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domenica 29 aprile 2012

Siamo tutti dei rifugiati

Ci sono tre tipi di immigrati qui in Svezia: ci sono quelli, come me, che sono venuti per lavoro; ci sono quelli che sono venuti per amore; e poi ci sono quelli che sono venuti per sopravvivere, temendo per la propria vita a casa loro. Siamo tutti dei rifugiati. Ognuno di noi è in cerca di un rifugio qui. In cerca di un lavoro dignitoso, in cerca dell'amore o in cerca di una vita semplicemente.

Ci sono comunque delle enormi differenze tra queste tre categorie di immigrati. In Svezia appartengo alla prima categoria, ma in Italia appartenevo alla seconda, quindi ho vissuto e vivo la differenza sulla mia pelle. La seconda categoria, il "rifugiato per amore", ha la situazione più privilegiata tra le tre. E' colui (o colei) che ha meno difficoltà ad inserirsi perché grazie ai legami sentimentali si guadagna una nuova famiglia. Far parte di una famiglia "locale" è il modo più efficace di conoscere veramente un popolo, le sue tradizioni e la sua mentalità. Perché nel posto di lavoro o accanto a una birra in un pub si possono fare tante chiacchere, ma è nell'intimità di una casa di famiglia che si capiscono molte cose, che si scoprono profondità nascoste e nessi inattesi. Per non parlare del fatto che non è affatto facile farsi degli amici svedesi qui in Svezia.

La terza categoria è quella che conosco meno e che, di conseguenza, mi incuriosisce di più. Sono i miei compagni al corso di svedese (SFI) e sono tra i miei studenti, ma non li conosco affatto. Sarei tentata di fargli tante domande personali, magari anche scomode, ma ovviamente non le posso fare. Mi incuriosisce ancora di più la situazione degli immigrati di seconda generazione, già nati e/o cresciuti in Svezia, che costituiscono più o meno la metà dei miei studenti, originari dei paesi più svariati del mondo. Durante un corso, grazie ai discorsi fatti a lezione e le chiacchiere fatte nelle pause magari verso la fine del corso quando si è già creata un po' di confidenza con gli studenti, mi arrivano dei frammenti di informazioni su cui basare un'impressione, ma non mi permetto mai di far loro delle domande personali.

Ho capito comunque che la situazione dei rifugiati veri, di coloro che sono scappati da una guerra o da una povertà insostenibile, è molto diversa dalla nostra. Loro non sono immigrati solitari, ma sono venute insieme alla famiglia allargata. Non solo nonni, genitori e figli, ma spesso anche zii e cugini. E credo che cambi tutto. Quello che mi incuriosisce di più, però, come ho detto, è la vita della seconda generazione. Come vivono loro? Come si sentono? Un po' svedesi e un po' no? E' un argomento difficile. L'altro giorno una mia studentessa di origine africana ma cresciuta in Svezia ha detto che considera la sua madre lingua lo svedese. Mentre un'altra di origine croata diceva che lei invece considera il croato la sua lingua madre. Alcuni colleghi mi dicono che lo svedese di questi ragazzi è peggiore degli svedesi "veri". Non sono ancora riuscita a capire quanto siano realmente integrati nella società svedese, se escono con i ragazzi svedesi o formano un gruppo da sè. A volte ho l'impressione che siano ben inseriti, altre volte invece mi sembrano separati. Non ho ancora ben capito la loro realtà.

Una cosa però ho capito: in Svezia non tutto è ciò che sembra. La verità è spesso celata da un velo di gentilezza. La gentilezza che nasconde tutto, che rende difficile capire molte cose. Inizio soltanto adesso a capire i loro discorsi, ma sono ancora lontana dal comprendere le sfumature in quel che dicono. Certo non posso dire che non ci sia più nulla da scoprire qui... Anzi, la vera scoperta comincia solo adesso.



La canzone ungherese in appendice

Ho già raccontato (qui), tanto tempo fa, di una rockopera ungherese, scritta all'inizio degli anni Ottanta sul primo re magiaro, Santo Stefano. Testo e musica sono l'opera di due membri del già citato gruppo Illés (i nostri Beatles che scrissero Good Bye London), Szörényi Levente e Bródy János. Di quest'ultimo ho riportato e tradotto una volta una canzone da solista, Ricordi da un centesimo.

Tutta la rockopera è un capolavoro assoluto, e a suo tempo ho messo qualche video di alcuni suoi pezzi. Adesso vorrei citarne un altro pezzo, una bellissima canzone toccante. Non sto a raccontare di nuovo la storia, l'ho già fatto nel post di un anno e mezzo fa. Aggiungo soltanto che questa canzone è cantata da Stefano, cioè il figlio del principe Géza ed aspirante re, e Réka, figlia del suo avversario, il capotribù Koppány.

István a király (Stefano il Re) - Oly távol vagy tőlem


Sei così distante da me

STEFANO:
Oh mio buon Signore, Gesù disse: chi di spada ferisce, di spada perisce,
Ma tra due fuochi solo un pazzo spera nella pace.
Dimmi quanto vale l'uomo se è senza peccato ma debole!
Dimmi quanto vale se si prepara ad una vittoria sanguinosa.

Oh mio buon Signore, io non so più a chi essere fedele.
La mia spada abbatte la tua legge se devo uccidere per proteggerti.
Dimmi quanto vale l'uomo se è senza peccato ma debole!
Dimmi quanto vale se si prepara ad una vittoria sanguinosa.

Sei così distante da me, eppure così vicino,
Non ti posso comprendere e non ti posso raggiungere.
Sei così distante da me, eppure così vicino,
Tu taci*, e io sento che il mio cuore risponde.

