mercoledì 30 novembre 2011

Gli svedesi e gli orari di lavoro

Nel paese forse più organizzato e più efficiente d'Europa viene spontanea la domanda: ma quanto lavorano gli svedesi? La risposta è sorprendente: non molto. O meglio, il giusto! (Lagom, come direbbe uno svedese, appunto). 

Il mio lavoro non è molto indicativo, all'università ci sono orari flessibili come in Italia o in altri paesi. Nessuno controlla a che ora arrivi al lavoro e a che ora vai via, l'importante è che tu faccia quel che devi fare: le tue lezioni, i tuoi esami, le tesi da seguire, la ricerca e le altre cose amministrative. C'è chi ci spende più tempo, c'è chi ci spende meno. A volte puoi anche lavorare da casa se preferisci. Insomma, un po' te lo gestisci il tempo. Io per esempio non porto mai il lavoro a casa (tranne gli esami da correggere), ma piuttosto vado in Dipartimento anche sabato e domenica, per diversi motivi. Prima di tutto a casa ci sono troppe distrazioni, non mi concentro bene, e mi mancano anche tutti i materiali, file, ecc. E, poi, è anche una questione di principio: casa è casa e deve avere questa funzione non quella di "casa che ognitanto si trasforma in posto di lavoro". 
Per farvi avere un'idea dell'organizzazione di lavoro in ambito accademico, ecco qualche mini-fumetto di valore universale, da un sito mitico:


Chiusa questa parentesi, vorrei raccontare degli orari di lavoro svedesi tanto diversi da quelli italiani, fuori dall'ambito accademico. Sono diversi non soltanto perché qui i negozi tutti fanno orario continuato e la pausa pranzo non dura più di una mezz'ora, ma anche perché le ore lavorative in genere vengono severamente rispettate, nonché gli straordinari vengono regolarmente calcolati e pagati. I datori di lavoro non sono affatto interessati a far lavorare i dipendenti oltre l'orario di lavoro regolare, anche perché il compenso per gli straordinari sono tassati pesantemente. Più straordinari uno fa, più costa al datore di lavoro. I principi della socialdemocrazia permeano la vita di questo paese negli ambiti più disparati, anche in quelli dove meno ve lo immaginereste, figuratevi se non si riflettono nel campo del lavoro...

I lavori di ufficio qui iniziano alle 8:00-8:30 e finiscono alle 16:30-17:00. Oggi mi è capitato di uscire dall'università alle 4 e mezza, e le vie principali erano quasi intasate. Almeno pensando in termini svedesi. Qui a Örebro ti può capitare di non riuscire a passare con la prima onda di verde (cioè di dover aspettare due rossi) in due momenti della giornata: tra le 7:30-8:30 di mattina e tra le 16:30-17:30 del pomeriggio. Per trovare un casino vero e proprio però ci vuole la partita di calcio, preferibilmente in fase play-off. (Se il play-off esiste nel campionato di calcio... sono ignorante in materia.)

Ovviamente anche qui c'è chi lavora di più e si fa in quattro per dare il meglio di sè e ci sono altri che si approfittano dei propri diritti e fanno soltanto il minimo indispensabile, però l'impressione generale che ho è che rispetto agli italiani (e ungheresi) mediamente lavorino meno. (Pensate solo alla polizia chiusa tutti i weekend!) Nonostante ciò il paese funziona e anche molto bene. La conclusione che ne ho tratto è che una buona organizzazione risparmia molto tempo ai lavoratori. Certamente la spiegazione non è così semplice. Sono fattori molto importanti l'uniformità del paese, la bassa densità di popolazione e la centralizzazione della gestione delle risorse, nonché il principio di trasparenza tanto caro a questo paese.


Appendice musicale

Questa volta non musica ungherese, ma musica sugli ungheresi. Forse conoscete Johannes Brahms e le sue Danze ungheresi, composte nel 1869, nell'epoca dell'Impero austro-ungarico. Mi piace in modo particolare la n. 4. Credo che si addica perfettamente all'atmosfera di Budapest e allo spirito degli ungheresi: un po' allegro, un po' malinconico, un po' drammatico.

mercoledì 23 novembre 2011

Parlo svedese?

