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sabato 31 maggio 2014

Curiosità linguistica #4 - Che peccato!

Premessa qui.

Che peccato!

Voi italiani per esprimere dispiacere usate la parola 'peccato'. "Che peccato che non puoi venire!" Come se ci fosse una colpa. Fanno così anche gli inglesi e gli svedesi. What a pity! Vad synd! Se ci penso mi fa senso dirlo. Che c'entra il peccare con il dispiacere? In inglese in realtà 'pity' vuol dire anche 'pietà', 'compassione, ma conoscendo l'espressione equivalente in italiano e in svedese immagino che pure in inglese significhi 'peccato' in questa esclamazione. In ungherese si usa un'altra parola. Noi diciamo "Che danno!" (Milyen kár! o De kár!). "Che danno che non puoi venire!" Altro che colpa! :)

domenica 18 maggio 2014

Curiosità linguistica #3 - Arrivo!

Premessa qui.

"Arrivo!"

E' un'esclamazione da annoverare tra le espressioni italianissime. Ultimamente, da quando ho una bimba piccola a casa, lo dico davvero spesso, come potete immaginare. A volte lo dico in italiano, a volte in ungherese, dipende se è presente anche Gabriele o meno. Così mi sono resa conto che non posso usare lo stesso verbo nelle due lingue. In ungherese devo dire "vengo" (jövök). Dire "arrivo" (érkezem) suona decisamente strano. Credo che sia lo stesso in inglese e in svedese. In inglese si direbbe "I'm coming!", in svedese "Jag kommer!". Dire "I'm arriving" o "Jag ankommer" non avrebbe molto senso (per lo svedese aspetto comunque conferma da chi lo conosce meglio di me...). E' simpatica questa differenza. Per l'italiano importa il risultato, agli altri l'azione. In italiano mi sembra una promessa più forte.

venerdì 25 aprile 2014

Curiosità linguistiche

Usando quattro lingue quotidianamente (italiano, ungherese, svedese, inglese, in questo periodo in quest'ordine), scopro mille loro piccole particolarità che sarebbero da approfondire. Ovviamente appena scoperte, me le scordo puntualmente. Così ho deciso di prenderne nota subito nel mio cellulare, e quale posto migliore se non il blog per fare qualche piccola ricerca linguistica ogni tanto? Così mi metto in ordine le idee, le immortalo e le condivido con altri.

Si tratterà di riflessioni linguistiche (ne ho già scritte tante in realtà) che possono riguardare qualsiasi di queste quattro lingue, alcune di esse o anche tutte. Questioni etimologiche o grammaticali, espressioni particolari, problemi di traduzione, la pronuncia, ecc. Accanto a una bambina di pochi mesi non c'è molto tempo da dedicare a questi passatempi, quindi una curiosità alla volta, ogni tanto. Ho già annotato diverse cosette. Cominciamo con questa.

L'importante è vincere

Chi di voi conosce lo svedese probabilmente ha già notato che in italiano non c'è differenza tra vincere una partita o vincere alla lotteria. Nel senso che si usa lo stesso verbo. Anche in inglese puoi vincere una gara (to win a competition) o l'attenzione di qualcuno (to win the attention of someone), non importa, sempre vincere è. In svedese e in ungherese, però, ci sono due verbi che significano 'vincere' e non sono completamente interscambiabili. Perché 'vincere' può riferirsi a due concetti diversi: si può vincere contro qualcuno o qualcosa (in una competizione o in una guerra), oppure si può vincere nel senso di guadagnare (un premio o l'attenzione di qualcuno, per esempio). Nel primo caso lo svedese usa il verbo att besegra, l'ungherese il verbo győzni. Per il secondo caso lo svedese ha il verbo att vinna e l'ungherese il verbo nyerni.

Questi due verbi in certi contesti possono essere sinonimi, in altri è un errore scambiarli. Vinna e nyerni ('vincere' nel senso di 'guadagnare') hanno un significato più ampio, e possono spesso essere usati al posto di besegra o győzni, ma non è vero il contrario. Un giocatore dopo una vittoria potrà esultare dicendo 'Nyertünk!' ('Abbiamo vinto!'), ma quasi certamente dirà 'Győztünk!' che è un verbo più forte. Non si può però usare il verbo győzni per dire che hai vinto alla lotteria o che vuoi vincere l'attenzione di qualcuno. Anche perché uno (nyerni/vinna = vincere qualcosa) è un verbo transitivo, l'altro (győzni/besegra = vincere contro qualcosa/qualcuno) no. 'Trionfare' può forse essere una buona traduzione del secondo in certi contesti, ma non sempre. 'Trionfare' è una parola ancora più forte, vuol dire stravincere, vincere clamorosamente. Győzni/besegra non necessariamente. (Lo svedese conosce anche il verbo triumfera, mentre in ungherese si direbbe diadalmaskodni.)

Questo è uno di quei casi che fanno capire che se conosci una lingua sola, certi problemi non ti poni neanche. Spesso è il confronto con altre lingue che ti fa capire certi limiti o, al contrario, ricchezze della tua lingua. Inoltre, questo è uno di quei casi in cui la mia lingua mi ha aiutata a comprendere meglio lo svedese.

giovedì 4 aprile 2013

L'etimologia di Pasqua

Alla faccia della mia promessa di novembre, presto ho abbandonato l'idea dei post etimologici-comparati. Cioè, in realtà, non è stata l'idea ad essere abbandonata ma la sua realizzazione. Per gli stessi motivi per cui ho un po' abbandonato il blog in generale. Na de sebaj, direbbe un ungherese (che significa circa 'però nessun problema'), non è mai tardi per recuperare. Allora colgo l'occasione della recente festa per raccontarvi l'origine di una parola: della Pasqua, appunto. Il nome di questa festività è simile in italiano (Pasqua) e svedese (Påsk), di radice comune, è però molto diverso in inglese (Easter) e ungherese (Húsvét), il che mi ha incuriosita e spinta ad approfondire.



Pasqua e Påsk derivano dall'aramaico pasha! Trasmesso alle lingue europee dall'ebraico, attraverso il greco, quindi un bel viaggio lungo. La parola significa 'passaggio'. L'ebraico pesach è una festa che commemora la liberazione del popolo ebraico dalla schiavitù egiziana. Passaggio, quindi, nel senso concreto, con riferimento all'uscita dall'Egitto grazie a Mosé. Nel cristianesimo divenne la festività che tutti conoscete bene. E' la celebrazione della resurrezione di Gesù e, quindi, passaggio in un senso spirituale dalla vita terrena alla terra promessa del cielo. Lo svedese, insieme alle altre lingue scandinave, ma al contrario del tedesco e dell'inglese, ha preso la parola dal latino, o comunque da una delle lingue latine.