STEFANO (REKA) INSIEME:
Oh mio buon Signore, mi hai dato tu la mia anima e la mia situazione.
(Mio caro Signore, oh guarda giù a me!)
I miei nemici si schierano con me e il mio popolo si rivolge contro di me.
(Un fiore sbocciante nel tuo giardino.)
Dimmi quanto vale l'uomo se è senza peccato ma debole!
(Il mio cuore si spezza se penso a te.)
Dimmi quanto vale se si prepara ad una vittoria sanguinosa.
(Senza di te io appassisco.)

ENTRAMBI:
Sei così distante da me, eppure così vicino,
Non ti posso comprendere e non ti posso raggiungere.
Sei così distante da me, eppure così vicino,
Tu taci*, e io sento che il mio cuore risponde.

REKA:
Mio caro Signore, oh guarda giù a me!
Un fiore sbocciante nel tuo giardino.
Un fiore sbocciante nel tuo giardino.
Senza di te io appassisco.

(Per il testo in lingua originale vedi qui.)

* N.d.T. In ungherese la frase può avere un doppio senso. Il verbo 'tacere' in ungherese è hallgatni (qui: "te hallgatsz") che significa anche 'ascoltare'. Perciò questa frase può voler dire sia "tu taci" sia "tu ascolti". Scegliete voi qual'è la traduzione giusta. (La radice della parola è hallani che significa 'sentire', nel senso 'to hear').

sabato 17 marzo 2012

Particolarità delle macchine svedesi

Adesso che ho una macchina svedese vera e propria (anche se in realtà è francese, essendo una C3), cioè comprata qui in Svezia, ho potuto scoprire qualche particolarità che le mie macchine precedenti (entrambe acquistate e registrate in Ungheria) non avevano. Naturalmente tutte queste particolarità sono legate al clima nordico. Eccole.

Le gomme chiodate (dubbdäck)

In Svezia si usano le gomme chiodate d'inverno. Le gomme invernali (vinterdäck) sono obbligatorie dal 1 dicembre al 31 marzo. La maggioranza usa gomme chiodate, anche se le gomme invernali non devono essere necessariamente chiodate.

Io l'hanno scorso ho usato gomme invernali semplici (ed effettivamente nei giorni peggiori mi è capitato di scivolare un po'), ma la nostra nuova C3, siccome l'abbiamo comprata usata, aveva già le gomme invernali in dotazione e sono chiodate. In effetti sembrano tenere bene la strada, ma questo inverno era così mite che non ci sono state circostanze in cui testarle sul serio. Intanto aumentano un casino il rumore della macchina e il consumo di benzina.
Le gomme chiodate sono vietate in molti paesi europei, tra cui in Germania, quindi niente gite in macchina nel periodo invernale verso il vecchio continente...  Sono vietate anche in Ungheria. In Italia sono ammesse, ma non credo che le usino in molti. Forse qualcuno nelle Alpi, non so, ma in Toscana si comincia a scoprire che esistono le gomme invernali soltanto negli ultimi due-tre anni, da quando il rischio neve è diventato realtà.
Il divieto in Germania, in Olanda, in Ungheria e in altri paesi europei ha motivi economici e di sicurezza. Le gomme chiodate danneggiano l'asfalto se non è ricoperto di neve, quindi il loro uso è sconsigliato in posti dal clima più mite. Infatti, sono ammesse nei paesi nordici e nei paesi in cui ci sono montagne alte, come la Svizzera, l'Austria e l'Italia. Anche in questi paesi è vietato però usarle d'estate o nelle mezze stagioni. In Svezia per esempio si possono usare soltanto dal 1 ottobre al 15 aprile (qui il concetto di mezza stagione è un pochino diversa...). I possibili problemi di sicurezza sono legati al fatto che le gomme chiodate fanno diventare la superficie della strada più liscia aumentando così il rischio che si formi uno strato di ghiaccio.

Lo scaldamotore

Abbiamo pure questo nella nostra C3. In pratica è una comune presa sotto il cofano anteriore della macchina, vicino alla targa, che puoi collegare con un semplicissimo cavo da 220V a qualsiasi presa. Eccola sulla nostra macchina:

Ancora non abbiamo ben capito come funziona. Questo inverno alla fine c'è stata una sola occasione in cui lo avremmo voluto usare, dopo che la macchina era rimasta all'aria aperta per qualche giorno all'aeroporto di Västerås e le temperature erano sotto lo zero. Infatti, in molti parcheggi ci sono delle scatolette a cui collegare lo scaldamotore. Noi abbiamo il cavo in macchina, ma dopo averlo collegato alla presa della scatoletta non abbiamo capito come si accende! Pensavamo che partisse automaticamente. Invece no. E non siamo riusciti a trovare alcun bottone di accensione... Qualcuno sa come funziona?

I fari sempre accesi

Ho lasciato per ultimo la particolarità più curiosa. Quando ho cominciato a guidare in Svezia, ho notato subito che le macchine hanno i fari accesi tutto il giorno anche in città. Ora nella nuova C3 ho scoperto che non è possibile spegnere i fari. Si accendono automaticamente quando accendi il motore! Anzi, quando giri la chiave di accensione! Facendo un po' di ricerca su internet ho capito che dal 2011 è diventata una regola europea. Dunque oggi è obbligatorio tenere i fari sempre accesi ovunque e a qualsiasi ora in tutta Europa. Sembra però che qui in Svezia fosse così già prima. (Io sono arrivata nel 2010, e la nostra C3 è stata prodotta nel 2009.) E adesso molte macchine sono già prodotte in questo modo che non c'è proprio verso di spegnere i fari. Quindi da ora in poi niente musica romantica dalla radio per le coppie che si vogliono appartare con la macchina in cerca di un po' di intimità...


La canzone ungherese in appendice

C'è una canzone ungherese che per me è come una preghiera. Una canzone che mi ha dato forza in tanti momenti difficili, quando dovevo prendere decisioni difficili. Non mi ritengo religiosa, ma questo non vuole dire che non sono una persona spirituale. Se dovessi scegliere una preghiera per la mia religione personale indefinibile, sarebbe questa canzone.

