative erano queste. Probabilmente è pure vero, però il problema è dimostrare di essere conviventi. Siccome io sono arrivata in Svezia un anno prima di Gabriele, e lui non risulta nel contratto d'affitto, non c'è alcuna prova che conviviamo in Svezia (e per tre anni non è possibile inserire un'altra persona nel contratto d'affitto, per motivi per me ancora ignoti). La signora al Migrationsverket (il significato del nome dell'ufficio si intuisce, credo) ci ha spiegato che in qualche modo dobbiamo pure dimostrarlo, se no potrei portare chiunque in questo paese. Ero tentata di dirle che però potevo portare in Svezia al massimo un uomo solo dato che la poligamia non è ammessa, quindi non è che debbano temere l'invasione di uomini single, ma mi sono trattenuta (e poi, parlando sul serio, so che non è un argomento valido). Ci ha proposto l'alternativa di dimostrare che avevamo convissuto in Italia, cosa altrettanto difficoltosa dato che nessuno di noi due aveva spostato la residenza a Firenze nell'appartamento dove vivevamo. In ogni caso dopo due settimane siamo tornati al Migrationsverket attrezzati di vecchia corrispondenza italiana da cui risultava che avevamo lo stesso indirizzo (domicilio) per un periodo (su suggerimento della prima tipa, ma accolto con un po' di sospetto da quella che ci abbiamo trovato la seconda volta). Insomma, fatto sta che poi per un mese non abbiamo ricevuto alcuna risposta dal Migrationsverket.

Ma il Migrationsverket non è l'ufficio che ti dà il personnummer. Loro decidono soltanto se hai il diritto di residenza in Svezia (per i cittadini comunitari è più facile), che però è un prerequisito del personnummer. Il numero personale è rilasciato dallo Skatteverket, l'Agenzia delle Entrate svedese. (Mica sono scemi loro... L'ufficio delle tasse funge anche da anagrafe!) Abbiamo presentato tutto l'occorrente anche a questo ufficio, e la prima risposta è stata di rigetto. La motivazione: non perché non siamo riusciti a dimostrare di essere conviventi, ma perché io dovevo dimostrare di avere un contratto di lavoro di durata almeno annuale, cosa che non ho (per il momento ho un contratto che mi rinnovano ogni sei mesi).

La seconda volta che siamo tornati allo Skatteverket, a metà ottobre, abbiamo portato dietro una lettera in cui il mio capo spiega la situazione e le mie prospettive lavorative, nonché una copia del nostro certificato di matrimonio. Questa volta il problema è stato che non avevamo il certificato originale. Abbiamo provato a spiegare che l'unica copia originale è all'Ambasciata d'Italia a Budapest alla quale l'avevamo dovuto spedire al fine del riconoscimento del nostro matrimonio in Italia (lo so, siamo una coppia complicata...), ma non c'è stato verso. Mi hanno consigliato di compilare intanto un modulo per comunicare il cambiamento del mio stato civile e il cambio di nome (avrò il doppio cognome, giusto perché mi voglio complicare la vita), visto che io sono già registrata nell'anagrafe svedese, e intanto ho attivato mia madre in Ungheria per chiedere un'altra copia originale del nostro certificato e spedircela per posta.

Intanto siamo tornati anche al Migrationsverket (da cui non arrivava alcuna risposta) per portare una copia del certificato di matrimonio, sperando che così si eliminino i problemi legati alla dimostrazione della convivenza. E così è stato! La prima battaglia l'abbiamo vinta! Questa settimana è arrivata la decisione del Migrationsverket in cui riconoscono il diritto di residenza di Gabriele in quanto mio familiare.

Nel frattempo è arrivato il certificato originale dall'Ungheria e siamo pronti per tornare allo Skatteverket lunedì e continuare a combattere. Speriamo bene!