In ungherese la parola húsvét è legata alla festività cristiana, ma non sta ad indicare un concetto spirituale come la resurrezione o altre cose simili. Ha un significato molto più "terra-terra". Vuol dire letteralmente (ri)presa (vét) della carne (hús), cioè il fatto di tornare a mangiare la carne dopo un lungo periodo di digiuno che precede la Pasqua. Ormai gli ungheresi non ci pensano più, essendo una parola abbastanza corta, è facile non rendersi conto del suo significato originale. Mostra una certa pragmaticità rispetto alla parola italiana che invece ha un significato spirituale. Si dice che húsvét sia una traduzione dalle lingue slave meridionali (la Slovenia e la Croazia oltre ad essere paesi confinanti, furono parte dell'Impero austro-ungarico per secoli).

Infine, Easter è un'antica parola inglese, di origine pagana. Eastre è il nome di una dea che veniva celebrata il giorno dell'equinozio di primavera. Easter a sua volta deriva dal proto-germanico Austron. Insomma, una parola germanica che non ha niente a che vedere con l'aramaico pasha o l'ebraico pesach.

Trovo molto affascinante come l'etimologia possa aiutare a capire la nostra storia e trovare le nostre radici. L'origine della parola 'Pasqua' mostra chiaramente che alcune festività pagane ed ebraiche sono state trasformate in festività cristiane successivamente. Di questa "cristianizzazione" delle feste hanno scritto in molti, quindi io mi limito a riportare qualche link per chi ha voglia di approfondire:

giovedì 20 dicembre 2012

Buon Natale in tutte le lingue del (mio) mondo

(Parafrasando Pieraccioni...)

Questo mese sono stata poco ispirata a scrivere sul blog, vuoi per stanchezza vuoi per pigrizia. In questo periodo sono un po' sopraffatta dagli impegni di lavoro (soprattutto didattici), e la sera non ho molta voglia di fare nulla di impegnativo. Però un'idea di post mi è venuta, anche poco originale (che conferma quanto detto sopra), ed è senz'altro da scriverlo prima delle feste.

La parola "natale" è molto diversa in ognuna delle mie quattro lingue, di radici completamente differenti. Così mi è venuta voglia di analizzare l'etimologia di queste quattro parole:
Christmas (inglese)
Natale (italiano)
Jul (svedese, ma anche danese e norvegese)
Karácsony (ungherese)

La parola italiana 'Natale' si fa presto a spiegarla. Significa 'giorno di nascita', e si intende quello di Gesù, ovviamente. Così anche in altre lingue neolatine: noel in francese (con due punti sulla 'e'), natal in portoghese e navidad in spagnolo. Perciò non è una parola così antica, ma coetanea del cristianesimo. Ha un signifato religioso anche la parola inglese. Infatti, Christmas sta per 'messa di Cristo', e deriva dall'antico inglese Cristesmaesse. La parola Cristo a sua volta, però, deriva dal greco, mentre maesse viene dal latino. La stessa costruzione si trova in olandese (Kerstmis), nello scozzese (Christenmas), e l'hanno scelto pure per l'esperanto (Kristnasko).


La parola inglese di oggi però non ha nulla a che vedere con il 'natale' nordico. Jul ha un'origine molto più risalente del cristianesimo. E' una parola germanica, anche se le radici esatte sono ignote, e segnava un periodo o una festività invernale (se volete saperne di più vedete qui e qui). Jul è diffuso in tutta l'area nordica, l'hanno recepito pure il finlandese e l'estone che sono due lingue ugro-finniche (come l'ungherese). Il tedesco invece ha "scelto" la via inglese, anche se con una variazione: Weihnachten, cioè 'notte sacra'.


Sembra che la diffusione di questa parola sia un fattore geografico più che di affinità linguistica o di comunanza religiosa. L'ungherese karácsony è, infatti, un prestito slavo dove originalmente significava il solstizio. Una variante della stessa parola oggi è usata per indicare la festa di Natale sia da ortodossi: rumeni (che poi non sono slavi, ma neolatini) e bulgari (che invece sono slavi), che da cristiani occidentali: cechi,  slovacchi e ungheresi. Ecco perché sembra più un fatto geografico che di legame religioso-culturale.


E se volete sapere come si augura Buon Natale in ungherese, ecco alcuni suggerimenti:
- Boldog karácsonyt! - "Felice Natale!"
- Áldott karácsonyt! - "Benedetto Natale!"
- Békés karácsonyt! - "Sereno Natale!"
...e la versione classica completa e più formale: Kellemes Karácsonyi Ünnepeket Kívánok!, letteralmente "auguro piacevoli feste natalizie".

Insomma, Buon Natale a tutti voi in tutte le lingue del (mio) mondo!

Chiudo con una scena di una commedia inglese incantevole che ormai ho visto e rivisto in tutte le mie lingue:


lunedì 26 novembre 2012

Emozioni

Emozione. Un'altra parola molto italiana. Non che non esista in nessun'altra lingua, ma perché è così ricorrente nei discorsi degli italiani. E nella vita degli italiani. Talvolta penso a quanto ho imparato in Italia. Incredibilmente tanto. Di vivere. Di accettare, anzi, di apprezzare le contraddizioni. Di vivere le emozioni. Di riconoscerle. Di acclamarle. Di farne una ragione di vita. E poi penso a che ne è stato di questo modo di vivere. Qui in Svezia. Di tutta quell'umanità e calore. Ne ho portato un pezzettino con me. Sicuramente ho portato l'amore con me, che è la cosa più importante. Ma che ne è stato delle piccole emozioni quotidiane? Delle emozioni suscitate dalla bellezza. Delle emozioni suscitate dall'imprevedibilità. Della gioia dei sensi nelle piccole cose quotidiane: la vista di opere d'arte dal vivo, il gusto dei sapori raffinati. Gioia dei sensi che fa parte della vita quotidiana di ogni italiano.

Emozione: dal latino emotus, participio passato di emovere = trasportare fuori, smuovere, scuotere. L'emozione ti scuote. Ti smuove.
I sinonimi secondo il dizionario etimologico sono: agitazione, sollevamento di spirito, entusiasmo, commozione. Sollevare lo spirito. Che bella espressione! Si può dire anche in ungherese: lélekemelő ('che solleva lo spirito'), ma ha un significato più preciso di 'emozionante' ed è nettamente positivo, mentre un'emozione può essere anche negativa. Anche in svedese si può dire sinnesrörelse ('movimento dell'animo'), ed etimologicamente è un'imitazione dell'espressione latina motus animi.