Piramis - Őszintén akarok élni (1977)

Il video è da un concerto del 1992. Comincia con un lungo intro strumentale. La canzone vera e propria inizia al minuto 2:07 circa.


Voglio vivere sinceramente

Voglio vivere sinceramente,
Andare fino in fondo su ogni mia strada,
Credere in ciò che desidero,
E se ci credo combattere a qualsiasi prezzo.

Voglio vivere sinceramente
E ottenere una sola cosa:
Che la mia gioia non faccia del male a nessuno,
E se il mio cuore fa male, che non faccia troppo male.

A te chiederei una sola cosa:
Lasciami vivere sinceramente,
Sinceramente, liberamente, in bella maniera,
Più sinceramente di come ho vissuto ieri.

Che non debba mentire a nessuno
E se faccio una domanda
La risposta sia vera.

Vorrei avere fiducia in ognuno,
Credere che non si rivolgerà contro di me
E non mi tradirà mai.

 (Per il testo in ungherese vedete qui.)

venerdì 9 marzo 2012

Una vita quadrilingue

Si parla molto di bilinguismo, delle difficoltà e dei vantaggi che esso comporta, soprattutto in relazione ai bambini. Ma che si può dire di un quadrilinguismo formato in età adulta? Il quale sarebbe il mio caso. Anche se più che quadrilingue sono una bilingue "extended version", nel senso che delle quattro lingue che uso soltanto due sento davvero mie (l'ungherese e l'italiano).

La mia situazione è particolare per due motivi. Primo perché fino all'età di 22 anni circa ero assolutamente monolingue. Avevo già studiato altre lingue (l'inglese e l'italiano) prima, ma non le sapevo a tal punto da ritenermi bilingue. Le parlavo maluccio, insomma. E ragionavo esclusivamente in ungherese. L'italiano ha cominciato a prendere i suoi spazi nel mio cervello a partire dall'esperienza Erasmus, e pian piano ha conquistato sempre più terreno, anche grazie ai legami sentimentali che mi hanno poi riportato in Italia. Il fatto di conoscere quattro lingue di per sé non è una cosa così straordinaria. Ci sono milioni di persone nel mondo che parlano quattro e più lingue. Il punto è, e questa è la seconda particolarità della mia situazione attuale, che queste quattro lingue io le uso tutti i giorni. Vivo la quotidianità in quattro lingue. Scrivo e leggo molto in tutte e quattro, ascolto molto soprattutto lo svedese e l'italiano, mentre parlo molto l'inglese e l'italiano, un po' meno l'ungherese (quando sento i miei) e ancora meno lo svedese (quando mi faccio coraggio). Mi sono fermata un attimo a pensare come funziona questa vita quadrilingue per me. E da qui nasce questa riflessione.

Innanzittutto il mio è un quadrilinguismo "zoppicante" in quanto lo svedese non lo parlo ancora bene. Nonostante questo lo uso tutti i giorni. Soprattutto per iscritto. Leggo abbastanza e le mail di lavoro di natura amministrativa cerco di scriverle in svedese, tempo permettendo. Come comparatista ho il privilegio di usare tutte e quattro le lingue nel mio lavoro. Le mie pubblicazioni sono in inglese, italiano o ungherese, dipende per quale rivista, editore o convegno sto scrivendo. Come ricercatrice lavoro ancora molto più con gli italiani e gli ungheresi che con gli svedesi.

Il mio italiano non è perfetto, ma ormai non lo è neanche il mio ungherese. Spesso mi fermo a pensare come si dice qualcosa in ungherese quando scrivo perché ho paura di usare un'espressione inappropriata o inesistente. Tanto meno perfetto è il mio inglese. Perciò, tra me e me, mi lascio totalmente andare alla spontaneità del mio cervello. I miei appunti sono trilingui, la mia agenda è trilingue. Il mio blog è in italiano, ma il mio diario è in ungherese. Penso in un misto di italiano e ungherese (ma prevale l'italiano dato che è la lingua che parlo più spesso, a casa con Gabriele e con altri amici italiani qui a Örebro o per via virtuale). Il mio cervello sta bene così. Non si sente confuso. Finché... Finché non deve relazionarsi con gli altri in più lingue nello stesso contesto. Vale a dire in un ambiente internazionale. Due lingue le gestisco ancora benissimo. Quando diventano tre o più, allora comincia il casino...

La settimana scorsa siamo andati a sciare qualche giorno in Austria con mia madre. Il suo compagno (che non è mio padre) è austriaco. Vivono in Ungheria, ma passano spesso del tempo anche in Austria, come per esempio in settimana bianca. Sono una coppia buffa, perché lui parla tedesco, lei parla ungherese e si capiscono. Io non parlo tedesco. A forza di sentirlo parlare spesso capisco diverse parole, e il primo anno del dottorato ho pure frequentato un corso di tedesco a Firenze, ma con scarsi risultati. Con il compagno di mia mamma parlo in ungherese (almeno con me è costretto, a lei può rispondere in tedesco...). Gabriele non parla né l'ungherese, né il tedesco. Con i miei parla in inglese (anche con mio padre). Ecco. Immaginate le nostre cene in famiglia. In quel contesto mi capita di rivolgermi ad una persona nella lingua sbagliata. Mia madre qualche grossa risata si è già fatta quando le parlavo in italiano. E la cosa sconcertante è che finché lei me lo dice non ho idea come mai mi sta ridendo in faccia mentre io semplicemente le ho chiesto fino a che ora è aperto il supermercato. In italiano. Lei non sa una parola di italiano. Va bene, forse "pizza", "pasta", "spaghetti", ma già "buona notte" la devo rispiegare ogni volta se no dice "buenas noches", memore delle sue reminiscenze di spagnolo che ha studiato per un po' trent'anni fa. Mi chiede spesso come si dice questo e quello in italiano e poi lo dimentica sistematicamente. E chiama l'aceto balsamico, che le piace molto e in casa c'è sempre, sempre "acetico balsamico" (devo ammettere, suona più melodico...) nonostante io la corregga ogni volta. E' da poco che mi sono arresa e non la correggo più.

