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domenica 29 aprile 2012

Siamo tutti dei rifugiati

Ci sono tre tipi di immigrati qui in Svezia: ci sono quelli, come me, che sono venuti per lavoro; ci sono quelli che sono venuti per amore; e poi ci sono quelli che sono venuti per sopravvivere, temendo per la propria vita a casa loro. Siamo tutti dei rifugiati. Ognuno di noi è in cerca di un rifugio qui. In cerca di un lavoro dignitoso, in cerca dell'amore o in cerca di una vita semplicemente.

Ci sono comunque delle enormi differenze tra queste tre categorie di immigrati. In Svezia appartengo alla prima categoria, ma in Italia appartenevo alla seconda, quindi ho vissuto e vivo la differenza sulla mia pelle. La seconda categoria, il "rifugiato per amore", ha la situazione più privilegiata tra le tre. E' colui (o colei) che ha meno difficoltà ad inserirsi perché grazie ai legami sentimentali si guadagna una nuova famiglia. Far parte di una famiglia "locale" è il modo più efficace di conoscere veramente un popolo, le sue tradizioni e la sua mentalità. Perché nel posto di lavoro o accanto a una birra in un pub si possono fare tante chiacchere, ma è nell'intimità di una casa di famiglia che si capiscono molte cose, che si scoprono profondità nascoste e nessi inattesi. Per non parlare del fatto che non è affatto facile farsi degli amici svedesi qui in Svezia.

La terza categoria è quella che conosco meno e che, di conseguenza, mi incuriosisce di più. Sono i miei compagni al corso di svedese (SFI) e sono tra i miei studenti, ma non li conosco affatto. Sarei tentata di fargli tante domande personali, magari anche scomode, ma ovviamente non le posso fare. Mi incuriosisce ancora di più la situazione degli immigrati di seconda generazione, già nati e/o cresciuti in Svezia, che costituiscono più o meno la metà dei miei studenti, originari dei paesi più svariati del mondo. Durante un corso, grazie ai discorsi fatti a lezione e le chiacchiere fatte nelle pause magari verso la fine del corso quando si è già creata un po' di confidenza con gli studenti, mi arrivano dei frammenti di informazioni su cui basare un'impressione, ma non mi permetto mai di far loro delle domande personali.

Ho capito comunque che la situazione dei rifugiati veri, di coloro che sono scappati da una guerra o da una povertà insostenibile, è molto diversa dalla nostra. Loro non sono immigrati solitari, ma sono venute insieme alla famiglia allargata. Non solo nonni, genitori e figli, ma spesso anche zii e cugini. E credo che cambi tutto. Quello che mi incuriosisce di più, però, come ho detto, è la vita della seconda generazione. Come vivono loro? Come si sentono? Un po' svedesi e un po' no? E' un argomento difficile. L'altro giorno una mia studentessa di origine africana ma cresciuta in Svezia ha detto che considera la sua madre lingua lo svedese. Mentre un'altra di origine croata diceva che lei invece considera il croato la sua lingua madre. Alcuni colleghi mi dicono che lo svedese di questi ragazzi è peggiore degli svedesi "veri". Non sono ancora riuscita a capire quanto siano realmente integrati nella società svedese, se escono con i ragazzi svedesi o formano un gruppo da sè. A volte ho l'impressione che siano ben inseriti, altre volte invece mi sembrano separati. Non ho ancora ben capito la loro realtà.

Una cosa però ho capito: in Svezia non tutto è ciò che sembra. La verità è spesso celata da un velo di gentilezza. La gentilezza che nasconde tutto, che rende difficile capire molte cose. Inizio soltanto adesso a capire i loro discorsi, ma sono ancora lontana dal comprendere le sfumature in quel che dicono. Certo non posso dire che non ci sia più nulla da scoprire qui... Anzi, la vera scoperta comincia solo adesso.



La canzone ungherese in appendice

Ho già raccontato (qui), tanto tempo fa, di una rockopera ungherese, scritta all'inizio degli anni Ottanta sul primo re magiaro, Santo Stefano. Testo e musica sono l'opera di due membri del già citato gruppo Illés (i nostri Beatles che scrissero Good Bye London), Szörényi Levente e Bródy János. Di quest'ultimo ho riportato e tradotto una volta una canzone da solista, Ricordi da un centesimo.