Non esiste però una traduzione perfetta di 'emozione' né in ungherese né nelle lingue germaniche. (Lo conferma Buck nel suo fantastico libro citato nel post precedente.) L'ho sempre trovata una mancanza significativa. Da quando sono diventata un po' italiana mi manca molto questo termine quando parlo in ungherese. Abbiamo la parola latina emóció, ma non è di uso tanto comune. Suona un po' scientifico. In inglese emotion è almeno una parola comune, e credo che lo sia anche in svedese (scritto ugualmente emotion), ma attendo conferma dai più esperti.

In svedese esiste poi la parola känsla, dal verbo 'att känna', sentire. Vuol dire però più sentimento che emozione. Tra sentimento ed emozione c'è una bella differenza. Secondo il dizionario känsla significa anche 'sensazione'. Ma anche tra sensazione ed emozione c'è una bella differenza. Infatti, anche in ungherese una traduzione potenziale è érzés ovvero 'sentimento' o 'sensazione', da érezni = sentire. (Ho usato la parola életérzés in un post precedente.)

Chiudo con tre canzoni di un artista la cui musica è pura emozione. Me l'ha fatto conoscere un mio amico fiorentino, perciò mi ricorda gli anni fiorentini.

giovedì 1 novembre 2012

Parole al buio

Ci risiamo. Stiamo andando verso l'inverno inesorabilmente. E' passato l'equinozio, abbiamo lasciato l'ora legale, le giornate si stanno accorciando a vista d'occhio. Ci vuole di nuovo un passatempo che porti luce nelle lunghe serate buie. Il primo anno mi sono dedicata all'arte, il secondo anno alla musica, stavolta mi dedicherò alla terza passione, la lingua, rischiando di trasformare questo blog in una rassegna linguistica, ma tant'è.

Il destino vuole che la sala di lettura della biblioteca dove vado a lavorare quando mi capita di passare qualche giorno a Göteborg sia piena di dizionari, vocabolari ed enciclopedie linguistiche. Come faccio a non dargli un'occhiata? Infatti, nelle pause del lavoro mi dedico ad esplorare questi scaffali e sfogliare i libri. Ho trovato diversi tesori che sarebbe un sogno avere a casa. E via via in queste pause faccio delle mini-ricerche, scopro curiosità e faccio collegamenti. Purtroppo non ho trovato alcun libro sulla lingua ungherese, ma c'è molto sulle altre mie tre lingue: l'inglese, lo svedese e l'italiano. E intanto ho ordinato un libro di etimologia ungherese che prenderò la prossima volta che vado in Ungheria.

La mia idea è confrontare le mie quattro lingue guardando alle origini e all'uso di una certa parola. Un po' come ho fatto con la parola 'finestra' qui e con la parola 'patata' qui, scoprendo molte cose interessanti. Evito di usare citazioni precise e rinvii alle fonti, anche se mi verrebbe naturale. Riporto qui le fonti una volta per tutte, per chi è interessato ad approfondire:

B. Bergman, Ordens ursprung, Wahlström & Widstrand, 2007
G. Bergman, Ord med historia, Prisma, Stockholm, 8:e uppl., 2005
R. Hendrickson, The Facts on File Encyclopedia of Word and Phrase Origins, Checkmark Books, New York, 3rd ed., 2004
C.L. Buck, A Dictionary of Selected Synonyms in the Principal Indo-European Languages. A Contribution to the History of Ideas, University of Chicago Press, Chicago, 1949

In particolare quest'ultimo libro è fantastico, perché fa già una comparazione tra le diverse lingue, anche se purtroppo si limita a quelle indo-europee, quindi nessun riferimento all'ungherese. Su quest'ultimo mi devo per ora affidare a quel che so già o che riesco a trovare su internet. Per fortuna è la lingua che conosco meglio tra tutte, essendo la mia madrelingua. Infine, una fonte online: un vecchio dizionario etimologico svedese, scannerizzato pagina per pagina, accessibile qui.

Allora cominciamo! Quale tema migliore per iniziare se non l'AMORE? :) Tempo fa in un commento su Facebook un amico mi suggeriva di indagare sulla particolarità del verbo 'voler bene' dell'italiano che non ha un equivalente nelle altre lingue. Effettivamente è un verbo che adoro perché così prettamente italiano. Ecco, quindi, le parole da confrontare:

amore / amare - voler bene (italiano)
szerelem - szeretet / szeretni (ungherese)
love / to love (inglese)
kärlek / att älska (svedese)

Come vedete, lo svedese usa parole molto diverse dall'inglese. A proposito... siete anche voi stufi degli I love you degli americani? Nei film lo dicono ogni tre per due, anche a mo' di saluto. Non che l'inglese non abbia espressioni alternative, ma I love you sembra proprio inflazionata.

Cominciamo però dall'italiano... Il vostro ti voglio bene ha un significato più ampio di un ti amo, ma certo questo non ve lo devo spiegare io. Sentirsi dire da un ragazzo ti voglio bene può essere una delusione, quando si aspetta invece una dichiarazione di amore. L'italiano però non è l'unico a fare questa distinzione. La fa anche il francese con il suo avoir cher (letteralmente 'avere caro') e il tedesco con il suo gern haben (lett. 'avere volentieri').

L'ungherese non fa distinzione tra amore romantico e amore in senso lato nel verbo. C'è un solo modo per dire ti amo o ti voglio bene: szeretlek. Fa però questa distinzione nel sostantivo. Szerelem è l'amore romantico/sessuale, szeretet è amore in senso lato, che si può provare per un amico, un figlio o un fratello. E' quest'ultimo che viene usato in un contesto religioso-cristiano quando si parla di amore, non szerelem che ha un significato ben preciso: l'essere innamorati.

In svedese, infine, per quanto ho capito io, non esiste una distinzione tra amore romantico e amore in senso lato, però, curiosamente, il verbo è molto diverso dal sostantivo. Älska (amare) è una parola scandinava, che ha anche la sua forma sostantivata (älskog), ma il termine più comunemente usato per 'amore' è kärlek, che invece è una parola con radici latine, più precisamente francesi. Infatti, deriverebbe dalla parola cher, 'caro' in francese. (Lo ha preso in prestito pure il danese che per 'amore' usa kaerlighed.) Ti amo in svedese si dice jag älskar dig (la pronuncia è diversa come ve lo immaginate...).