Ma la storia non finisce qui... Venerdì mattina mi è arrivata una mail dallo Skatteverket (prima avevano provato a chiamarmi, ma non ero in stanza) in cui mi chiedono chiarimenti riguardo alla mia domanda, scrivendomi: "Har fått in en anmälan om efternamn av dig och jag undrar om namnet C. var kommer det ifrån?" Ovvero: "Ho ricevuto una domanda relativa al tuo cognome e mi chiedo da dove venga il nome C.?" Ecco, io rimango basita. Ovviamente avevamo allegato la copia del certificato di matrimonio, e avevo fatto anche domanda di cambio di stato civile, ma forse erano domande disgiunte. Lunedì mi tocca anche chiamare questa tipa per spiegarglielo. Anche perché non lavora qui all'ufficio di Örebro, ma in un'altra città dove la mia domanda è stata inoltrata... Il fatto di centralizzare l'amministrazione ha senza dubbio un aspetto pratico e di efficienza, ma dall'altro lato a volte complica le cose. E sulle differenze relative ai nomi da sposati tra i paesi europei ci sarebbe da scrivere un altro post.

sabato 22 ottobre 2011

Ritorno alla vita svedese

In realtà siamo tornati già una settimana fa, ma tra una cosa e l'altra non ho mai trovato, o meglio, dedicato tempo al blog. Eccoci qua di nuovo in Svezia, arricchiti di tante belle emozioni. I preparativi del matrimonio sono stati impegnativi (soprattutto per il fatto che la maggior parte degli ospiti, sia italiani che ungheresi, venivano da lontano, e noi gli aiutavamo nell'organizzazione del viaggio e dell'alloggio), ma ne è valsa decisamente la pena. Forse non ha mai fatto così caldo il 1 ottobre. C'erano 26 gradi e un cielo azzurrissimo. Una bellissima giornata in compagnia della famiglia e degli amici. Ci siamo divertiti.

Due giorni dopo il matrimonio siamo partiti per l'Egitto per un breve (almeno secondo i standard italiani) viaggio di nozze. Due giorni al Cairo e quattro in crociera sul Nilo. Non è stato il periodo giusto per visitare l'Egitto. Ho passato gran parte del viaggio in ansia e non me lo sono goduto come avrei potuto. (Non mi sto a dilungare sui dettagli.) Nota positiva, però, che abbiamo imparato tanto della storia (antica e moderna) e della cultura di quel paese, e abbiamo passato il viaggio in ottima compagnia, con altre due coppie coetanee molto simpatiche di Napoli (tutto il gruppo consisteva di noi sei...).

Adesso pian piano stiamo riprendendo i ritmi svedesi. O meglio, stiamo perdendo i ritmi italo-ungheresi... Mi toccano due settimane di fuoco al lavoro, anche per recuperare il tempo perso (dal punto di vista del lavoro si intende, ovviamente, per il resto altro che tempo perso!), ma novembre poi dovrebbe essere più tranquillo. Aspetto curiosa come vivrà Gabriele questo inverno. Non ha mai vissuto un inverno vero, tolti quei pochi giorni di neve capitati in Toscana negli ultimi anni, e non è mai stato in Svezia d'inverno (purtroppo la Ryanair sospende il volo Pisa-Stoccolma per il periodo invernale, quindi l'anno scorso tra novembre e marzo ci vedevamo altrove).

Insomma, questo post era solo un aggiornamento. Tornerò a raccontare della mia vita (cioè, della nostra vita, a questo punto) in Svezia e di cose varie a breve. Intanto vi lascio una foto scattata in Ungheria quel bellissimo 1 ottobre.


domenica 25 settembre 2011

Matrimonio comparato - La festa

Sono ancora in debito con il secondo post sul matrimonio all'ungherese. Non vi ho ancora raccontato delle tradizioni legate alla festa che in Ungheria ha un ruolo fondamentale e dà luogo a una serie di usanze, giochi, scherzi. Come avevo già menzionato nel primo post, la cerimonia, in chiesa o in comune che sia, si svolge praticamente sempre nel pomeriggio, poiché è seguita da una cena e una festa che dura tutta la notte. Abbiamo pure una parola apposita per dire "festa di matrimonio": lakodalom, in forma abbreviata lagzi, che non vuole dire nient'altro se non il ricevimento nuziale.