Tutta la rockopera è un capolavoro assoluto, e a suo tempo ho messo qualche video di alcuni suoi pezzi. Adesso vorrei citarne un altro pezzo, una bellissima canzone toccante. Non sto a raccontare di nuovo la storia, l'ho già fatto nel post di un anno e mezzo fa. Aggiungo soltanto che questa canzone è cantata da Stefano, cioè il figlio del principe Géza ed aspirante re, e Réka, figlia del suo avversario, il capotribù Koppány.

István a király (Stefano il Re) - Oly távol vagy tőlem


Sei così distante da me

STEFANO:
Oh mio buon Signore, Gesù disse: chi di spada ferisce, di spada perisce,
Ma tra due fuochi solo un pazzo spera nella pace.
Dimmi quanto vale l'uomo se è senza peccato ma debole!
Dimmi quanto vale se si prepara ad una vittoria sanguinosa.

Oh mio buon Signore, io non so più a chi essere fedele.
La mia spada abbatte la tua legge se devo uccidere per proteggerti.
Dimmi quanto vale l'uomo se è senza peccato ma debole!
Dimmi quanto vale se si prepara ad una vittoria sanguinosa.

Sei così distante da me, eppure così vicino,
Non ti posso comprendere e non ti posso raggiungere.
Sei così distante da me, eppure così vicino,
Tu taci*, e io sento che il mio cuore risponde.

STEFANO (REKA) INSIEME:
Oh mio buon Signore, mi hai dato tu la mia anima e la mia situazione.
(Mio caro Signore, oh guarda giù a me!)
I miei nemici si schierano con me e il mio popolo si rivolge contro di me.
(Un fiore sbocciante nel tuo giardino.)
Dimmi quanto vale l'uomo se è senza peccato ma debole!
(Il mio cuore si spezza se penso a te.)
Dimmi quanto vale se si prepara ad una vittoria sanguinosa.
(Senza di te io appassisco.)

ENTRAMBI:
Sei così distante da me, eppure così vicino,
Non ti posso comprendere e non ti posso raggiungere.
Sei così distante da me, eppure così vicino,
Tu taci*, e io sento che il mio cuore risponde.

REKA:
Mio caro Signore, oh guarda giù a me!
Un fiore sbocciante nel tuo giardino.
Un fiore sbocciante nel tuo giardino.
Senza di te io appassisco.

(Per il testo in lingua originale vedi qui.)

* N.d.T. In ungherese la frase può avere un doppio senso. Il verbo 'tacere' in ungherese è hallgatni (qui: "te hallgatsz") che significa anche 'ascoltare'. Perciò questa frase può voler dire sia "tu taci" sia "tu ascolti". Scegliete voi qual'è la traduzione giusta. (La radice della parola è hallani che significa 'sentire', nel senso 'to hear').

venerdì 9 marzo 2012

Una vita quadrilingue

Si parla molto di bilinguismo, delle difficoltà e dei vantaggi che esso comporta, soprattutto in relazione ai bambini. Ma che si può dire di un quadrilinguismo formato in età adulta? Il quale sarebbe il mio caso. Anche se più che quadrilingue sono una bilingue "extended version", nel senso che delle quattro lingue che uso soltanto due sento davvero mie (l'ungherese e l'italiano).

La mia situazione è particolare per due motivi. Primo perché fino all'età di 22 anni circa ero assolutamente monolingue. Avevo già studiato altre lingue (l'inglese e l'italiano) prima, ma non le sapevo a tal punto da ritenermi bilingue. Le parlavo maluccio, insomma. E ragionavo esclusivamente in ungherese. L'italiano ha cominciato a prendere i suoi spazi nel mio cervello a partire dall'esperienza Erasmus, e pian piano ha conquistato sempre più terreno, anche grazie ai legami sentimentali che mi hanno poi riportato in Italia. Il fatto di conoscere quattro lingue di per sé non è una cosa così straordinaria. Ci sono milioni di persone nel mondo che parlano quattro e più lingue. Il punto è, e questa è la seconda particolarità della mia situazione attuale, che queste quattro lingue io le uso tutti i giorni. Vivo la quotidianità in quattro lingue. Scrivo e leggo molto in tutte e quattro, ascolto molto soprattutto lo svedese e l'italiano, mentre parlo molto l'inglese e l'italiano, un po' meno l'ungherese (quando sento i miei) e ancora meno lo svedese (quando mi faccio coraggio). Mi sono fermata un attimo a pensare come funziona questa vita quadrilingue per me. E da qui nasce questa riflessione.