Forse è giusto porsi questa domanda nel post n. 100 di questo blog. Per ora è una domanda, ma sta per trasformarsi in un'affermazione. Non dichiaro ancora tra le mie lingue parlate lo svedese. Anche se capisco abbastanza bene quando lo leggo, non posso dire lo stesso quando lo ascolto. E poi l'ultimo scoglio ancora da superare: non lo parlo fluentemente.

La situazione in Svezia è particolare. Quasi tutti parlano inglese o almeno tutti lo capiscono. E' veramente eccezionale trovare una persona che non capisce l'inglese. Mi è capitato di recente con un venditore di auto, ma avevo dei seri dubbi se non lo capiva per davvero o si rifiutasse di capirlo. In genere tutti capiscono l'inglese - soprattutto come lo parlo io, in termini semplici e con una pronuncia tranquilla - anche perché lo sentono sempre in tv. I numerosi film, serie, reality e talkshow che arrivano dagli Stati Uniti o dall'Inghilterra sono trasmessi in lingua originale con i sottotitoli in svedese. Quindi l'inglese qui ti entra nell'orecchio anche senza volerlo. Si aggiungono poi l'affinità tra le due lingue e le migliaia di parole in comune.

Il punto è che, di conseguenza, qui in Svezia non sei assolutamente costretto a imparare la lingua, ma puoi benissimo cavartela con l'inglese. Ci sono diversi stranieri che vivono qui da tanti anni senza parlare lo svedese. Se non gli serve né al lavoro né a casa, molti non si sentono motivati per impararlo. Allo stato attuale, dunque, io lo svedese tendenzialmente lo capisco, ma lo parlo raramente. Tendo a rispondere in inglese, vuoi per mancanza di pazienza, vuoi per timidezza. Certamente è già un grande passo in avanti iniziare a capire, perché mi oriento e mi muovo molto meglio in qualsiasi contesto, ma è imbarazzante e frustrante non riuscire ad esprimermi in svedese se non al livello di un bambino di cinque-sei anni. Sebbene non mi serva né al lavoro (anche se ultimamente mi sono consapevolmente incollata degli impegni che richiedono la conoscenza dello svedese), tantomento a casa, sento molto l'esigenza di impararlo. La mia vita si è impoverita considerevolmente da quando nella quotidianità non riesco a capire le sfumature in quel che leggo e sento. Per me, curiosa di tutto e soprattutto di tutti, è un grosso limite. E la strada da fare è ancora tanta. Ci vogliono tanti anni per arrivare a un buon livello in una lingua che usi soltanto saltuariamente e non in tutti i contesti.


La canzone ungherese in appendice

Ancora un cantante della generazione dei miei genitori, e una sua bella canzone malinconica. Si tratta di Zorán e la sua Bella Giulia. E' un cantautore di origine serba, nato a Belgrado ma cresciuto in Ungheria. Scrive e canta in ungherese. Anche suo fratello Dusán è un musicista e soprattutto scrittore di testi di canzoni (anche lui scrive in ungherese). Negli anni Sessanta (fino al 1972) entrambi furono membri della beat band Metro.

Zorán - Szép Júlia


Tra noi c'erano un paio di case e forse un anno o due,
E io ero ancora un bambino rispetto a te.
Avevo paura che se te lo dicevo tu ci ridevi,
E avevo paura che te ne fossi già accorta da tempo.

Quante volte sono partito per venire da te,
E tu eri sempre sempre di fretta.
Ti aspettavano in delle macchine lunghe,
E io non ci credevo che non avevo chance.

Mi ricordo che ho pensato: va bene così,
Un giorno avrò fama e denaro,
Starò sotto i riflettori cantando sottovoce,
E allora anche tu mi avresti amato.

Ma nella nostra viuzza fangosa
E' appena accesa qualche luce.
Io avevo sempre freddo quando aspettavo te,
Sento ancora il profumo dell'inverno.

Bella Giulia, bella Giulia,
Forse ormai non ti riconoscerei,
Bella Giulia, bella Giulia,
Rimani allora bella per l'eternità.

Il pubblico rimane all'ombra,
E il mio cuore batte più forte,
A volte mi sembra di vederti qui,
Ma so che non sei mai venuta.

E in una via lontana
Forse piena di lampade luminose,
In macchine da sogno aspettano te,
E tu non guardi più indietro.

Bella Giulia, bella Giulia,
Forse ormai non ti riconoscerei,
Bella Giulia, bella Giulia,
Rimani allora bella per l'eternità.