Insomma, ci sarebbe ancora molto da dire di questa vita quadrilingue, ma mi sono già dilungata troppo, quindi lascio le altre riflessioni per qualche futuro post...



La canzone ungherese in appendice

Continuando sulla scia del post precedente, vi faccio conoscere un altro grande esponente del rock ungherese degli anni Ottanta: i Karthago. Un gruppo dalla vita breve, ma a più riprese, e da un discreto successo internazionale (il loro primo album è stato tradotto in inglese ed è diventato disco d'oro anche in Austria). Fondati nel 1979 e sciolti nel 1985, si sono riuniti più volte durante gli anni Novanta per dare qualche megaconcerto. Questa canzone è una delle prime e più famose dei Karthago, e c'è chi la considera l'inno del rock ungherese. Il testo è molto importante. Considerate che è stata scritta nel 1981, in piena crisi del regime socialista.

Karthago - Apáink útján (1981)


Sulle vie dei nostri padri

Indaghiamo da dove siamo venuti,
Esaminiamo straniti le nostre mani.
In mille anni abbiamo già imparato a cosa servono bocca e cuore,
Ma ancora non sappiamo e non capiamo dove arriviamo.

Alberi centenari, storia,
Abbiamo devastato boschi e terre,
Cerchiamo gli anni passati,
Contiamo gli anelli annuali,
In mille anni abbiamo già imparato a cosa servono bocca e cuore,
Ma ancora non sappiamo e non capiamo dove arriviamo.

Percorriamo ancora le vie dei nostri padri,
balliamo le danze dei nostri avi da tempo,
Il magico cerchio lo crediamo una via nuova,
E spesso viviamo come loro.

Alberi centenari, storia,
Abbiamo devastato boschi e terre,
Cerchiamo gli anni passati,
Contiamo gli anelli annuali,
In mille anni abbiamo già imparato a cosa servono bocca e cuore,
Ma ancora non sappiamo e non capiamo dove arriviamo.

Percorriamo ancora le vie dei nostri padri,
balliamo le danze dei nostri avi da tempo,
Il magico cerchio lo crediamo una via nuova,
E spesso viviamo come loro.

Per il testo originale vedete qui.
E la versione inglese della canzone con cui hanno vinto un festival internazionale nel 1983. Nel video vedete anche il testo (in inglese) che è una buona traduzione dell'originale.

Karthago - Requiem

Forse non devo spiegare perché mi piace di più la versione ungherese. Per me sono entrambe canzoni da brividi... Guardate questo video dal loro ultimo concerto (di tre anni fa):

lunedì 9 gennaio 2012

La pizza giallo-blu

(BACK TO SWEDEN)

Stavolta non è una metafora. E' una cosa reale. Una ricetta che ho trovato in una rivista di cucina, Mitt kök ("La mia cucina"), che ha pubblicato un numero interamente dedicato a piatti italiani. L'ho comprata sia per trovare nuove ricette da provare sia per leggere un po' di svedese. In copertina ci fu pure la foto di un cuoco italiano, un certo Roberto, che vive in Svezia e sembrava di prestare il suo nome a questo numero. Invece, solo alcune ricette erano sue. Questa che sto per farvi vedere non può provenire dalla mente di un cuoco italiano...

Ovviamente non devo spiegare a nessun italiano che pizze strane si possono trovare all'estero. A volte pure in Italia, per carità... In Svezia la pizza-schifezza per eccellenza è la pizza kebab. Sì, è proprio quel che sembra: pizza con kebab sopra. Ma posso portare anche un esempio ungherese (e non solo): la pizza hawaii con prosciutto cotto e ananas. Quando ero piccola, sono stata pure capace di mangiarla. Poi mi sono trasferita in Italia.

Ecco la ricetta in questione con un'illustrazione fotografica:


(Non ho uno scanner a colori, perciò ho fatto una foto alla pagina col cellulare ed è venuta un po' così, ma se cliccate sull'immagine e la ingrandite potete leggere la ricetta.)

Siccome in natura è difficile trovare una verdura di color blu, ma l'inventore di questa pizza voleva essere leale alla patria e rappresentare la bandiera svedese, a tal scopo propone di usare un tipo di patata speciale, il c.d. blå kongo-potatisar. Questa variante della patata, per me fino ad ora sconosciuta, è diventata "la patata dell'anno" in Germania nel 2006... In tedesco del resto questa patata si chiama Blauer Schwede, "la svedese blu" (cosa non si impara leggendo Wikipedia...) Insomma, una variante nordica interessante della patata. Il colore giallo, altro elemento indispensabile di qualsivoglia simbolo patriottico svedese, è fornito da un comune peperone giallo (gul paprika). Infine, per insaporire ecco che si mette qualche pomodorino fresco e un po' di västerbottenost, un formaggio tradizionale svedese, secondo alcuni (svedesi) dal sapore simile al parmigiano. Voi la provereste?