Innanzittutto il mio è un quadrilinguismo "zoppicante" in quanto lo svedese non lo parlo ancora bene. Nonostante questo lo uso tutti i giorni. Soprattutto per iscritto. Leggo abbastanza e le mail di lavoro di natura amministrativa cerco di scriverle in svedese, tempo permettendo. Come comparatista ho il privilegio di usare tutte e quattro le lingue nel mio lavoro. Le mie pubblicazioni sono in inglese, italiano o ungherese, dipende per quale rivista, editore o convegno sto scrivendo. Come ricercatrice lavoro ancora molto più con gli italiani e gli ungheresi che con gli svedesi.

Il mio italiano non è perfetto, ma ormai non lo è neanche il mio ungherese. Spesso mi fermo a pensare come si dice qualcosa in ungherese quando scrivo perché ho paura di usare un'espressione inappropriata o inesistente. Tanto meno perfetto è il mio inglese. Perciò, tra me e me, mi lascio totalmente andare alla spontaneità del mio cervello. I miei appunti sono trilingui, la mia agenda è trilingue. Il mio blog è in italiano, ma il mio diario è in ungherese. Penso in un misto di italiano e ungherese (ma prevale l'italiano dato che è la lingua che parlo più spesso, a casa con Gabriele e con altri amici italiani qui a Örebro o per via virtuale). Il mio cervello sta bene così. Non si sente confuso. Finché... Finché non deve relazionarsi con gli altri in più lingue nello stesso contesto. Vale a dire in un ambiente internazionale. Due lingue le gestisco ancora benissimo. Quando diventano tre o più, allora comincia il casino...

La settimana scorsa siamo andati a sciare qualche giorno in Austria con mia madre. Il suo compagno (che non è mio padre) è austriaco. Vivono in Ungheria, ma passano spesso del tempo anche in Austria, come per esempio in settimana bianca. Sono una coppia buffa, perché lui parla tedesco, lei parla ungherese e si capiscono. Io non parlo tedesco. A forza di sentirlo parlare spesso capisco diverse parole, e il primo anno del dottorato ho pure frequentato un corso di tedesco a Firenze, ma con scarsi risultati. Con il compagno di mia mamma parlo in ungherese (almeno con me è costretto, a lei può rispondere in tedesco...). Gabriele non parla né l'ungherese, né il tedesco. Con i miei parla in inglese (anche con mio padre). Ecco. Immaginate le nostre cene in famiglia. In quel contesto mi capita di rivolgermi ad una persona nella lingua sbagliata. Mia madre qualche grossa risata si è già fatta quando le parlavo in italiano. E la cosa sconcertante è che finché lei me lo dice non ho idea come mai mi sta ridendo in faccia mentre io semplicemente le ho chiesto fino a che ora è aperto il supermercato. In italiano. Lei non sa una parola di italiano. Va bene, forse "pizza", "pasta", "spaghetti", ma già "buona notte" la devo rispiegare ogni volta se no dice "buenas noches", memore delle sue reminiscenze di spagnolo che ha studiato per un po' trent'anni fa. Mi chiede spesso come si dice questo e quello in italiano e poi lo dimentica sistematicamente. E chiama l'aceto balsamico, che le piace molto e in casa c'è sempre, sempre "acetico balsamico" (devo ammettere, suona più melodico...) nonostante io la corregga ogni volta. E' da poco che mi sono arresa e non la correggo più.

Insomma, ci sarebbe ancora molto da dire di questa vita quadrilingue, ma mi sono già dilungata troppo, quindi lascio le altre riflessioni per qualche futuro post...



La canzone ungherese in appendice

Continuando sulla scia del post precedente, vi faccio conoscere un altro grande esponente del rock ungherese degli anni Ottanta: i Karthago. Un gruppo dalla vita breve, ma a più riprese, e da un discreto successo internazionale (il loro primo album è stato tradotto in inglese ed è diventato disco d'oro anche in Austria). Fondati nel 1979 e sciolti nel 1985, si sono riuniti più volte durante gli anni Novanta per dare qualche megaconcerto. Questa canzone è una delle prime e più famose dei Karthago, e c'è chi la considera l'inno del rock ungherese. Il testo è molto importante. Considerate che è stata scritta nel 1981, in piena crisi del regime socialista.