(Per il testo in ungherese vedete qui.)

sabato 19 novembre 2011

Alla ricerca di una nuova macchina in Svezia

Ho sempre avuto la macchina da quando vivo in Svezia, ma non ne ho mai comprato una qui. Adesso invece ci tocca esplorare il mercato svedese delle macchine (per i motivi vedete il post precedente). Ormai che l'assicurazione ha deciso di non pagarci la riparazione della Suzuki e di farci un'offerta decente per ripagare il valore della macchina, ci siamo attivati per trovarne una nuova. Usata, naturalmente. Nuova costerebbe troppo, e poi una (non molto) usata ci va benissimo.

Abbiamo cominciato la ricerca spulciando tra gli annunci del mitico Blocket.se, sito in cui trovi di tutto e di più, dalle case ai vestiti ai mobili. Ultimamente anche degli annunci di lavoro. La cosa ganza di questo sito è che nella sezione "Bilar" (cioè: macchine) puoi raffinare la ricerca non solo in base alla marca o al prezzo, ma anche in base all'età, al chilometraggio e alla potenza del motore (impostando il minimo e/o il massimo desiderato). Noi siamo alla ricerca di una macchina che costi non più di 100mila corone (10.800 euro), abbia massimo 5 anni, un chilometraggio non superiore a 70 mila km, almeno 60 cavalli, e cinque porte. Queste sono le nostre esigenze. Il database contiene i dati di quasi 5 mila macchine nella regione di Örebro. Di queste non più di cento corrispondono alle nostre esigenze sopra descritte. Una buona metà degli annunci sono inseriti da concessionari. Noi, per motivi pratici, abbiamo limitato la ricerca alle macchine offerte da loro.

In settimana abbiamo visitato due concessionari a Örebro e oggi abbiamo preso una macchinina a noleggio per andare a vedere alcune macchine fuori città. Siamo andati fino a Norrköping, dove abbiamo trovato alcune offerte interessanti. Il sito ti permette di estendere la ricerca alle regioni confinanti con la tua, senza dover fare una ricerca separata per ogni regione. Finora abbiamo visto undici macchine, di cui abbiamo provato otto. E quelli che ci sono piaciute sono:
- una Skoda Fabia 1.4 16v Elegance del 2008, 68mila km, 86 hp, per 82.000 corone (nota negativa: il colore rosso acceso e la forma non proprio bella),
- una VW Polo 1.4 del 2008, 29mila km, 80 hp, per 96.000 corone (nota negativa: il prezzo, ma c'è da considerare che è una Volkswagen, una signora macchina),
- tre Citroen C3 1.4i, 73 hp: una del 2008/12, 44mila km, per 80.000 corone (color bordeaux, almeno non rosso acceso...); una del 2006/10, 60mila km, con il tagliando appena fatto, per 74.000 corone (colore verde chiaro bellino); e una del 2007/01, 32mila km, per 70.000 corone, lo stesso colore verde chiaro (nota negativa: la frizione è forse un po' allentata. Sarà il motivo del prezzo così basso?).

Questi sono i prezzi finali, perché - incredibilmente - siamo riusciti a trattarli praticamente tutti. Sarà che è novembre e per i concessionari è bassa stagione. E sarà che non diamo un'altra macchina usata indietro, ma paghiamo il prezzo intero. Insomma, adesso c'è da decidere. Voi quale scegliereste? Accettiamo volentieri consigli.

Poi ad affare concluso, scriverò più ampiamente del mercato svedese delle macchine usate e delle nostre esperienze. C'è qualche nota interessante.

In appendice vi lascio una canzone ungherese in tema, dal titolo "Corsa, Porsche, amore" ('corsa' nel senso di andare veloce in macchina...). E' una canzone simpatica degli anni Ottanta, molto famosa e popolare in Ungheria. Questa volta non la traduco. Forse si può intuire che non c'è molta poesia nel testo (cioè, in un certo senso sì, perché è un'oda alla velocità, alle macchine e all'amore).

Cserháti Zsuzsa & Charlie: Száguldás, Porsche, szerelem

sabato 12 novembre 2011

In ogni male c'è un po' di bene

Minden rosszban van valami jó. In ogni male c'è un po' di bene, dice un detto ungherese (ora l'equivalente italiano non mi viene...). Quanto ciò è vero lo posso illustrare con un fatto successo recentemente. Un evento di sfiga pura, di quelli che capitano a tutti ogni tanto nella vita, e che non puoi spiegare in altro modo che con la sfiga (o, ma sarebbe meno elegante, con la saggezza popolare "shit happens"). Ma sono quelle cose che quando ti succedono, cerchi di vederne i lati positivi o, per lo meno, pensare che poteva andarti anche peggio...