Canzone ungherese in appendice (In memoriam Garas Dezső)

Dieci giorni fa, il giorno prima dell'ultimo dell'anno, il mio paese ha perso uno dei suoi attori più grandi. Garas Dezső (o per gli stranieri Dezső Garas) è scomparso dopo una lunga malattia a 77 anni. Un nostro Alberto Sordi, diciamo. E' stato un attore di teatro che però è diventato conosciuto grazie alla televisione e diversi film. Tra cui questa scena dal 1981, in cui insieme ad András Kern, un altro attore e comico ungherese, canta Egyedül nem megy, ovvero "Da solo non va". E' la canzone che in questi giorni si è sentita spesso in tv e alla radio in suo ricordo. (Garas è il secondo in ordine di apparizione, quello dal naso lungo.)


dal film Ripacsok (1981)
(significa circa "Gli istrionici")

sabato 10 dicembre 2011

Comprare una macchina (usata) in Svezia

Forse vi ricordate il post sulla ricerca di una nuova macchina e i precedenti. L'abbiamo trovata! Alla fine non è una di quelle tre su cui avevo chiesto il vostro consiglio (e non ne ho ricevuto nessuno), ma una quarta. E' una C3 superaccessoriata del 2009 con soltanto 11 mila km. Siccome è stata la prima volta che ho comprato una macchina in Svezia (dopo una lunga procedura di registrazione della mia macchina ungherese distrutta da quel *!y%<@ vecchietto un tranquillo sabato pomeriggio), ho avuto anche l'occasione di scoprire come funziona il mercato svedese dell'usato... E per tutti i fastidi avuti con le procedure legate all'immigrazione e al personnummer, ti rifai con l'efficienza e la semplicità delle procedure in altri ambiti, come la compravendita delle auto.

La nostra nuova macchinina sotto la prima nevicata dell'anno, 
mercoledì scorso

Come avevo già menzionato, abbiamo usato il mitico Blocket.se che è anche un ottimo strumento per una ricerca di mercato. Salta subito all'occhio la dominanza della Volvo, marchio svedese per eccellenza. Nella nostra regione su 5 mila macchine in vendita più di 800 sono Volvo. Questo significa quasi un quinto del mercato. Un po' meno popolare l'altra marca svedese, la Saab (con 300 macchine in vendita nella regione di Örebro). L'altra cosa più evidente è la predominanza delle macchine di grossa cilindrata. Questo si capisce subito anche semplicemente guardandosi intorno. Per dirla con i numeri, di queste 5000 macchine in vendita soltanto 270 hanno meno di 80 cavalli! Qui certo lo spazio non manca, ma io ho sempre avuto una certa avversione nei confronti delle macchine grosse che mi sembrano più dei treni che delle macchine...

Presa dalla curiosità, esaminando il database di questo sito, ho scoperto che in un mio post scritto un anno fa avevo torto. Scrivendo che qui la macchina non è uno status symbol (che è forse vero), ho anche scritto che si vedono poche Mercedes in giro. Insomma, questo non è vero. Ce ne sono tantissime. Dopo la Volvo e la Volkswagen è la marca più venduta, ha lo stesso share di mercato della Saab, almeno nella nostra regione. Dunque le macchine tedesche sono quelle più popolari, la BMW segue quasi di pari passo la Mercedes, mentre la Opel è un po' indietro. Poi vengono la Ford, le macchine giapponesi (Toyota, Hyundai, Mitsubishi e Nissan) e quelle francesi (Peugeot e Renault prima di tutte). Pochissime Fiat e, stranamente, pochissime Alfa Romeo. E, nonostante sia una marca giapponese, poche Suzuki. Siccome la nostra macchinina distrutta era una Suzuki Swift (che del resto si fabbrica in Ungheria, quindi nel mio paese è parecchio venduta), ho notato subito che sarebbe stato difficile trovarne un'altra uguale. Allora durante una visita a un concessionario di Citroen che vendeva anche Suzuki ho chiesto al venditore come mai ci fossero così poche Suzuki in giro. La risposta era che è perché la Suzuki non produce macchine di grossa cilindrata, quindi non è molto conosciuta in Svezia... E' evidente che qui la Smart serve a ben poco, ma non vedo neanche tutta questa esigenza di macchine grosse... Allo stesso tempo immagino che nella capitale il discorso cambi. Magari la prossima volta che andiamo a Stoccolma ci farò più caso.

Detto questo volevo raccontarvi delle procedure burocratiche da seguire per acquistare una macchina usata. In realtà c'è poco da raccontare. La cosa è semplicissima e velocissima. Abbiamo scelto la macchina e il giorno dopo è stata nostra. L'abbiamo pagata con carta di credito e il concessionario ci ha sistemato l'assicurazione entrando nel database delle compagnie di assicurazione con una propria password, in modo che l'assicurazione fosse subito valida e potessimo subito circolare. Dopo una settimana ci sono arrivati a casa due bollettini da pagare: uno dell'assicurazione e uno per il bollo.

Infine, un'ultima cosa assolutamente da raccontare che ci ha entusiasmato: l'incredibile trasparenza dell burocrazia svedese. Si sa che questo è un paese trasparente, ma continua a sorprenderci, perché non si finisce mai di scoprire fino a che punto. Sul sito del Transportstyrelsen, l'autorità responsabile dei trasporti, sono reperibili tutti i dati di tutte le macchine immatricolate in Svezia. In base al numero della targa puoi accedere (qui) a dati come nome e cognome del proprietario, anno di produzione e di immatricolazione, caratteristiche tecniche (a volte perfino il consumo medio), data dell'ultima revisione, costo del bollo e il numero dei proprietari precedenti. Per fax si può richiedere anche i dati degli ultimi due proprietari precedenti a quello attuale. Così abbiamo fatto noi con tutte le macchine potenzialmente interessanti che siamo andati a provare.


La canzone ungherese in appendice

Dopo alcune canzoni tristi è arrivato il momento di farvi sentire anche una allegra, se no pensate che gli ungheresi sanno fare soltanto musica lagnosa... :) I Beatrice (leggasi come in italiano), una rockband degli anni Ottanta, hanno una canzone molto simpatica che si è soliti urlare cantare in coro alle feste studentesche. E' una specie di "anti-canzoned'amore". Vi traduco il testo, così capite perché.

Ah dimenticavo... pure i Beatrice furono bannati dal regime, tanto per cambiare.

Beatrice - Azok a boldog szép napok

 Quei bei giorni felici

Ormai è solo un ricordo
Quando ancora non c'eri.
Quelle erano le estati vere,
Il tempo vola così veloce.