Karthago - Apáink útján (1981)


Sulle vie dei nostri padri

Indaghiamo da dove siamo venuti,
Esaminiamo straniti le nostre mani.
In mille anni abbiamo già imparato a cosa servono bocca e cuore,
Ma ancora non sappiamo e non capiamo dove arriviamo.

Alberi centenari, storia,
Abbiamo devastato boschi e terre,
Cerchiamo gli anni passati,
Contiamo gli anelli annuali,
In mille anni abbiamo già imparato a cosa servono bocca e cuore,
Ma ancora non sappiamo e non capiamo dove arriviamo.

Percorriamo ancora le vie dei nostri padri,
balliamo le danze dei nostri avi da tempo,
Il magico cerchio lo crediamo una via nuova,
E spesso viviamo come loro.

Alberi centenari, storia,
Abbiamo devastato boschi e terre,
Cerchiamo gli anni passati,
Contiamo gli anelli annuali,
In mille anni abbiamo già imparato a cosa servono bocca e cuore,
Ma ancora non sappiamo e non capiamo dove arriviamo.

Percorriamo ancora le vie dei nostri padri,
balliamo le danze dei nostri avi da tempo,
Il magico cerchio lo crediamo una via nuova,
E spesso viviamo come loro.

Per il testo originale vedete qui.
E la versione inglese della canzone con cui hanno vinto un festival internazionale nel 1983. Nel video vedete anche il testo (in inglese) che è una buona traduzione dell'originale.

Karthago - Requiem

Forse non devo spiegare perché mi piace di più la versione ungherese. Per me sono entrambe canzoni da brividi... Guardate questo video dal loro ultimo concerto (di tre anni fa):

mercoledì 16 marzo 2011

Lingue e identità

In questa mia vita multilingue sto scoprendo nuove profondità della mente umana e della percezione di me stessa. Ho sempre più difficoltà ad identificarmi con una nazione. E' una frustrazione e una sfida allo stesso tempo. Un nuovo orizzonte. Stando distante dall'Italia il mio italiano sta peggiorando. Ed effettivamente temevo questa conseguenza della lontananza. Sono ben consapevole che l'italiano non è la mia madrelingua. Il problema è che neanche nella mia madrelingua mi esprimo perfettamente ormai. L'italiano è entrato a far parte di me e del mio modo di pensare (vi ricordate le espressioni intraducibili che mi  mettono in difficoltà quando parlo in ungherese?).

Ma le mie difficoltà nelle due lingue sono molto diverse. In italiano inizio a commettere degli errori da straniera: sbaglio il genere delle parole (se vi ricordate, per un ungherese è del tutto innaturale che le parole abbiano un genere...) o i tempi verbali (in ungherese c'è un passato solo...). Per ora generalmente me ne rendo conto subito e mi correggo, ma ormai l'ho detto e mi mette in imbarazzo. In ungherese non è la grammatica a darmi dei problemi. Nella tua madrelingua quella ce l'hai nel sangue. E' il lessico. Parole, espressioni che non mi vengono in mente, perché mi vengono in italiano o non mi vengono affatto. E continuo a pensare più in italiano che in ungherese. Se in sottofondo sento una voce parlare in italiano o in ungherese, a volte non riesco a capire subito quale delle due lingue sto sentendo, tanto mi suonano familiari entrambe. L'inglese lo uso per lavoro, quasi mai nella vita privata. Quella lingua non la sento mia, quindi non mi confonde ulteriormente. Lo svedese poi è ancora solo una sfida. Mi piace molto e non vedo l'ora di parlarlo decentemente, ma ci vuole ancora del tempo e purtroppo non riesco a dedicargli tanto quanto vorrei. Comunque ormai mi suona familiare anche lo svedese, anche se non capisco tutto.