Questa festa è sempre accompagnata da musica dal vivo (raramente da un dj) e si balla fino all'alba. E' nato pure un nuovo genere musicale attorno alla festa matrimoniale che si chiama lakodalmas rock, una specie di musica leggera che in realtà non sarebbe degna del nome rock... In ogni caso è molto popolare, soprattutto tra le persone di una certa età, e molti credono che a un matrimonio sia la musica d'obbligo. Esiste pure un musicista ungherese che porta il nome di Lagzi Lajcsi, che ha fatto la sua fortuna con questa musica. Per illustrarvi il genere, ecco un suo video. A voi il giudizio. Noi preferiamo evitarla.


Un esempio di gioco/scherzo che si fa agli sposi: a un certo punto della serata, quando lo sposo è distratto, alcuni amici rapiscono la sposa (intendi: la portano fisicamente via dal posto), e lo sposo viene sottoposto a diverse prove per riavere la sua dolce metà. Le prove possono essere varie, dipende dalla fantasia degli amici. E' un classico far bere dello spumante o vino da una delle scarpe della sposa. In Ungheria, al contrario dell'Italia, non si usa invece fare gli scherzi alla casa degli sposi, ma solo alla festa.

Altro: una sposa ungherese ha due vestiti. Oltre al classico bianco per la cerimonia, anche uno rosso, un vestito da sera corto, spesso tradizionale. A mezzanotte in punto cambia vestito e si mette il vestito rosso (che può essere anche di un altro colore caldo, tipo arancione). Il motivo sta nel fatto che dopo mezzanotte non è più una sposa, ma una moglie! E a mezzanotte, con la sposa già vestita di rosso, si comincia il menyecsketánc. Questo significa che tutti, ma proprio tutti gli invitati fanno la fila per ballare un po' con la sposa (un minuto o due), ed è anche il momento della consegna del regalo di nozze. Perché per poter ballare con la sposa si paga.

Un'altra particolarità della festa è la figura del vőfély, in origine un amico o parente ma ultimamente spesso un professionista, una specie di animatore. E' lui che tiene le redini della serata e intrattiene gli ospiti con giochi, scherzi (agli sposi), discorsi divertenti, e sta dietro a tutto quel che succede.

Insomma, questi sono gli elementi che a un vero matrimonio ungherese non possono mancare. Alcuni, invece, al nostro mancheranno (per esempio non ci sarà nessuno che faccia da "vőfély").

Scusate se sono stata sbrigativa, ma a meno di una settimana dal matrimonio le giornate si fanno intense (pure al lavoro)... Siamo ancora in Svezia, ma dopodomani sera partiamo per l'Ungheria per ultimare i preparativi là. Dopo il matrimonio partiremo per una settimana di crociera sul Nilo. Quindi ci sentiamo tra qualche settimana!

martedì 13 settembre 2011

Alla scoperta della flora scandinava

Domenica abbiamo passato una giornata da svedesi. Tra svedesi, in un posto da svedesi, dedicandoci a un'attività da veri svedesi... Non ci siete ancora arrivati? Lingonplockning! Ovvero raccolta di mirtilli rossi in un bosco a un'ora da Örebro verso nord. E' stata una gitarella organizzata dal nostro "padrone di casa", il mitico ÖBO, ovvero l'ufficio del comune che gestisce gli affitti comunali. Ognitanto attraversa la nostra buca delle lettere qualche offerta dell'ufficio in questione con proposte di momenti conviviali o sconti su partite di calcio. Questa è stata la prima offerta che ci ha incuriosito, e abbiamo detto: perché no? Appena un mese fa siamo stati a raccogliere mirtilli (quelli blu) in Garfagnana (avevo postato una foto se vi ricordate), e siccome l'abbiamo trovato divertente, era un peccato perdere l'occasione nel Paradiso dei Frutti di Bosco, ovvero in Svezia.