Quando non sei qui con me,
Mi prende la paura.
Mi sveglio a ogni minimo rumore,
Perché credo che tu sia tornata.

Tu non lo senti,
Non conosci il tormento
Di quando ti fermi per la notte,
E la speranza sogna la solitudine.

Appena arrivi diventa autunno,
E poi ad un tratto inverno,
La terra e il mondo cambiano,
Il vento soffia neve.

Addio bei giorni felici!
Non sai quanto è bello senza di te.
Addio bei giorni felici!
Non sai quanto è bello senza di te.

E' ormai solo un ricordo
Quando non c'eri ancora.
Quelle erano le estati vere,
Il tempo vola così veloce.

Il momento più bello è quando ci salutiamo,
E tu sali sul treno,
Con le lacrime agli occhi penso:
Speriamo che non lo perda!

Addio bei giorni felici!
Non sai quanto è bello senza di te.
Addio bei giorni felici!
Non sai quanto è bello senza di te.

Per il testo in ungherese vedete qui.

mercoledì 23 novembre 2011

Parlo svedese?

Forse è giusto porsi questa domanda nel post n. 100 di questo blog. Per ora è una domanda, ma sta per trasformarsi in un'affermazione. Non dichiaro ancora tra le mie lingue parlate lo svedese. Anche se capisco abbastanza bene quando lo leggo, non posso dire lo stesso quando lo ascolto. E poi l'ultimo scoglio ancora da superare: non lo parlo fluentemente.

La situazione in Svezia è particolare. Quasi tutti parlano inglese o almeno tutti lo capiscono. E' veramente eccezionale trovare una persona che non capisce l'inglese. Mi è capitato di recente con un venditore di auto, ma avevo dei seri dubbi se non lo capiva per davvero o si rifiutasse di capirlo. In genere tutti capiscono l'inglese - soprattutto come lo parlo io, in termini semplici e con una pronuncia tranquilla - anche perché lo sentono sempre in tv. I numerosi film, serie, reality e talkshow che arrivano dagli Stati Uniti o dall'Inghilterra sono trasmessi in lingua originale con i sottotitoli in svedese. Quindi l'inglese qui ti entra nell'orecchio anche senza volerlo. Si aggiungono poi l'affinità tra le due lingue e le migliaia di parole in comune.

Il punto è che, di conseguenza, qui in Svezia non sei assolutamente costretto a imparare la lingua, ma puoi benissimo cavartela con l'inglese. Ci sono diversi stranieri che vivono qui da tanti anni senza parlare lo svedese. Se non gli serve né al lavoro né a casa, molti non si sentono motivati per impararlo. Allo stato attuale, dunque, io lo svedese tendenzialmente lo capisco, ma lo parlo raramente. Tendo a rispondere in inglese, vuoi per mancanza di pazienza, vuoi per timidezza. Certamente è già un grande passo in avanti iniziare a capire, perché mi oriento e mi muovo molto meglio in qualsiasi contesto, ma è imbarazzante e frustrante non riuscire ad esprimermi in svedese se non al livello di un bambino di cinque-sei anni. Sebbene non mi serva né al lavoro (anche se ultimamente mi sono consapevolmente incollata degli impegni che richiedono la conoscenza dello svedese), tantomento a casa, sento molto l'esigenza di impararlo. La mia vita si è impoverita considerevolmente da quando nella quotidianità non riesco a capire le sfumature in quel che leggo e sento. Per me, curiosa di tutto e soprattutto di tutti, è un grosso limite. E la strada da fare è ancora tanta. Ci vogliono tanti anni per arrivare a un buon livello in una lingua che usi soltanto saltuariamente e non in tutti i contesti.


La canzone ungherese in appendice

Ancora un cantante della generazione dei miei genitori, e una sua bella canzone malinconica. Si tratta di Zorán e la sua Bella Giulia. E' un cantautore di origine serba, nato a Belgrado ma cresciuto in Ungheria. Scrive e canta in ungherese. Anche suo fratello Dusán è un musicista e soprattutto scrittore di testi di canzoni (anche lui scrive in ungherese). Negli anni Sessanta (fino al 1972) entrambi furono membri della beat band Metro.

Zorán - Szép Júlia


Tra noi c'erano un paio di case e forse un anno o due,
E io ero ancora un bambino rispetto a te.
Avevo paura che se te lo dicevo tu ci ridevi,
E avevo paura che te ne fossi già accorta da tempo.

Quante volte sono partito per venire da te,
E tu eri sempre sempre di fretta.
Ti aspettavano in delle macchine lunghe,
E io non ci credevo che non avevo chance.

Mi ricordo che ho pensato: va bene così,
Un giorno avrò fama e denaro,
Starò sotto i riflettori cantando sottovoce,
E allora anche tu mi avresti amato.

Ma nella nostra viuzza fangosa
E' appena accesa qualche luce.
Io avevo sempre freddo quando aspettavo te,
Sento ancora il profumo dell'inverno.

Bella Giulia, bella Giulia,
Forse ormai non ti riconoscerei,
Bella Giulia, bella Giulia,
Rimani allora bella per l'eternità.

Il pubblico rimane all'ombra,
E il mio cuore batte più forte,
A volte mi sembra di vederti qui,
Ma so che non sei mai venuta.

E in una via lontana
Forse piena di lampade luminose,
In macchine da sogno aspettano te,
E tu non guardi più indietro.

Bella Giulia, bella Giulia,
Forse ormai non ti riconoscerei,
Bella Giulia, bella Giulia,
Rimani allora bella per l'eternità.

(Per il testo in ungherese vedete qui.)

sabato 19 novembre 2011

Alla ricerca di una nuova macchina in Svezia

Ho sempre avuto la macchina da quando vivo in Svezia, ma non ne ho mai comprato una qui. Adesso invece ci tocca esplorare il mercato svedese delle macchine (per i motivi vedete il post precedente). Ormai che l'assicurazione ha deciso di non pagarci la riparazione della Suzuki e di farci un'offerta decente per ripagare il valore della macchina, ci siamo attivati per trovarne una nuova. Usata, naturalmente. Nuova costerebbe troppo, e poi una (non molto) usata ci va benissimo.