Quando faccio una lezione usando il mio computer e un proiettore, gli studenti vedono sullo schermo un sistema operativo in italiano, ma alcune icone in ungherese. Ultimamente mi presento agli studenti dicendo che sono ungherese ma anche un po' italiana. Ma lo posso dire? Mi mette sempre un po' in difficoltà dovermi definire. Ovviamente la cosa più semplice è dire che sono ungherese e mi sono laureata a Budapest, ma ho vissuto parecchi anni in Italia e ho il dottorato italiano. Però trovo difficile trovare una giusta definizione di me che sia più corta... Forse inizio a trasformarmi in una vera migrante: non appartengo più da nessuna parte e appartengo un po' ovunque. E' una dimensione diversa. Non è quel che volevo, ma è quello che devo affrontare adesso. E indiscutibilmente ha il suo fascino.

A dirla con i Rolling Stones: "You can't always get what you want. But if you try sometimes, you just might find you get what you need."





Il quadro degli Uffizi in appendice

E dopo una lunga pausa ecco di nuovo un quadro degli Uffizi da ammirare nei suoi dettagli. Non ho ancora citato alcun quadro di Sandro Botticelli, mentre è il primo pittore che la maggior parte dei turisti vogliono vedere quando entrano negli Uffizi. Tanto è che, proprio per la loro popolarità, nutro un po' di antipatia nei confronti dei due quadri più famosi di lui, pur essendo consapevole della loro importanza. La Nascita di Venere e la Primavera ovviamente non possono mai mancare in nessuna visita e sono anche due quadri molto affascinanti, con un'interpretazione dubbia e complessa, la cui comprensione richiede collegamenti storici, filosofici e religiosi.

Però ora, infatti, non sono questi due quadri che voglio farvi vedere, ma uno meno conosciuto, la Pala di San Barnaba, ovvero una Madonna con bambino in trono tra quattro angeli e sei santi, del 1487-1490 circa. I santi sono (da sinistra a destra): Caterina d'Alessandria, Agostino, Barnaba, Giovanni Battista, Ignazio e Michele arcangelo. E' un dipinto enorme di quasi tre metri per tre.


Guardate la faccia di San Barnaba. Sembra guardare indignato San Agostino che invece appare in atteggiamento pio.


E ora guardate il volto di San Giovanni Battista, decisamente provato. (Se invece vogliamo essere cattivi, possiamo dire che ha un po' la faccia da scemo...)


Fu la pala d'altare della chiesa di San Barnaba che si trova all'angolo di via Guelfa a Firenze, e l'iscrizione sul trono è una delle più antiche in italiano su un dipinto (secondo Wikipedia è la più antica, ma quella sulla Trinità di Masaccio nella Basilica di Santa Maria Novella è senz'altro precedente...), ed è tratta dal Paradiso di Dante.

mercoledì 3 novembre 2010

Una vita da comparatista

Sembra davvero il mio destino la comparazione. E' diventata per me il migliore strumento per imparare e scoprire, sia da giurista che nella vita privata. La comparazione giuridica mi ha aperto gli occhi e ha cambiato completamente la mia visione del diritto, così come l'esperienza di vivere in un paese estero ha cambiato tanti tratti della mia personalità (come aveva scritto un mio amico in un suo commento, ha "tirato fuori aspetti del mio carattere che sospettavo di avere ma che ancora non erano emersi in superficie").
(Avevo scritto una breve riflessione sulla comparazione nell'altro blog tempo fa.)

La mia situazione poi è particolare, in quanto questi tre paesi (Ungheria, Italia e Svezia) mi permettono di guardare l'Europa da tre angolazioni diverse: crescere in un paese dell'Europa dell'Est che ha una storia così particolare come l'Ungheria, parte della Mitteleuropa, isolata in mezzo ai paesi slavi con la sua lingua ugro-finnica, di un'identità complessa, e poi conoscere la cultura italiana e la mentalità mediterranea, culla della nostra cultura europea, così ricca di arte e storia, carica di umanità e di spontaneità, e poi arrivare in un paese dell'Europa del Nord, è un percorso secondo me molto fortunato.