Un'ultima nota: è bellissimo anche lo spagnolo te quiero, letteralmente 'ti voglio'. E' pura passione! (Anche se in realtà mi sa che lo dicono anche ad amici e parenti...) Il francese, il tedesco e lo spagnolo però usano tutti un'espressione egocentrica. Rimane l'italiano l'unico ad esprimere altruismo. Ti voglio bene, cioè ti voglio del bene, voglio il tuo bene, non il mio. Non è un caso che l'italiano è considerato la lingua dell'amore! :)


mercoledì 19 settembre 2012

Sentirsi a casa

Ultimamente rifletto spesso su cosa vuol dire per me sentirmi a casa in un posto e su dove mi sento a casa di più tra tutti questi posti. Mi chiedo se mi sento veramente a casa in Svezia. La risposta è no, ma la situazione sta migliorando. E allora mi chiedo cos'è che mi fa sentire a casa in un posto?

Se ci penso bene, finora ci sono state soltanto due città nella mia vita dove vivendoci ero convinta ed avevo voglia di rimanerci per tutta la vita: Budapest e Firenze. Poi il destino mi ha portato via da entrambe. Ma sono solo questi due posti dove mi sono sentita e tuttora mi sento VERAMENTE e incondizionatamente a casa. E' curioso, perché in realtà sono cresciuta in una terza città ungherese. A Budapest ho "solo" fatto l'università e a Firenze il dottorato. Si vede però che mi sono legata ed affezionata in modo così forte a questi luoghi che battono addirittura la mia città. Non che a Kaposvár non mi senta a casa, ma l'ho sempre vissuta come un posto di passaggio nella mia vita. Anche da piccola sapevo che un giorno me ne sarei andata. (E comunque ci eravamo trasferiti là quando avevo già cinque anni. Nessuno dei miei nonni o altri parenti viveva lì. A Budapest invece ho diversi cugini.) E allora mi chiedo io: perché mi sento tanto a casa proprio in queste due città? Ovviamente è un insieme di cose. Non esiste una spiegazione semplice. Ricordi, emozioni, persone.

Non posso negare che in certi momenti ormai mi sento a casa anche qui a Örebro. Quest'anno capitava che dopo un viaggio in Ungheria o in Italia tornavamo anche volentieri in Svezia e ci pareva di tornare a casa. E, appunto, qui parlo in plurale, perché in questo momento la Svezia è l'unico posto dove abbiamo una casa NOSTRA, nel senso che ci viviamo insieme ed è tutta per noi. Una casa da coccolare, da personalizzare e da vivere. E c'è anche un altro motivo. Abbiamo ormai conosciuto diverse persone. All'università, a pallavolo, al corso SFI e semplicemente sbrigando le cose di tutti i giorni. Quando la faccia della cassiera diventa familiare, quando al supermercato incroci il concessionario che ti ha venduto la macchina, quando riconosci un tuo studente tra gli spettatori di una partita, quando ti capita di scoprire di avere conoscenze in comune con un'altra persona... sono tutte cose che ti fanno sentire a casa in un posto. Le relazioni umane sono tutto nella vita. Almeno così è per me.

E' un po' sconcertante l'esigenza dell'uomo di sentirsi a casa in un qualsiasi angolo del pianeta, ma è ancora più sconcetrante la sua CAPACITA' (...scusate, ma non ho la à maiuscola...) di sentirsi a casa in un qualsiasi angolo del pianeta. Trascende radici, origini e cultura. Forse un po' meno l'età...

Non posso non fare una considerazione linguistica. E' curioso che le lingue latine non hanno una parola specifica per "casa", nel senso del luogo dove ti senti, appunto, "a casa". Le altre lingue generalmente distinguono tra la casa come edificio (house / hus / ház, rispettivamente inglese / svedese / ungherese) e la casa come luogo di appartenenza (home / hem / otthon). Come mai le lingue latine non lo fanno?

giovedì 26 luglio 2012

Perché continuo a scrivere in italiano?

A volte me lo chiedo. Perché continuo a scrivere in italiano? Non è neanche la mia madrelingua. A volte mi verrebbe voglia di scrivere in ungherese. Nel primissimo post di questo blog, due anni fa, ho scritto che lo consideravo anche un mezzo per continuare a scrivere in italiano, per tenermi in allenamento con l'italiano, oltre che per non perdere il contatto con gli amici italiani, di cui sentivo l'immediata mancanza. Come passa il tempo, però, sento sempre di più l'esigenza di tenermi in allenamento pure con l'ungherese. E pure l'esigenza di mantenere i contatti con i miei amici ungheresi. Come fare quindi? Non ho tempo per scrivere in doppia lingua o per cominciare un altro blog per gli amici ungheresi. 

E da qui parte anche una riflessione più ampia. Questa settimana sono in Ungheria e mi rendo conto della confusione linguistica in cui mi trovo e quanto questa situazione arricchisce la mia vita e la mia persona. Trovo una gioia naturale nel viaggiare tra i miei tre paesi e sentire parlare una lingua diversa in tutti e tre. E' una vera gioia sentire parlare in italiano ovunque intorno a me in Italia, e trovo la stessa gioia nel sentire parlare ungherese ovunque intorno a me in Ungheria. Per altri la lingua è solo un mezzo, per me è anche un'emozione, un életérzés...

In un mio mondo ideale riuscirei a parlare in un misto di italiano-ungherese-inglese(-svedese?), in cui potrei usare la prima parola che mi viene in mente e non dovrei tradurre espressioni uniche ed intraducibili, e tutti mi capirebbero. Ma questo mondo ideale non esiste, e io devo interagire con le persone in una lingua sola alla volta. Non si tratta più di identità (come raccontato in questo post tempo fa), ma di auto-espressione e di naturalezza. Nel senso che non mi sento più completamente me stessa in nessuna di queste lingue.

Creato con Wordle

Poi mi viene in mente la storia dell'esperanto e del tentativo (fallito) di creare una lingua unica per tutti gli abitanti del pianeta. Un'iniziativa nobile. Ma come si fa a mettere insieme tutte queste lingue incredibilmente ricche che si parlano sulla terra? Qualsiasi lingua artificiale non può che essere riduttiva. Al corso SFI ho sentito dire a un americano che da anni studia lo svedese quanto sarebbe bello se tutti parlassero la stessa lingua su questa terra. L'inglese o qualsiasi sia, basta che sia una sola, così ci capiremmo tutti. Un sogno comprensibile ma per me inimmaginabile. Voi riuscite ad immaginarlo? Che tutti parliamo la stessa lingua? Io non solo non riesco ad immaginarlo, ma non lo vorrei mai! Che impoverimento che sarebbe per l'umanità! Potersi e doversi esprimere in una lingua sola... Nessuna lingua è perfetta. Nessuna può esprimere perfettamente ogni pensiero. Le parole in generale non sono capaci di ridare la complessità della realtà, indipendentemente dall'esistenza di migliaia di lingue, ma questa è già un'altra storia...