Vengo al dunque. L'ultima domenica di ottobre un signore ultrasessantenne (età precisa sconosciuta) in pieno giorno, alle quattro del pomeriggio, ha pensato bene a non vedere la nostra macchina tranquillamente e pacificamente parcheggiata al lato destro della nostra larghissima e scarsamente trafficata via, e ci ha dato una bella botta. Non so a che velocità sia successo l'impatto, ma fatto sta che la nostra macchina ha urtato contro altre due macchine parcheggiate davanti, quindi il signore con una sola svista è riuscita a distruggere tre macchine. O meglio, ha distrutto solo la mia, le altre due hanno subito un danno minore. Ma faccio prima a fare vedere la foto che spiegarlo.


Come vedete, la ruota è fuori asse e l'urto è stato proprio dal lato del serbatoio. Noi abbiamo trovato la macchina così la domenica mattina, abbandonata da sola al lato della strada con un nastro della polizia sul cofano su cui si leggeva "fordon kontrollerad" (veicolo controllato). Niente messaggi, né un foglio. Le altre due macchine danneggiate non c'erano più, e noi fino a lunedì non abbiamo saputo cosa era successo. Certamente siamo subito andati alla polizia, la domenica stessa, ma in Svezia (almeno a Örebro, speriamo che almeno a Stoccolma no) la domenica la polizia è chiusa. E' chiusa pure il sabato e nei giorni feriali dopo le 18 di pomeriggio (che qui è considerata sera). L'edificio era proprio fisicamente chiuso ed inaccessibile. Sinceramente non mi sembrava il caso di chiamare il 112. C'è anche un altro numero della polizia che uno può chiamare (114 14), ma è a pagamento, e mi dava venti minuti di attesa. Quindi anche no. Abbiamo preferito aspettare il lunedì mattina per sapere cos'era successo (e ci sono voluti alcuni giri prima di arrivare alla persona giusta che ce lo sapeva dire). Tanto il nastro della polizia sul cofano era rassicurante. Sapevamo che la polizia ci era già stata, e probabilmente sanno che cos'è successo.
(Non posso non rammentare che l'unica denuncia, di furto, che ho dovuto fare in Italia l'ho fatta il 25 aprile, e l'ufficio delle denunce di Firenze era apertissimo.)

Insomma, lunedì mattina abbiamo chiamato i carri attrezzi che hanno portato la macchina da un carrozziere. Siccome non conoscevamo alcun carrozziere in città, ci siamo affidati ai carri attrezzi. Certo che ci hanno portato la macchina dal carrozziere più caro! Finché non è arrivato il preventivo, ero tranquilla. Tanto sappiamo chi è stato, e paga l'assicurazione - pensavo. Poi è arrivato il preventivo. Di 108 mila corone... (circa 12 mila euro). Il doppio del valore della macchina. Ergo non si ripara. Ci toccherà comprare una nuova macchina con i soldi che ci dà l'assicurazione, e la nostra Suzuki, con un motore e un abitacolo intatti, sarà radiata. Se non fossi in Svezia, penserei a un inciucio tra il carrozziere e l'assicurazione. (Anche perché siccome mi verrà pagato il valore della macchina, non posso riprendere quel che ne rimane, ma se la tiene l'assicurazione...).

Con questa storia volevo però illustrare che in ogni male c'è un po' di bene, ovvero che poteva andare molto peggio. Prima di tutto avevo firmato il contratto di assicurazione due giorni prima dell'incidente. Non più o meno, ma esattamente due giorni prima. Avevo cominciato la procedura per immatricolare la macchina in Svezia a fine agosto, e mi hanno fatto fare un'assicurazione temporanea per il periodo in cui dovevo girare con una targa temporanea (di color rosso). La targa definitiva ci è arrivata una settimana prima dell'incidente, e ho scelto di fare anche la casco la prima volta in vita mia (con lo stipendio svedese me la posso permettere, e poi il rischio maggiore qui è una scivolata d'inverno o uno scontro con un animale piuttosto che un urto con un'altra macchina). Ve la immaginate che casino gestire un caso del genere con un'assicurazione straniera? Sarebbe stato un vero calvario.