Nel pacchetto erano incluse anche due merende (cioè fika), una la mattina, una nel pomeriggio. Non sapevamo però che la prima avesse luogo all'Opera på Skäret, ovvero a un teatro lirico allestito in mezzo al bosco, collegato direttamente con Stoccolma da una linea ferroviaria, operativo solo d'estate. Dopo il caffè e gli smörgås (panini) offerti sul posto, un tizio dall'aria molto British (ma era svedese) ci ha fatto una breve visita guidata di cui abbiamo capito il giusto... Comunque è stata simpatica questa gitarella da pensionati svedesi (l'età media del gruppo era 65 anni), soprattutto perché abbiamo avuto modo di scoprire la flora nordica.

(Il seguito del racconto svela la mia assoluta ignoranza in materia di botanica!)

Il bosco era così, il terreno ricoperto di una specie di muschio morbidissimo (camminarci sopra è come camminare su un materasso) e pieno di questa erba bianca che da lontano sembra corallo:


La giornata non era delle migliori. Cielo coperto, pioggia a tratti (ovviamente fitta proprio in quelle due ore in cui ci siamo dedicati alla raccolta di mirtilli). Ma avevamo visto le previsioni e ci eravamo attrezzati con stivali e impermeabili, nonché di un aggeggio che facilita la raccolta. L'uso di questo "raccoglibacche" in Italia è vietato, ma qui ce l'hanno tutti e lo vendono tutti i supermercati.


La pianta del mirtillo rosso è molto diversa da quella del mirtillo blu. E' un arbusto molto basso, quindi praticamente lo raccogli per terra. Anche il sapore è molto diverso. Il mirtillo rosso non è dolce, ma aspro, quindi non ti viene voglia di mangiarlo direttamente dalla pianta. Questo senz'altro aumenta l'efficienza della raccolta. :) (In Garfagnana mi sarò mangiato mezzo chilo di mirtillo blu durante la raccolta...)


Tra i mirtilli abbiamo notato anche diversi funghi.


Il risultato della raccolta: 1,6 chili netti di mirtilli rossi! (Di cui un chilo stasera si è trasformato in marmellata...) :)


Il bosco era pieno di funghi di tutti i tipi. Purtroppo, non essendo esperti di funghi, non sapevamo riconoscere quelli commestibili, quindi non ne abbiamo raccolto nessuno. Colgo l'occasione per chiedervi se qualcuno di voi riconosce questi funghi. Alcuni sembrano proprio porcini! Enormissimi! (Se cliccate sulla foto, si ingrandisce.)

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mercoledì 7 settembre 2011

Mi piace della Svezia...

...che la natura è tutta intorno a te, anche in città...
...che vedi i cambiamenti della natura come un documentario sulle stagioni rallentato...
...che il tuo lavoro viene apprezzato, anche economicamente...
...che si vedono tante mamme giovani, anche tra le studentesse universitarie...
...che si vedono tanti padri in giro da soli con bimbi piccini (anche neonati)...
...che non ci sono mai code in città...
...che trovi sempre parcheggio...
...che le case d'inverno sono ben riscaldate...
...che si beve l'acqua del rubinetto, e non c'è da comprare le casse d'acqua al supermercato...
...che i supermercati sono aperti fino a tardi, anche nei giorni festivi...
...che in qualsiasi ristorante l'acqua è gratis...
...che non c'è buca sulla strada che sopravviva per più di qualche settimana...
...la cultura del riciclaggio ed i milioni di negozi di oggetti usati...
...che puoi andare ovunque in bici, perché la città è piena di piste ciclabili, parcheggi per le bici e pompe pubbliche (e gratuite)...

Voi che aggiungereste?