Chiudo con due aforismi in tema e un quadro di un pittore ungherese della mia città (dove mi trovo in questi giorni).

"I limiti del mio linguaggio significano i limiti del mio mondo." (Ludwig Wittgenstein)

"Solo la musica è un linguaggio universale che non ha bisogno di essere tradotta, ed è per questo che parla all'anima." (Berthold Auerbach)

József Rippl-Rónai, Nel giardino di Villa Roma* (1910)
* Villa Roma si trova in cima a una collina di Kaposvár, e adesso è allestita a museo, dedicato al pittore.

mercoledì 22 febbraio 2012

Fuori dagli schemi

Un post introspettivo. Si vede che la voglia di primavera si fa sentire...

"Fuori dagli schemi". Un'altra espressione italiana che adoro. Non solo l'espressione per sé, ma anche ciò che esprime. Come dirla in inglese? In an unconventional way? Altri propongono non-conformist o thinking outside the box. A mio parere è una di quelle espressioni italianissime che caratterizzano voi italiani. Una di quelle espressioni italiane che mi hanno insegnato qualcosa per ciò che esprimono (come "mettersi in discussione", "consapevolezza" e "serenità", già spiegate qui).

Se ti piace vivere secondo schemi predefiniti e ben funzionanti, allora la Svezia fa per te. Se invece ti piace vivere un po' fuori dagli schemi, in modo spontaneo ed imprevedibile, allora ti sentirai un pesce fuor d'acqua qui. Io non sono una persona fuori dagli schemi. Sono però un'osservatrice e una persona curiosa di conoscere e di scoprire, ma senza il coraggio di essere fuori dagli schemi o di infrangere le regole. Detto così non sembra un difetto, ma io invece l'ho sempre percepito come se lo fosse. In Italia ho imparato a vivere in modo spontaneo se non altro. E per me è stata una grande conquista. L'ho vissuta come una crescita personale. Il problema è che mantenere questa conquista qui in Svezia non è banale.

Mi spiego meglio. Porto un semplice esempio quotidiano: il pranzo. I miei colleghi pranzano sempre, ogni santo giorno, alle ore 12 in punto. Tutti. Siccome la maggioranza non viene all'università tutti i giorni perché vive fuori città (molti a Stoccolma), la composizione del gruppo varia di giorno in giorno, ma l'orario mai. Alle 12 si va, chi c'è c'è. Io generalmente non ci sono. Siccome Gabriele spesso mi raggiunge per pranzo e generalmente non ce la fa ad arrivare per le 12 (ma arriva una ventina minuti dopo), lo aspetto. Altre volte semplicemente non ho ancora fame a mezzogiorno. Altre volte ancora, quando ho troppo da fare, prendo solo un panino e me lo mangio in stanza. I colleghi, quando vanno a pranzo (alle 11.55) a volte si affacciano alla mia porta per chiedermi se vengo anch'io. (Sono persone gentili, su questo non c'è dubbio.) Invito che generalmente declino (ma non sempre, ovviamente) per i motivi di cui sopra. Mai nessuno mi ha proposto di aspettarmi. In un anno e mezzo mai nessuno che mi avesse detto "dai, vi aspetto, vengo anch'io venti minuti più tardi, non ci sono problemi".

Ora... se fossimo costretti a mangiare a quell'ora per via degli orari di apertura al pubblico oppure a causa di macchinari che si fermano solo per quella mezz'ora durante il giorno, capirei. E mi adeguerei. Ma il lavoro universitario è un lavoro dagli orari flessibili, a parte le lezioni, che però non hai tutti i giorni tutto il giorno. E, soprattutto, il lavoro di ricerca è un'attività creativa! Ci vuole ispirazione e concentrazione. Mi chiedo io, ma a nessuno dei miei colleghi capita mai che immerso in un lavoro alza gli occhi da un libro o dal computer e dice "cavolo, è già l'una e io non ho ancora mangiato!". A quanto pare no. Perché all'una alla mensa non c'è più un'anima. (Va bene, qualche anima sì, ma non i miei colleghi.)

E io come faccio? Per ora non mi sono adeguata. Custodisco gelosamente quel pezzo di conquista che la spontaneità ha rappresentato e rappresenta nella mia vita. Al prezzo di sentirmi esclusa dal contesto sociale. Non mi piacciono neanche le pause caffè, le famose fika, che generalmente evito. Preferisco lavorare. Non perché non mi piaccia fare una pausa caffè in generale. Non mi piace come si fa qui. In modo forzato. Quasi obbligatorio. Rimpiango le nostre pause caffè con i colleghi fiorentini, spontanei e sinceri. Le nostre pause pranzo, di regola alle 12.45 per il semplice motivo pragmatico di evitare la folla alla mensa, ma capacissimi di rimandarla anche di un'ora per aspettare qualcuno che deve ancora finire o fare qualcosa. Mi mancano i miei amici fiorentini. E' passato un anno e mezzo e mi mancano come se fossi arrivata qui ieri...

Ho l'impressione che qui in Svezia, a dirla con una canzone degli The Ark, it takes a fool to remain sane. Sarà un caso che l'ha scritto un gruppo svedese?

The Ark - It Takes a Fool to Remain Sane


Every morning I would see her getting off the bus
The picture never drops, it's like a multicoloured snapshot
stuck in my brain
It kept me sane for a couple of years
as it drenched my fears
of becoming like the others
who become unhappy mothers
and fathers of unhappy kids
and why is that?

'Cos they've forgotten how to play
Oh, maybe they're afraid to feel ashamed
to seem strange, to seem insane
to gain weight, to seem gay
I tell you this

That it takes a fool to remain sane
Oh, it takes a fool to remain sane
Oh, it takes a fool to remain sane
Oh, in this world all covered up in shame.

[...]
Do, do, do what you wanna do
Don't think twice, do what you have to do
Do, do, do, do, let your heart decide
what you have to do
That's all there is to find

'Cos it takes a fool to remain sane
Oh, it takes a fool to remain sane.

venerdì 15 aprile 2011

Vocali vs consonanti

Attenzione! O come scriverebbero gli svedesi: OBS! Un altro post linguistico che tanti possono trovare noioso! A me invece diverte parecchio scriverlo. :)

Molti pensano che l'ungherese sia una lingua piena di consonanti, come le lingue slave. (Forse sono le stesse persone che pensano che l'ungherese sia una delle lingue slave...) Niente di più sbagliato. L'ungherese è una lingua dominata dalle vocali. Come lo è anche lo svedese. Due lingue che dispongono di un'ampia gamma di vocali.