Poi, a questa macchina non ero ancora affezionata. L'ho presa questa estate (ereditata da mio padre). Se fosse successo alla mia Punto Sporting che ho venduto questa estate, ci sarei rimasta molto male. Mi avrebbe preso proprio al cuore.

Poi, se succedeva d'inverno era peggio. Ora tutto sommato si può ancora girare in bici, quindi posso muovermi liberamente (più lentamente, ma liberamente, non legata agli orari degli autobus). E c'è anche un altro piccolo male che ora invece si è rivelato di essere un bene: non sono riuscita a trovare un posto in garage da affittare da novembre, ma solo da dicembre (nel parcheggio sotterraneo del palazzo di fronte al nostro). Con l'esperienza di un novembre come quello dell'anno scorso, ero preoccupata. Adesso invece mi romperebbe decisamente dover pagare il garage senza avere una macchina da parcheggiarci dentro. E abbiamo pure un novembre decisamente più mite.

Infine, ma non da ultimo, gestire tutta questa faccenda mi ha costretto a parlare in svedese a volte, e molto spesso a leggere o ascoltare lo svedese. Con una signora dell'assicurazione mi è capitato di parlare un misto di svedese e inglese. Cioè lei mi parlava in svedese, e io le rispondevo in inglese con un pizzico di svedese. E' stata in ogni caso una soddisfazione capirla. Le lettere e le comunicazioni ufficiali, poi, naturalmente sono tutte in svedese. Così ho potuto imparare diverse parole nuove, tipo fordon (veicolo), ersättning (compenso), skade (danno), ecc.

E via... Si comprerà una nuova macchina. Appena torna Gabriele dall'Italia iniziamo a girare i concessionari. Per fortuna l'assicurazione ci ha offerto una somma onestra, quindi aggiungendo magari due-tre mila euro possiamo comprarci una macchina decente (in ogni caso si parla di macchina usata...).


La canzone ungherese in appendice

A Pest (parte orientale di Budapest), nella piazzetta sotto i piloni del mio ponte preferito, il Ponte Elisabetta, si trova questa lapide: 


Le iscrizioni sono in lingue diverse e hanno significati diversi. L'unica scritta in ungherese è "miénk itt a tér". Vuol dire "questa piazza è nostra". Per un turista non vuol dire niente, ma se la legge un ungherese pensa subito a una canzone. E' una canzone del 1973 dei Locomotiv GT, o LGT, una delle rockband storiche del mio paese. Ed è una canzone con un significato per gli ungheresi. Se leggete il testo, capite anche perché gli LGT non furono ben visti dal regime e perché l'album in cui uscì questa canzone fu bannato, e uno dei chitarristi-cantanti si approfittò di un tour negli Stati Uniti, e non tornò mai più in Ungheria (morì otto anni dopo, a soli 34 anni, in circostanze poco chiare, sparato nel proprio letto). Ecco la canzone:

LGT - Miénk itt a tér


Questa piazza è nostra che ci siamo cresciuti,
Anche il palazzo è nostro che ce lo sopportiamo,
A noi tocca poca luce, c'è più ombra,
Nella nostra stanza buia anche il ragno tesse male la tela.

Questa piazza è nostra, questa piazza è nostra.

Nel nostro cortile crescono solo dei sommacchi,
La pietra delle nostre scale è consumata,
Questa piazza è nostra che ci siamo cresciuti,
Sono familiari i fischi che si parlano.

Questa piazza è nostra, questa piazza è nostra.

Andavamo spesso in giro nel pomeriggio,
In giardini curati, dove si sdraiava l'estate,
E quando veniva sera tornavamo a casa,
Lì ci accoglieva il canto della piazza.

(Per il testo in lingua originale vedete qui.)

Ho scelto questa canzone per la prima appendice musicale perché abbiamo scoperto non molto tempo fa la lapide nella foto, insieme a Gabriele, passeggiando lungo il Danubio come spesso facciamo. A me l'iscrizione ha subito ricordato la canzone, lui però non la conosceva. Perciò urgeva una spiegazione completa, insieme alla canzone stessa. :)

(P.S. Questo forse è il post più lungo finora nella storia di questo blog...)

lunedì 7 novembre 2011

Con la musica nel cuore

Ricominciano i tempi bui. Fa ancora relativamente caldo (con una massima sui 10 gradi), e ancora niente neve. Invece tante nuvole e sempre meno verde. Insomma, l'inverno è sempre più vicino, anche se pare che sarà più mite degli anni scorsi (così dicono...). Peggio. Perché tanto il vero problema dell'inverno scandinavo, a mio parere, non è il freddo, ma il buio. E la neve aiuta ad alleviare il buio.