Ho anche una lista "Non mi piace della Svezia...", ma restiamo positivi! :)

venerdì 2 settembre 2011

Bollettino meteorologico n. x

L'autunno è alle porte. Considerando le temperature in realtà è già arrivato un mesetto fa, ma adesso pure la natura inizia a mostrare i primi segni. Ecco qualche foto scattata oggi nel campus:





Temperatura massima media in questo periodo tra i 18 e 20 gradi. Stamattina nebbia fitta fino alle 9 e mezza circa, poi però bellissima giornata di sole con poche nuvole. Speriamo che la storia si ripeti e succeda come l'anno scorso che agosto era grigio e piovoso e dal 1 settembre in punto è arrivato il bel tempo. Per ora il tempo promette bene, speriamo che regga.

Quanto alle ore di luce: oggi il sole è stato sull'orizzonte dalle 6 di mattina alle 8 di sera circa. Adesso le giornate si stanno accorciando di cinque minuti ogni giorno. Mancano ancora 20 giorni all'equinozio d'autunno (di cui avevo già scritto qui l'anno scorso), giorno dal quale le giornate inizieranno ad essere più corte che più a sud.

sabato 27 agosto 2011

La funzione educativa del parcheggio

"Dal parcheggio si conosce il paese" - potrebbe essere un nuovo proverbio. Una mattina questa settimana ho avuto un attimo di sconforto a vedere il parcometro nuovo di zecca nel parcheggio finora gratuito del campus. Il parcheggio davanti all'edificio principale è sempre stato a pagamento, ma se andavi un po' più lontano, in fondo al campus, trovavi un grande parcheggio sterrato e gratuito. Sono andata a vedere meglio questo parcometro, di un colore insolito, rosso, mentre i parcometri sono generalmente blu qui.


Infatti, era un parcometro diverso. Il parcheggio è diventato a pagamento solo per la notte e per i giorni non feriali! Fin qui ancora posso capire la ragione, ma poi ho guardato meglio gli orari: dalle 18 in poi...

Ora... che pure il parcometro presupponga che tu finisci di lavorare alle 17, è una cosa fantastica! Probabilmente si sono sentiti anche generosi a dare un'ora in più per arrivare a riprendere la macchina dopo il lavoro. Il problema è di quelli (pochi e quasi tutti stranieri) che lavorano fino a più tardi. L'anno scorso uscivo dall'università regolarmente alle 19 (senza considerare poi che ogni tanto mi fermavo in palestra che l'università mette a disposizione gratuitamente), e non era raro che nei weekend solitari sono andata a lavorare.

Come si farà, quindi, da ora in poi? Alle 18 ti tocca uscire dal lavoro per pagare il parcheggio o per spostare la macchina nel parcheggio davanti all'edificio principale che invece è a pagamento soltanto fino alle 17 (e solo nei giorni feriali, per fortuna, quindi nel weekend il problema non si pone). D'inverno con meno dieci fuori non è una soluzione molto comoda... L'alternativa è pagare subito la mattina quando parcheggi la macchina per evitare di dover uscire la sera appositamente, ma questo invece presuppone una certa prevedibilità della giornata lavorativa che certo non contraddistingue il lavoro universitario, soprattutto quello di ricerca, in cui un giorno riesci a fare tanto, un altro invece ti manca proprio l'ispirazione. Quindi è difficile prevedere a che ora uscirai la sera.

Meno male che andando un pochino più lontano ancora ho scoperto un altro parcheggio gratuito che mi salva dal dover fare questi ragionamenti tutte le mattine. Ma chissà se prima o poi non introdurranno anche  lì delle misure anti-stacanoviste... Vi terrò aggiornati.