La lingua più colma di consonanti in Europa è forse il polacco. Per farvi capire la differenza basta vedere come si dice, per esempio, buon compleanno. In polacco è "Wszystkiego najlepszego!", in ungherese "Boldog születésnapot!". E' curioso però che le uniche due lingue in cui si trova il digramma (doppia lettera che indica un solo suono) 'sz' siano il polacco e l'ungherese, anche se la leggono in maniera opposta: in ungherese è una semplice 's' (esse), mentre in polacco una 'sc' (come in 'sciare'). Dico sempre che è facile riconoscere l'ungherese (scritto). Se trovate una 'sz' e tante vocali con degli accenti strani, allora è ungherese. Se invece ci sono le 'sz', ma è pieno di consonanti e non ci sono vocali con accenti strani, allora è polacco.

Ma ora volevo fare una comparazione tra l'ungherese e lo svedese, essendo tutti e due, come già detto, dominati dalle vocali. E sono queste a mettere più in difficoltà gli italiani. Di consonante ce n'è una sola difficile sia in ungherese che in svedese. In ungherese il digramma 'gy' che ha un suono simile a quello che si trova in 'adieu' in francese (esempio: nella parola 'magyar', magiaro/ungherese). In svedese, invece, è difficile pronunciare (pure per me) i digrammi 'sj' e 'sk' (per esempio in 'sju', sette) che sono entrambi una specie di h molto aspirata. 

L'alfabeto ungherese ha 14 vocali, quello svedese ne ha 9, in confronto alle 5 vocali dell'alfabeto italiano. I numeri però sono fuorvianti. In realtà le 14 vocali ungheresi corrispondono a 9 suoni. Infatti, 5 di esse sono differenti soltanto nella loro lunghezza. Così i-í, o-ó, ö-ő, u-ú e ü-ű indicano lo stesso suono in versione corta e lunga. Ecco tutto l'alfabeto ungherese (composto di 44 lettere):


L'unico suono composto di tre lettere, 'dzs', in realtà si usa soltanto in parole di origine straniera, come dzsessz (cioè 'jazz') o dzsem (cioè 'jam'). W, x e y si usano ugualmente soltanto in parole straniere (un altro buon indizio per distinguere l'ungherese dal polacco che invece è pieno di w). La y (ipszilon) in ungherese non corrisponde a nessun suono, la si usa solo nei digrammi (gy, ly, ny, ty). Quindi possiamo dire che chi vuole imparare a parlare l'ungherese, deve imparare a pronunciare 35 suoni diversi ('ly' e 'j' si pronunciano nello stesso modo), e a dare importanza alla lunghezza delle vocali. Infatti, per esempio kor e kór sono due parole diverse. La prima significa 'età', la seconda 'malattia'. Non è proprio la stessa cosa...

Lo svedese ha gli stessi 9 suoni (di vocali) dell'ungherese, anche se le lettere hanno accenti diversi. La å per esempio corrisponde alla ó ungherese, e la ä alla nostra e. La cosa curiosa è che nell'alfabeto svedese, composto di 29 lettere, le vocali con gli accenti strani si trovano in fondo. In questo modo:


Come vedete, niente consonanti strane nello svedese.

Il numero delle vocali è fuorviante pure per l'italiano che sulla carta ne ha solo cinque. In questo l'italiano, credetemi, è più difficile dello svedese e dell'ungherese che indicano sempre che suono devi pronunciare (parliamo solo delle vocali adesso). L'ungherese ti indica addirittura la lunghezza! In italiano invece l'apertura di una vocale non è segnalata in alcun modo e varia pure da regione a regione, assumendo diverse sfumature. La cosa più difficile è sapere quando pronunciare la 'e' in maniera aperta e quando in maniera chiusa. Non è solo una sofisticatezza per chi vuole parlare senza accento. A volte fa proprio differenza. Per esempio non ricordo mai quale pronuncia di 'pesca' sta per la frutta e quale per l'attività di pescare. Un ungherese parla in italiano con le 'e' molto aperte e con la 'o' chiusa alla barese. Negli anni sono migliorata molto in questo senso, ma credo che le vocali mi tradiscano ancora ognitanto. :)

Vi lascio due video per illustrare quanto scritto e per farvi sentire, se vi interessa, le vocali di queste due lingue. Prima un video ungherese: è la prima parte di un'intervista a uno dei miei attori preferiti, Péter Rudolf, in uno dei miei show televisivi preferiti.



Per un esempio svedese, invece, ecco una scena da un film famoso di Ingmar Bergman, Il posto delle fragole (in svedese Smultronstället), del 1957.

mercoledì 23 marzo 2011

Espressioni italianissime

Si vede che marzo è il mese dell'introspezione. Forse è arrivato il momento di tirare le fila di questo cambiamento e delle prime esperienze. Mi piace in modo particolare osservare il mio rapporto con le lingue e riflettere sulla loro importanza nella mia vita. Ho già scritto di alcune espressioni italiane intraducibili, e potrei citare molte altre (ogni lingua ne ha parecchie, se ne rendono conto tutti i traduttori). Questa volta però vorrei raccontarvi di quattro espressioni italiane che non sono necessariamente intraducibili in altre lingue, ma che fanno parte dei discorsi degli italiani tipicamente. Espressioni che mi hanno insegnato qualcosa.

Mettersi in discussione

Ammiro la capacità autocritica e l'autoironia degli italiani. Sarà che mi sono capitate persone autoironiche per caso, ma fatto sta che è stato in Italia che ho imparato a riconoscere ed ammettere le mie debolezze. Mai sentito dire tante volte "sono un cretino" come in Italia! :)
"Mettersi in discussione". Adoro questa espressione! Sinceramente non saprei come dirlo in ungherese... Anche in inglese è difficile tradurla (vedete questa discussione su un forum di traduttori). In ungherese forse potrei dire che "dubita di sé stesso" (kételkedik magában), ma potrebbe essere fuorviante. Chi si mette in discussione non è una persona insicura, anzi, è una persona forte che non ha paura di  mettere in dubbio le proprie convinzioni. E' un segno di grande forza e di carattere. Un'altra espressione italiana che mi piace molto è "avere la verità in mano" che è l'esatto contrario di una persona che si mette in discussione. :)

I punti di riferimento

In ungherese si dice viszonyítási pont, ma si usa solo nella sua accezione scientifica. Io invece ho imparato il suo significato spirituale dagli italiani. La tua famiglia, la tua casa, la tua città, i tuoi amici, sono tutti dei punti di riferimento nella tua vita. Ma può essere un punto di riferimento una persona in una certa situazione o qualsiasi cosa alla quale ci sentiamo attaccati. E' un'espressione che gli italiani usano molto spesso e nel  loro ragionamento i punti di riferimento sono ricorrenti. Anch'io mi trovo spesso a usarla, ma in ungherese suona decisamente strano, se non la uso nella sua accezione matematica o geografica (tipo: "prendi come punto di riferimento il campanile, così non ti perdi").