Però non volevo scrivere di questo. Stavo pensando a un'altra cosa. Un pensiero che da tanto che vuole essere raccontato. Questo weekend mi è capitato di viaggiare in treno da sola e, essendo troppo stanca per fare qualcosa di più impegnativo, tipo leggere, ho semplicemente ascoltato musica sul mio iPod per due ore e lasciavo fluire i miei pensieri liberi. E pensavo anche al mio rapporto con la musica. Tante note che accompagnano la mia vita. Ogni periodo ha la sua colonna sonora. Ammiro la capacità della musica di richiamare emozioni, di portare alla superficie vecchi sentimenti sepolti nell'inconscio, di ricreare un'atmosfera ormai dimenticata (ne avevo già scritto una volta sull'altro blog). Per me è vero in modo particolare. E' incredibile quanto una canzone riesca a portarmi indietro nel tempo. Ed è incredibile quante volte mi abbia aiutato in momenti difficili. Fa parte di un mio rito di meditazione. E funziona un po' come una medicina omeopatica. La malinconia la combatto con le canzoni tristi. (E qui potrei anche citare un pensiero dello scrittore ungherese Sándor Márai, già tradotto sull'altro blog).


Words are flowing out like endless rain into a paper cup,
They slitter wildly as they slip away across the universe.
Pools of sorrow, waves of joy are drifting through my open mind,
Possessing and caressing me.
(...)
Nothing's gonna change my world, nothing's gonna change my world....

Il punto è che mentre l'inverno scorso ho cercato di illuminare il buio scandinavo con delle opere d'arte, con delle pitture in particolare, questa volta lo vorrei fare con la musica. Per me la musica è la prima tra le arti, quella che amo di più se dovessi scegliere. E forse avete già capito che la musica che mi affascina e mi trascina di più è il rock, sia quello classico che quello psichedelico degli anni Sessanta-Settanta. Sarà che sono figlia della generazione hippy (mio padre durante gli anni dell'università faceva il dj alla radio della casa dello studente dove abitava a Budapest, dove mia madre invece faceva da presentatrice, tra il 1970 e il 1975, proprio negli anni d'oro del rock), e a casa nostra c'era sempre la musica che così ha fatto parte della mia vita dal primo momento.

Siccome mi piace anche far conoscere il mio paese a chi è interessato, questo inverno, invece di opere d'arte degli Uffizi, in appendice ci saranno canzoni ungheresi con il relativo testo da me tradotto in italiano (pure tradurre mi piace, e saltuariamente lo faccio anche come lavoro). Quindi ogni tanto, tempo permettendo, troverete una canzone ungherese in appendice.

Per cominciare vi riporto il testo di una canzone ungherese che nella mia vita ha una certa attualità e che di certo associerò sempre a un momento particolare. E' una canzone il cui testo fu recitato dall'officiante al nostro matrimonio (non su richiesta nostra, ma come parte del suo discorso). Io prima non la conoscevo neanche (figuratevi Gabriele...). E' il testo di una canzone del 1972 di Zsuzsa Koncz, la nostra Mina, diciamo.


Koncz Zsuzsa - Itt a két kezem

Ecco le mie mani

Il sole dà luce alla stella,
La terra dà fiore al prato,
Il fiore dà miele alle api,
Ma cosa posso dare io a te?

La sorgente dà l'acqua al fiume,
La madre dà vita al figlio,
Il cielo dà stella alla notte,
Ma cosa posso dare io a te?

Sto pensando a cosa posso dare a te,
a cosa ti piacerebbe,
qualcosa che potresti tenere sempre con te?
Eccole, ti dò le mie mani,
lo sai bene che te le dò
perché è tutto quello che ho.

(Un grazie speciale alla mia amica Veronika che ha fatto da interprete al nostro matrimonio e che in quell'occasione ci ha letto la propria traduzione.)

Per il testo in lingua originale vedete qui.