Abbiamo cominciato la ricerca spulciando tra gli annunci del mitico Blocket.se, sito in cui trovi di tutto e di più, dalle case ai vestiti ai mobili. Ultimamente anche degli annunci di lavoro. La cosa ganza di questo sito è che nella sezione "Bilar" (cioè: macchine) puoi raffinare la ricerca non solo in base alla marca o al prezzo, ma anche in base all'età, al chilometraggio e alla potenza del motore (impostando il minimo e/o il massimo desiderato). Noi siamo alla ricerca di una macchina che costi non più di 100mila corone (10.800 euro), abbia massimo 5 anni, un chilometraggio non superiore a 70 mila km, almeno 60 cavalli, e cinque porte. Queste sono le nostre esigenze. Il database contiene i dati di quasi 5 mila macchine nella regione di Örebro. Di queste non più di cento corrispondono alle nostre esigenze sopra descritte. Una buona metà degli annunci sono inseriti da concessionari. Noi, per motivi pratici, abbiamo limitato la ricerca alle macchine offerte da loro.

In settimana abbiamo visitato due concessionari a Örebro e oggi abbiamo preso una macchinina a noleggio per andare a vedere alcune macchine fuori città. Siamo andati fino a Norrköping, dove abbiamo trovato alcune offerte interessanti. Il sito ti permette di estendere la ricerca alle regioni confinanti con la tua, senza dover fare una ricerca separata per ogni regione. Finora abbiamo visto undici macchine, di cui abbiamo provato otto. E quelli che ci sono piaciute sono:
- una Skoda Fabia 1.4 16v Elegance del 2008, 68mila km, 86 hp, per 82.000 corone (nota negativa: il colore rosso acceso e la forma non proprio bella),
- una VW Polo 1.4 del 2008, 29mila km, 80 hp, per 96.000 corone (nota negativa: il prezzo, ma c'è da considerare che è una Volkswagen, una signora macchina),
- tre Citroen C3 1.4i, 73 hp: una del 2008/12, 44mila km, per 80.000 corone (color bordeaux, almeno non rosso acceso...); una del 2006/10, 60mila km, con il tagliando appena fatto, per 74.000 corone (colore verde chiaro bellino); e una del 2007/01, 32mila km, per 70.000 corone, lo stesso colore verde chiaro (nota negativa: la frizione è forse un po' allentata. Sarà il motivo del prezzo così basso?).

Questi sono i prezzi finali, perché - incredibilmente - siamo riusciti a trattarli praticamente tutti. Sarà che è novembre e per i concessionari è bassa stagione. E sarà che non diamo un'altra macchina usata indietro, ma paghiamo il prezzo intero. Insomma, adesso c'è da decidere. Voi quale scegliereste? Accettiamo volentieri consigli.

Poi ad affare concluso, scriverò più ampiamente del mercato svedese delle macchine usate e delle nostre esperienze. C'è qualche nota interessante.

In appendice vi lascio una canzone ungherese in tema, dal titolo "Corsa, Porsche, amore" ('corsa' nel senso di andare veloce in macchina...). E' una canzone simpatica degli anni Ottanta, molto famosa e popolare in Ungheria. Questa volta non la traduco. Forse si può intuire che non c'è molta poesia nel testo (cioè, in un certo senso sì, perché è un'oda alla velocità, alle macchine e all'amore).

Cserháti Zsuzsa & Charlie: Száguldás, Porsche, szerelem

mercoledì 27 aprile 2011

Ricordi da un centesimo

Tutte le cianfrusaglie, ciarpame
accumulato negli anni,
giacciono sparpagliati
sugli scaffali, e dappertutto.

Una candela, delle perle,
un biscotto spezzato in due,
fermagli, braccialetti
e una collana rotta da tempo.

I miei ricordi da un centesimo mi sono tanto cari,
non ho la forza per buttarli, tutti privi di valore.
I miei ricordi da un centesimo mi sono tanto cari,
lo sanno loro quanto vale la mia vita.

Il fiore finto che da tanti anni ormai
è sbocciato alla giostra,
non ha più né luce, né profumo,
ma custodisce ancora i propri sogni.

La bambola di pezza prende polvere
e giace lì sul tavolo,
la sua anima è già salita in cielo,
ma non riesco a seppellirla.

I miei ricordi da un centesimo mi sono tanto cari,
non ho la forza per buttarli, tutti privi di valore.
I miei ricordi da un centesimo mi sono tanto cari,
lo sanno loro quanto vale la mia vita.

Neanche l'orologio ticchietta più,
il suo cuore fragile si è infranto,
il piccolo specchio, sebbene opacamente,
conserva ancora i volti.

Una vecchia canzone scorre sul nastro,
e ormai i rumori sovrastano le note,
ma ogni tanto, quando la metto,
richiama i tempi passati.

I miei ricordi da un centesimo mi sono tanto cari,
non ho la forza per buttarli, tutti privi di valore.
I miei ricordi da un centesimo mi sono tanto cari,
lo sanno loro quanto vale la mia vita.

[traduzione mia]

E' la traduzione del testo di una canzone ungherese, uscita nell'anno in cui sono nata. Per il testo originale vedete qui.



János Bródy - Filléres emlékeim (1980)

Sono due mesi e mezzo che non torno in Ungheria, e più di un mese che non mi muovo dalla Svezia. Negli anni mi sono accorta che non ce la faccio a stare bene per più di tre mesi distante da casa. Dopo tre mesi sento un forte desiderio di tornare, anche se solo in visita, in Ungheria. Questo era vero pure quando abitavo a Firenze, ed è ancor più vero adesso. Pure a Firenze mi capitava di guardare la cupola del Duomo ma in realtà sognare il Ponte delle Catene.