Consapevolezza

Un'altra parola comunemente usata dagli italiani. In inglese è awareness (consciousness significa più 'coscienza' che è un'altra cosa...). In ungherese la traduzione migliore è forse tudat che deriva dal verbo tudni ovvero 'sapere' (come in italiano).

Serenità

Adoro anche questo termine: serenità. Questo curioso miscuglio tra felicità, tranquillità e pace interiore che gli ungheresi sembrano non conoscere. O per lo meno non hanno una parola per esprimerla. :) In inglese il termine di origine latina serenity esiste, ma non so quanto spesso e in che contesti venga impiegato. Qualche anno fa sono arrivata a un punto nella mia vita in cui non volevo più la felicità, ma volevo la serenità! Sono arrivata a questa consapevolezza, appunto. E' stata come una rivelazione. Ma sarei stata capace di arrivare a questa consapevolezza anche senza la lingua italiana?

Riassumendo, la lingua italiana mi ha aiutata ad arrivare alla consapevolezza che puoi raggiungere la serenità soltanto mettendo in discussione te stesso e i tuoi punti di riferimento. Sembra una contraddizione?

mercoledì 19 gennaio 2011

Quante lingue parli, tante persone vali

E' un detto ungherese. In realtà generalmente si dice "quante lingue parli tante persone sei" (ahány nyelvet beszélsz, annyi ember vagy), ma in italiano non suona molto bene.
Sono di madrelingua ungherese, ma penso in italiano, lavoro in inglese e sto studiando lo svedese. Anzi, ormai posso dire: sto imparando lo svedese! Il nuovo corso SFI è promettente. Gli insegnanti parlano in svedese tutto il tempo e ci fanno parlare. Uno di loro due, poi, è un ungherese della Transsilvania! Così non perde l'occasione di fare un po' di comparazione con la lingua ungherese ognitanto... :)
Ho già scritto un post su come la struttura grammaticale di una lingua influenzi il modo di pensare dell'uomo. Adesso vorrei invece scrivervi di alcune espressioni intraducibili da una lingua all'altra che ugualmente rivelano molto della mentalità e del modo di pensare di un popolo. In svedese per ora ne ho scoperto solo una: il verbo hinna che significa (anche) 'avere tempo per', 'fare in tempo a'. E' interessante che un verbo con questo significato non esiste né in italiano, né in ungherese, né in inglese. Lo trovo simpatico e molto utile!
Posso invece portarvi numerosi esempi italiani, dato che sono quelli che mi causano più problemi quando parlo in un'altra lingua, abituata come sono alle espressioni italiane. Per adesso ve ne racconto due (con alcuni amici ne avevamo già parlato una volta, mi ricordo).

"Mi sono spiegata?"

E' stata la professoressa di filologia ugrofinnica dell'Università di Firenze (con cui avevo collaborato per tradurre gli accordi di collaborazione con l'Università di Budapest, soprattutto per quanto riguarda la parte giuridica) a farmi notare questa espressione che del resto uso anch'io. Non c'è un'altra lingua europea in cui questa domanda si possa porre in questo modo. In tutte le altre lingue devi chiedere: "Hai capito? Did you get it? Érted?". E tra le due domande c'è una bella differenza. "Mi sono spiegata?" esprime umiltà da parte di chi parla, mentre "Hai capito?" porta in sé una certa arroganza. (Lei mi disse che è un'espressione di origine napoletana, se ricordo bene, ma smentitemi se non è vero.)
Secondo me in realtà anche nelle altre lingue ci può essere un modo più umile per chiedere se l'altra persona ha capito quello che volevamo dire. In ungherese per esempio è abbastanza comune la domanda: Világos? Cioè "è chiaro"? Ma non è proprio la stessa umiltà del "mi sono spiegata?".
(Curiosità: in ungherese il verbo 'spiegare', magyarázni, letteralmente significa "ungheresizzare", cioè mettere in ungherese. E questa è la nostra unica e ufficiale parola per dire 'spiegare', 'to explain'.)

"Ti faccio compagnia"

Ecco una cosa che vorrei spesso dire anche agli ungheresi, ma non ci riesco. Mi riferisco alla situazione in cui qualcuno mi invita a pranzo e io, avendo già mangiato, non voglio mangiare, ma faccio volentieri due chiacchere mentre lui o lei consuma il suo pasto. In ungherese devo dire: "vengo volentieri, ma io non mangio". Ma pure se voglio dire: "Faccio un salto al supermercato. Ti va di farmi compagnia?", in ungherese devo dire "Ti va di venire con me?". Non è proprio la stessa cosa, perché con l'espressione italiana rimarchi il fatto che hai voglia di compagnia. So che la differenza è leggera, ma io in queste occasioni mi blocco per un secondo cercando un'espressione che possa esprimere lo stesso concetto, e poi non la trovo e lo dico in un altro modo.

Per un esempio di parola ungherese intraducibile in italiano (élmény), invece, vedete un mio vecchio post sull'altro blog (vedete la "nota del traduttore").
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Il quadro degli Uffizi di oggi

Come promesso, un quadro in appendice al post. Questa volta in realtà vi faccio vedere addirittura due di quadri! L'argomento: i piedi dipinti dal Perugino. Sono spettacolari! A volte accenno ai turisti che possono riconoscere un Perugino da due cose: il colore della pelle e i piedi delle figure.

Pietro Perugino - Madonna con San Giovanni Battista e San Sebastiano (1493)
 
Chiamata anche "Pala di San Domenico" perché proveniente dalla chiesa domenicana di Fiesole. Guardate i piedi di San Giovanni, la gamba nuda di San Sebastiano e il braccio destro di San Giovanni. Da vicino sono dettagli meravigliosi!