Ci sono cose per cui la Svezia mi ricorda l'Ungheria, altre in cui è più simile all'Italia, e altre per cui invece non c'entra niente con nessuna delle due. Per certi versi l'Ungheria sembra una via di mezzo tra l'Italia e la Svezia. Volete sapere cosa accomuna la Svezia e l'Italia dal punto di vista di una persona che viene dall'Europa dell'Est? Più cose che immaginereste. Italia e Svezia sono due paesi ricchi che negli anni Sessanta e Settanta hanno vissuto una fase di crescita economica, mentre l'Ungheria era ancora un paese satellite dell'Unione Sovietica (sebbene fosse il paese più benestante del blocco sovietico, "la baracca più allegra del campo socialista" come si soleva chiamarla). Italia e Svezia furono entrambe protagonisti della storia d'Europa, a volte dominatori di altri popoli e colonizzatori (anche se in misura ovviamente molto minore dell'Inghilterra o della Spagna), mentre l'Ungheria, trovandosi in una zona cuscinetto tra est e ovest, ha subito numerose invasioni e tentativi di invasione (arrivarono i mongoli nel Duecento e poi i turchi nel Trecento), come però del resto pure l'Italia che è particolarmente esposta per via del Mar Mediterraneo. 
Ma a parte gli aspetti storici, posso dirvi anche che sia l'Italia che la Svezia sono popoli di mare, mentre l'Ungheria ha solo il lago Balaton (non per caso lo chiamiamo "il mare ungherese"), quindi non ha una cultura marinara (infatti, non si spiega come mai invece siamo così forti negli sport acquatici... nuoto, pallanuoto e canoa soprattutto).

Se volete capire l'identità complessa del popolo magiaro, vi consiglio di guardare e ascoltare una rockopera, "Stefano il Re" (István a király) scritto all'inizio degli anni Ottanta da una delle band più importanti della storia della musica ungherese, gli Illés. Qui sotto vedete due video. Al minuto 5:50 del primo inizia la scena del funerale del Principe Géza. La bara è seguita da un gruppo di preti  cristiani, invitati  dal principe Géza per convertire il popolo al cristianesimo, per cui suo figlio (battezzato István, cioè Stefano, secondo il rito cristiano) dovrà combattere Koppány, un altro capotribù magiaro che invece vede l'arrivo dei preti  da Roma come un'invasione di forze straniere, e pretende il trono in base al principio di anzianità, applicato dalle tribù magiare, mentre nell'Europa cristiana applicavano la regola della primogenitura. Al funerale del padre di Stefano la musica inizialmente è pagana, seguita dal Kyrie Eleison cantato dai preti. Le due melodie (quella pagana e quella cristiana) lentamente si fondono, e alla fine rimane soltanto il canto religioso dei preti. Questo pezzo della rockopera riassume e simboleggia le radici del mio paese. (Purtroppo è tagliato in due parti, continua nel secondo video.)


 

Questi video sono dalla registrazione del debutto, nel 1983, e rappresentano bene il clima dell'inizio degli anni Ottanta: una sempre maggiore apertura politica del paese e una sempre maggior libertà acquisita dagli artisti. Questa rockopera è diventata uno degli simboli del nostro cambio di regime. C'è stato uno spettacolo nel Népstadion (Stadio del Popolo, come lo chiamavano allora e fino a poco tempo fa, adesso si chiama Puskás Ferenc Stadion) nel 1990, appena dopo le prime elezioni democratiche, dove c'ero anch'io insieme ai miei genitori e ad altre sessantamila persone. E' un vero peccato che all'epoca fossi troppo piccola per comprendere l'emozione del momento... 
Ecco un video (purtroppo di pessima qualità) di quello spettacolo del 1990 nel Népstadion. Anch'io devo essere lì da qualche parte in una delle ultime file della scalinata. La canzone è una delle più famose della rockopera. (E' la danza di Torda, uno sciamano pagano.)

 

(Sarà che mi manca l'Ungheria? Ci torno domani! Dopo un'insolita assenza di quattro mesi...)

venerdì 1 ottobre 2010

Le prime nuove amicizie

Stasera ho incontrato di persona le prime persone che ho conosciuto tramite i blog (questa volta non il mio, ma il loro blog). Sono gli unici tra i blogger che ho trovato in rete che vivono nelle vicinanze di Örebro (a Karlskoga, a circa 35 km sulla superstrada verso Oslo). E' una simpatica famiglia ungherese. Mamma medico, babbo informatico e i tre figli, sempre in movimento e sempre circondati da tante persone. Questo weekend hanno come ospite una loro amica parrucchiera che è venuta a trovarli dall'Ungheria e mi avevano chiesto se volevo approfittarmi dell'occasione. Così sono andata a farmi i capelli e a conoscere la famiglia di persona! :) Oltre all'amica parrucchiera c'era anche una collega di lei con i suoi due figli e la maestra dei due bambini più piccoli. Tutti ungheresi! Mi piace conoscere la casa di una famiglia, soprattutto se numerosa. Generalmente trasmette calore e vita vissuta, e io mi guardo intorno con molta curiosità. Mi piace vedere come vive la gente e ascoltare i loro racconti di vita.