Adesso la situazione si è solo complicata. Perché la mia nostalgia, e il limite di tre mesi, sarà diretta verso due paesi... Intanto tra dieci giorni torno in Ungheria per qualche giorno. E non vedo l'ora di rivedere i posti  della mia infanzia e della prima parte della mia gioventù, oltre che naturalmente la famiglia e magari alcuni amici. Finché posso tornare spesso sia in Ungheria che in Toscana, mi posso ritenere davvero fortunata. Altrimenti non credo che riuscirei ad avere una vita felice all'estero.

mercoledì 3 novembre 2010

Una vita da comparatista

Sembra davvero il mio destino la comparazione. E' diventata per me il migliore strumento per imparare e scoprire, sia da giurista che nella vita privata. La comparazione giuridica mi ha aperto gli occhi e ha cambiato completamente la mia visione del diritto, così come l'esperienza di vivere in un paese estero ha cambiato tanti tratti della mia personalità (come aveva scritto un mio amico in un suo commento, ha "tirato fuori aspetti del mio carattere che sospettavo di avere ma che ancora non erano emersi in superficie").
(Avevo scritto una breve riflessione sulla comparazione nell'altro blog tempo fa.)

La mia situazione poi è particolare, in quanto questi tre paesi (Ungheria, Italia e Svezia) mi permettono di guardare l'Europa da tre angolazioni diverse: crescere in un paese dell'Europa dell'Est che ha una storia così particolare come l'Ungheria, parte della Mitteleuropa, isolata in mezzo ai paesi slavi con la sua lingua ugro-finnica, di un'identità complessa, e poi conoscere la cultura italiana e la mentalità mediterranea, culla della nostra cultura europea, così ricca di arte e storia, carica di umanità e di spontaneità, e poi arrivare in un paese dell'Europa del Nord, è un percorso secondo me molto fortunato.

Ci sono cose per cui la Svezia mi ricorda l'Ungheria, altre in cui è più simile all'Italia, e altre per cui invece non c'entra niente con nessuna delle due. Per certi versi l'Ungheria sembra una via di mezzo tra l'Italia e la Svezia. Volete sapere cosa accomuna la Svezia e l'Italia dal punto di vista di una persona che viene dall'Europa dell'Est? Più cose che immaginereste. Italia e Svezia sono due paesi ricchi che negli anni Sessanta e Settanta hanno vissuto una fase di crescita economica, mentre l'Ungheria era ancora un paese satellite dell'Unione Sovietica (sebbene fosse il paese più benestante del blocco sovietico, "la baracca più allegra del campo socialista" come si soleva chiamarla). Italia e Svezia furono entrambe protagonisti della storia d'Europa, a volte dominatori di altri popoli e colonizzatori (anche se in misura ovviamente molto minore dell'Inghilterra o della Spagna), mentre l'Ungheria, trovandosi in una zona cuscinetto tra est e ovest, ha subito numerose invasioni e tentativi di invasione (arrivarono i mongoli nel Duecento e poi i turchi nel Trecento), come però del resto pure l'Italia che è particolarmente esposta per via del Mar Mediterraneo. 
Ma a parte gli aspetti storici, posso dirvi anche che sia l'Italia che la Svezia sono popoli di mare, mentre l'Ungheria ha solo il lago Balaton (non per caso lo chiamiamo "il mare ungherese"), quindi non ha una cultura marinara (infatti, non si spiega come mai invece siamo così forti negli sport acquatici... nuoto, pallanuoto e canoa soprattutto).

Se volete capire l'identità complessa del popolo magiaro, vi consiglio di guardare e ascoltare una rockopera, "Stefano il Re" (István a király) scritto all'inizio degli anni Ottanta da una delle band più importanti della storia della musica ungherese, gli Illés. Qui sotto vedete due video. Al minuto 5:50 del primo inizia la scena del funerale del Principe Géza. La bara è seguita da un gruppo di preti  cristiani, invitati  dal principe Géza per convertire il popolo al cristianesimo, per cui suo figlio (battezzato István, cioè Stefano, secondo il rito cristiano) dovrà combattere Koppány, un altro capotribù magiaro che invece vede l'arrivo dei preti  da Roma come un'invasione di forze straniere, e pretende il trono in base al principio di anzianità, applicato dalle tribù magiare, mentre nell'Europa cristiana applicavano la regola della primogenitura. Al funerale del padre di Stefano la musica inizialmente è pagana, seguita dal Kyrie Eleison cantato dai preti. Le due melodie (quella pagana e quella cristiana) lentamente si fondono, e alla fine rimane soltanto il canto religioso dei preti. Questo pezzo della rockopera riassume e simboleggia le radici del mio paese. (Purtroppo è tagliato in due parti, continua nel secondo video.)


 

Questi video sono dalla registrazione del debutto, nel 1983, e rappresentano bene il clima dell'inizio degli anni Ottanta: una sempre maggiore apertura politica del paese e una sempre maggior libertà acquisita dagli artisti. Questa rockopera è diventata uno degli simboli del nostro cambio di regime. C'è stato uno spettacolo nel Népstadion (Stadio del Popolo, come lo chiamavano allora e fino a poco tempo fa, adesso si chiama Puskás Ferenc Stadion) nel 1990, appena dopo le prime elezioni democratiche, dove c'ero anch'io insieme ai miei genitori e ad altre sessantamila persone. E' un vero peccato che all'epoca fossi troppo piccola per comprendere l'emozione del momento... 
Ecco un video (purtroppo di pessima qualità) di quello spettacolo del 1990 nel Népstadion. Anch'io devo essere lì da qualche parte in una delle ultime file della scalinata. La canzone è una delle più famose della rockopera. (E' la danza di Torda, uno sciamano pagano.)

 

(Sarà che mi manca l'Ungheria? Ci torno domani! Dopo un'insolita assenza di quattro mesi...)