Beh, questo post chiaramente voleva essere ironico. In realtà un'idea ce l'ho del motivo reale dell'introduzione del pagamento notturno e festivo. Quest'anno la sera prima dell'inizio del ponte di Pasqua mi sono accorta che nel parcheggio sterrato e gratuito si è radunato un bel gruppetto di camperisti che, chissà per quale misterioso motivo, ha pensato a passare le feste nel parcheggio dell'università. (Ci sono delle piccole colonne dalle quali possono prendere l'elettricità.) Probabilmente questo nuovo sistema a pagamento è rivolto a loro. Ma far pagare la gente dalle 18 di pomeriggio, non pensando a chi al campus ci lavora, mi sembra davvero irragionevole... (Anche se i parcheggi qui a Örebro hanno un costo ragionevole. Ma comunque.)

Dei parcheggi in Svezia ci sarebbe tanto da dire, come le quattro multe da me finora subite, per quattro motivi completamente diversi. Magari in un altro post...

venerdì 19 agosto 2011

E ora comincia la vera avventura!

Eccoci in Svezia. Insieme. Finalmente. L'anno di sospensione della mia vita è finito! Comincia un altro anno svedese per me  e il primo per Gabriele. Sotto sotto (o neanche tanto sotto) sogniamo di tornare a vivere in Italia un giorno. Anzi, permettetemi un po' di campanilismo italiano, in Toscana. Alla fine, vedendo anche altri amici italiani (toscani e non) che si sono trasferiti nel nord Italia, non bisogna andare tanto lontano per soffrire di "mal di Toscana".

Insomma, mal di Toscana qui, mal d'Ungheria là, la nostra casa è diventata la Svezia adesso, e comincia un altro anno di esperienza. E solo ora comincia la vera avventura. Anche se in realtà condivido l'opinione di Fiammetta che in un suo post sugli immigrati italiani in Svezia scrive (scherzando) degli "Indiana Svensson" che si credono degli avventurieri. In realtà non c'è nulla di avventuroso nel venire a vivere in Svezia, il paese più tranquillo e più prevedibile che possa esistere. E' un'avventura solo per chi percepisce la vita stessa un'avventura. E per me lo è. Ovunque sia. Ovviamente la diventa più facilmente se ci si sposta, senza dubbio. Ma non bisogna andare tanto lontano.

Forse dal tenore di questo post si capisce che la Svezia ci ha accolto con pioggia e 20 gradi (che in questo momento sono 14). Da estate in autunno. Speriamo in un weekend soleggiato almeno. Intanto ci dedichiamo alla sistemazione della casa.

Vi lascio con una foto scattata in Garfagnana (costa tirrenica sopra Lucca), dove siamo andati con amici a raccogliere mirtilli due settimane fa. 


Update: dimenticavo... la Svezia ci ha accolto anche con una notizia importante che adesso è in prima pagina di tutti i giornali ed è stata la prima notizia di tutti i telegiornali: la principessa Victoria (erede al trono svedese) aspetta un bambino! Immagino che negli anni a venire potremo seguire in ogni minuscolo dettaglio la crescita del futuro re di Svezia...

domenica 7 agosto 2011

Désirée - Una borghese francese alla corte di Svezia

Désirée è un romanzo dell'austriaca Annemarie Selinko del 1951 che al tempo della sua pubblicazione divenne subito un bestseller e la base per un film con Marlon Brando e Jean Simmons. E' il diario immaginario di Désirée Clary (1777-1860), la figlia di un commerciante di seta di Marsiglia, che dopo la rottura del fidanzamento col generale Napoleone Bonaparte per via del matrimonio di lui con Josephine, sposa il generale Jean Baptiste Bernadotte, eletto poi re della Svezia. Della storia dell'ascesa al trono svedese di Bernadotte ho scritto brevemente raccontando della mostra temporanea che avevo visto al Nationalmuseum di Stoccolma (è davvero un peccato non poterla rivedere dopo che ho letto questo libro).

Ho letto il romanzo in ungherese, un libro dalle pagine ingiallite e staccate dalla colla della rilegatura, edizione 1988, prestatomi da un'amica di mia madre. Quanto è bello leggere un libro "vissuto" che sembra avere una storia essa stessa come quella che racconta...