 


E un altro quadro del Perugino, sempre dalla Galleria degli Uffizi: la Pietà (del 1494/95). I piedi di Cristo morto sembrano una fotografia!



mercoledì 24 novembre 2010

False Friends

Trovo simpatica questa espressione "falsi amici". E' curioso che diano un nome così buffo a un concetto linguistico proprio ufficialmente, ma rende perfettamente il significato. Attento a queste parole che ti fregano! Sembrano amici, ma non lo sono! :)
Io sinceramente ne avevo sentito parlare la prima volta in vita mia quando mi hanno spiegato gli italiani di avere questa difficoltà in più con l'inglese. Quando studiavo l'inglese io (la lingua che iniziai a studiare già alle elementari, mentre l'italiano lo cominciai solo alle superiori), il problema non si è mai posto. Mentre tra l'italiano e l'inglese i falsi amici sono numerosi, tra l'ungherese e qualsiasi altra lingua gli esempi sono pochi. 
Tra l'ungherese e l'italiano c'è un solo falso amico: la parola kurva, che in ungherese (e non solo) è la parolaccia per prostituta. Questo è del resto un falso amico anche con lo svedese, che pure la scrive con la k. (Infatti, c'è una località adiacente a Stoccolma, Kungens Kurva, che fa proprio ridere gli ungheresi, perché sembra che si tratti della prostituta del re...)



Adesso, studiando lo svedese, mi diverto a scoprire i falsi amici con l'inglese. A sentire parlare gli svedesi può sembrare che siano fissati con la biancheria intima, ma il famoso bra che mettono in ogni frase in realtà non ha niente a che fare con il reggiseno, ma significa semplicemente bene. Poi, se una persona è dog, non vuol dire che è un cane, ma che è morta, che è cosa ben diversa... Oppure se uno svedese va a fare un semester, non è che sta via sei mesi, ma semplicemente va in vacanza. Se invece sta via per un timme, non è un'assenza a tempo indeterminato, ma solo per un'ora. Così, se ti chiedono se sei gift, non vogliono sapere se sei mai stato un regalo per qualcuno (per quanto possa sembrare un'idea poetica), ma semplicemente se sei sposato. (La stessa parola "gift" significa anche veleno in svedese, il che si presta a fraintendimenti più spiacevoli.)

E' divertente studiare le lingue, non è vero?

giovedì 7 ottobre 2010

La lingua e l'uomo

Trovo affascinante quanto le lingue siano l'espressione dello spirito di un popolo e abbiano implicazioni filosofiche. Ti fanno capire come un popolo (almeno tradizionalmente e storicamente) percepisce l'essere umano. Quando mi chiedono della lingua ungherese racconto spesso che nella mia lingua non esiste il concetto di genere. Non solo i sostantivi non hanno un genere (neanche in inglese ce l'hanno), ma non esiste neanche la distinzione tra lui e lei, she or he, c'è solo un "ő" che indica un essere umano. Così mi è tornato molto difficile all'inizio dover imparare che quando parlo con una persona in italiano devo tener conto del suo sesso, e lo stesso se parlo di una terza persona in inglese. Non mi torna naturale. La mia lingua non fa alcuna distinzione tra uomo e donna, non la percepisce sul piano linguistico-grammaticale.

Stasera facendo un po' di esercizi di lingua svedese, ho scoperto con piacere che lo svedese ha una parola per dire "essere umano" (människa) che è una parola diversa dalla parola che indica il maschio. L'italiano e l'inglese usano la stessa parola per l'uomo inteso come maschio e l'uomo inteso come essere umano. L'inglese si salva un po' con la parola human, ma solo perché di origine latina, e in realtà sarebbe un aggettivo che significa "umano" che deriva sempre dalla parola "uomo". Guardando la parola svedese, pure människa è una derivazione di "man" cioè uomo, quindi alla fine siamo allo stesso punto...

Devo un'altra volta constatare che le lingue indoeuropee si assomigliano un po' tutte e hanno lo stesso approccio verso l'essere umano. L'ungherese è qualcosa di diverso. Noi abbiamo una terza parola per dire "essere umano": ember che etimologicamente non c'entra né con la parola "uomo" (férfi) né con la parola "donna" (nő). E' interessante poi osservare come questa parola, ember, in passato sia stata utilizzata anche per indicare il maschio ma non la donna, assumendo l'atteggiamento di una società maschilista come storicamente quella europea in cui il popolo magiaro si è assimilato. Ma l'ungherese è una lingua di origine orientale, di provenienza incerta e discussa, e questa origine si fa sentire nei concetti grammaticali.

sabato 28 agosto 2010

E l'esplorazione comincia!

Il mio primo weekend solitario in Svezia è cominciato con una bella giornata di sole oggi. Certo è durata poco, per la sera è arrivata la pioggia, e comunque non pensate a temperature alte come sono adesso in Italia. La massima qui è stata di 20 gradi. In ogni caso, stamattina si stava bene fuori e la città era piena di gente (con le dovute considerazioni, ovviamente). E mi sono approfittata dell'occasione per fare un giro in città e fare un po' di foto.

Già nei giorni precedenti avevo scoperto alcuni bei negozi, e adesso sono tornata a vederli meglio. Il mio preferito in assoluto è un negozio di dischi usati che odora di musica, anche se vende pure film. Tutto costa pochissimo, e adesso sta pure facendo i saldi (io ho speso 131 corone per 6 film, circa 14 euro). E' un locale pieno di LP, CD e DVD, gestito da un ragazzo pelato con la barba a pizzo che sembrava uscita da una rockband (lo vedete nella foto sullo sfondo). Quando sono andata a pagare i dvd mi ha dato un volantino di una fiera di dischi che sarà tenuta in un parco della città sabato prossimo (vedete anche questo nella foto). Bene! Ho già un programma per il mio secondo weekend solitario a Örebro! :)

Poi sono passata a una libreria a comprare un dizionario svedese. L'ho preso italiano-svedese, dato che ungherese-svedese non ce l'avevano (e così almeno poi lo potrà usare anche Gabriele). Mentre facevo la fila alla cassa mi sono accorta che la signora davanti a me si stava comprando due guide di Firenze. Devo dire che mi si è stretto il cuore. Ma poi a rallegrarmi ci ha pensato la cassiera che, vedendo i due libri italo-svedesi che stavo per pagare, mi ha chiesto in italiano: "Sei italiana?" E io: "Beh sì, quasi... più o meno... abbastanza... insomma... ungherese e italiana!" E' venuto fuori che lei invece era italiana del tutto. Del Friuli! Le ho detto che avevo visto l'altra signora comprare due guide di Firenze e, fieramente, che io avevo vissuto lì fino a una settimana fa. Non so se aveva intuito come poteva tirarmi su più facilmente, ma è stata molto efficace la sua risposta: "sì, si sente la cadenza". Non so se sapete, ma questa è una cosa che mi dicono ogni volta che vado fuori dalla Toscana, ma mai in Toscana. Sicuramente ho preso qualcosa dell'accento toscano, ma non tutto, quindi gli "indigeni" mi scoprono subito, mentre gli altri non se ne accorgono.

Conclusione della prima settimana: mi sto ambientando. E tutto sommato sto bene. Basta che non penso a Firenze.