L'altra amicizia che ho fatto in questo primo mese è stata con una ragazza italiana che sta facendo il post-dottorato all'università. Non l'ho conosciuta all'università (lavoriamo in due edifici diversi), ma in modo molto simpatico al cinema. Ero andata a vedere l'ultimo film di Ozpetek (da sola) e lei era seduta nella fila davanti a me con una sua amica italo-svedese (babbo svedese, mamma romana, lei cresciuta in Svezia), e le sentivo parlare in italiano. Dopo il cinema siamo andate a mangiare qualcosa insieme, e poi è venuto abbastanza spontaneo rivederci ognitanto all'università.

Certo per ora si tratta di conoscenze piuttosto che di amicizie. All'inizio credo che sia anche naturale fare amicizia con i propri connazionali più che con i locali, ma credo che col tempo questo cambierà. E credo che sia fondamentale la lingua in questo. Una sera sono andata a un aperitivo anche con i colleghi svedesi e spesso pranzo con loro, ma non parlando ancora lo svedese sono un po' tagliata fuori dai discorsi. Comunque preferisco che tra di loro parlino svedese anche quando ci sono io. Così sento parlare svedese più  spesso e assorbo di più. Cerco sempre di ascoltarli con attenzione per captare qualche parola ed è una soddisfazione vedere che pian piano ne capisco sempre di più (ma è ancora troppo presto per capire un discorso intero).

Stasera tornando da Karlskoga avevo di nuovo quella piacevole sensazione dell'avere due patrie. Mi piace tantissimo che ci sono due popoli che posso considerare connazionali. Mi sento a mio agio sia con gli italiani che con gli ungheresi. Mi sto rendendo conto che pure stando qui rimango un'ungherese espatriata per gli ungheresi e un'italiana per adozione per gli italiani. E c'è di più. Con un italiano parlo da toscana. La ragazza italiana che ho conosciuto al cinema è di Torino (bellissima città), e tramite lei ho conosciuto anche una sua collega rumena che aveva vissuto qualche anno tra Padova e Milano. Sento il loro accento diverso e le loro esperienze diverse. Soprattutto sentire la ragazza rumena che ha vissuto in Italia da straniera come me che mi fa capire che ha una percezione diversa sia della vita svedese che della vita italiana rispetto a me. Questo probabilmente in gran parte è dovuta al fatto che è diversa da me come persona, ma credo che sia anche dovuta al fatto che ha vissuto in un'altra regione italiana.

Sono ancora molto all'inizio della vita in Svezia. Sono curiosa come si evolverà la situazione per quanto riguarda le amicizie... Per ora devo dire che ci tengo tantissimo a mantenere i rapporti con gli amici veri e con la famiglia che avevo lasciato a casa. E grazie a internet oggi questo è possibile anche nella quotidianità. Così non sento l'esigenza di nuove amicizie profonde. Se ne avrò qualcuna, bene, se no, va bene lo stesso. Ci sono tante persone care che non vedo l'ora di rivedere sia in Italia che in Ungheria.

E per stasera una canzone che ho scoperto non tanto tempo fa e che mi ha subito incantata:

lunedì 20 settembre 2010

Colori e sapori mediterranei

Dopo tre giorni passati in Spagna sono tornata alla tranquillità della Svezia. Che poi in questo momento tanto tranquilla non è. Mi sono persa le elezioni, ma credo che comunque ci avrei capito poco, dato che la realtà locale per ora non la conosco abbastanza bene e i giornali ancora non riesco a leggerli (anche se vedo che pian piano ogni giorno capisco qualcosina in più). In questi giorni cercherò di informarmi su queste elezioni e sentire quello che dice la gente, e magari vi potrò riferire meglio. 
Ma adesso vi vorrei raccontare un po' del viaggio. Sono stati tre giorni bellissimi in cui mi sono lasciata andare alla confusione dentro e fuori. (Dentro nel senso della mia ricerca d'identità e dei cambiamenti che porta questa nuova vita, intendiamoci, non per altro.) E' stata anche l'occasione per rendersi conto che alla Svezia mi sto affezionando. Mi ha fatto piacere riconoscere ognitanto una voce svedese nella folla di turisti e sentire il suono di questa lingua ormai familiare. A volte andare in un luogo del tutto estraneo serve anche a questo. Sarà un caso, ma tornavo a Pisa proprio da Barcellona anche otto anni fa, quando mi sentii arrivare a casa in Italia per la prima volta (vedete il mio racconto Erasmus nell'altro blog). Da un altro punto di vista, invece, la Spagna non l'ho sentita estranea per niente. Sempre clima e cultura mediterranea è.

Girona
Nel Parco Güell mi sono fermata un attimo a riflettere: a cosa deve il suo fascino il Mediterraneo? Amo la sua confusione. Credo che sia la sua forza, e credo che sia quello che mi ha insegnato di più. Io di mio sono una persona molto precisa e organizzata, non ho bisogno che anche il mondo intorno a me lo sia (questo è uno dei miei principali dubbi riguardo alla decisione di venire a vivere in Svezia). La spontaneità del mondo mediterraneo, la sovrapposizione di epoche e stili diversi, la mancanza di un ordine preciso tira fuori dalle persone la creatività che è in loro.
Quando sono venuta la prima volta in Svezia (aprile di quest'anno), mi ha spaventato l'ordine e la tranquillità che regnava qui. L'ho trovato inquietante. Ma credo che con il tempo ci si abitua e si impara ad apprezzarlo. A Barcellona mi sono anche resa conto che ormai non mi attirano le metropoli. Se fino a poco tempo fa amavo l'idea di vivere in una grande città, adesso credo che stia meglio in una città a misura d'uomo come è anche Örebro (anche se sinceramente la dimensione di Firenze era l'ideale). Almeno per il momento è così, ma queste cose vanno a periodi nella vita.

Questo viaggio ha avuto anche una colonna sonora: le note del Concerto di Aranjuez che ho sentito suonare  per strada in più angoli della città (e un volantino pubblicizzava anche un concerto di Manuel Gonzalez che suonava proprio questo pezzo di Joaquín Rodrigo). Un perfetto sottofondo per un weekend romantico nel meraviglioso mondo mediterraneo.

giovedì 12 agosto 2010

Punto di partenza

La prossima settimana mi trasferisco. Ormai è fatto. Devo partire. Ma per capire dove sto andando devo prima di tutto chiarire da dove parto. E per me entrambe le questioni sono complicate. Ora ve lo spiego perché. Copio qui il testo di un post che ho scritto sull'altro blog il dicembre scorso, quando di trasferimento e di Svezia non si parlava ancora proprio. Così capite meglio anche il sottotitolo del mio blog. La mia identità sta per complicarsi ancora. O forse no.

Ecco il testo, intitolato "I miei due mondi":

Da qualche anno ormai che mi divido tra due mondi separati: tra i miei due paesi. Ogni volta che faccio un viaggio dall'Italia all'Ungheria o viceversa, parto da casa e arrivo a casa. E' una condizione alla quale mi sento sempre più attaccata, alla quale sarebbe sempre più pesante rinunciare. In Italia sono un'ungherese, in Ungheria ormai mi considerano una espatriata, italiana per adozione. Ho sostituito tante delle mie abitudini con lo stile di vita italiano, ragiono e sogno in due lingue, tutti e due i paesi mi fanno battere il cuore. E a volte ho la sensazione di aver proprio bisogno di questo mondo sdoppiato per sentire di vivere una vita vera e piena... Ho una doppia chiave di lettura: agli italiani rappresento il confronto con un paese dell'Europa dell'Est, agli ungheresi rappresento il confronto con l'Italia.
Tra i miei due mondi ci sono pochi punti di contatto. In Ungheria non conosco italiani, in Italia non frequento ungheresi (o comunque entrambi sono delle eccezioni). Nei rari momenti di contatto tra i miei due mondi la mia sensazione di avere una doppia vita si intensifica. E proprio in quei momenti che mi sento davvero fortunata ed incredibilmente arricchita da questa condizione...