Jean Simmons come Désirée
La storia di Désirée, già di per sé affascinante, mi ha incuriosito ancora di più sapendo che in parte si svolge in Svezia. Ero curiosa come una donna francese, cresciuta a Marsiglia e poi vissuta a Parigi, vivesse un trasferimento in Svezia all'inizio dell'Ottocento, trovandosi involontariamente coinvolta negli eventi storici della sua epoca.

Bernadotte fu eletto Principe Ereditario di Svezia nel 1810 proprio a Örebro. Lui si trasferì subito, e dopo qualche mese lo raggiunsero anche la moglie e il figlio (il piccolo Oscar che all'epoca aveva 12 anni). La verità è che Desirée dopo il primo inverno scappò via dalla Svezia e tornò a vivere a Parigi, senza il figlio che invece rimase col padre. Désirée fece ritorno a Stoccolma soltanto dodici anni dopo, già come regina di Svezia (Carlo XIII, l'ultimo re della casata Holstein-Gottorp, morì nel 1818). Secondo il libro i motivi della sua assenza erano due: da un lato non si trovava bene con i genitori adottivi di suo marito, l'anziana coppia reale svedese, e dall'altro lato si sentiva più utile a Parigi dove poteva offrire rifugio a sua sorella (moglie di un fratello di Napoleone, Giuseppe Bonaparte) e ad altri membri della famiglia Bonaparte dopo la caduta di Napoleone, dato che la sua casa parigina in Rue d'Anjou divenne sede del sovrano svedese in Francia. La pagina dedicata a Désirée su Wikipedia racconta più in dettaglio come mai lei non si trovò mai a suo agio alla corte svedese.

E ho scoperto quasi per caso, curiosando su internet, che la sorella in questione, Julie Clary Bonaparte, è morta a Firenze ed è sepolta alla Basilica di Santa Croce, nella cappella adiacente alle cappelle affrescate da Giotto! E' impressionante ed affascinante come noi europei siamo legati con milioni di fili l'uno all'altro. E oggi questo è vero più che mai. Se all'epoca di Désirée la mobilità e gli scambi si limitarono alla nobiltà e all'alta borghesia (che però determinarono il corso della storia), oggi non sono più un privilegio di pochi. Insomma, dopo aver letto Désirée, ero tentata di intitolare questo post "Sentirsi europei"...

Avrei voluto riportare qualche citazione dal libro, ma mi ero scordata di segnare le frasi che meritavano essere citate, e ora non le ritrovo più...

[L'ultima edizione italiana del libro è dell'editore Neri Pozza, del 2009.]

lunedì 1 agosto 2011

La soluzione dell'enigma

Eccomi brevemente di nuovo. Sono poco attiva sul blog ultimamente, credo che sia "l'effetto estate". In questa parte dell'anno si tende a passare il tempo libero diversamente, e non rinchiudendosi in casa davanti al computer. E poi non essendo in Svezia non vi posso raccontare della vita svedese... Sono appena rientrata da una gitarella di tre giorni con lo scooter in Toscana. Ci siamo un po' ricaricati. Questa settimana ci aspetta ancora un po' di lavoro, poi via in Ungheria (dove però invece di un meritato relax dovremo occuparci dei preparativi del matrimonio) e da lì in Svezia.

Insomma, per rimediare un po' alla mia scarsa produttività sul blog, intanto vi lascio la soluzione dell'enigma dei due post precedenti. Ecco i due quadri per intero:

Il primo: Bronzino - La discesa di Cristo al limbo, firmata e datata 1552, dal Museo dell'Opera di Santa Croce (l'originale è grossissima, di circa 3 metri per 2)


Il secondo: Rosso Fiorentino - Mosè difende le figlie di Jetro (1523-1524), dalla Galleria degli Uffizi (dimensione dell'originale: 160 x 117 cm)


La corrente artistica si chiama manierismo, e la raffigurazione dei corpi nudi e l'uso dei colori dovrebbero ricordarvi lo stile di Michelangelo.