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domenica 6 ottobre 2013

Una vita comoda (Filosofeggiando...)

Quando mi chiedono "Ma com'è la vita in Svezia?" (e capita spesso), generalmente dopo un momento di esitazione rispondo che "è una vita comoda". Certamente è sempre riduttivo descrivere un paese o una vita con un aggettivo solo, ma se devo sceglierne uno per la vita svedese, mi viene in mente "comodo". Qualche volta ci rifletto e per ora arrivo sempre alla stessa conclusione: la vita svedese è comoda. Dopo quella italiana poi...

Si potrebbe usare anche tanti altri aggettivi. Per esempio confortevole, tranquilla, sicura, prevedibile. Ma "confortevole" porta in sé un giudizio valutativo positivo, mentre "comodo" riflette bene la doppia faccia del concetto. "Tranquilla" poi lo sono io di mio, quindi per me non è una novità. "Sicurezza" e "prevedibilità", infine, sono sempre solo un'illusione, anche se certo è che qua questa illusione è parecchio forte. E' poco umile però pensare che la vita sia prevedibile. Potrei anche dire "una vita piatta", ma sarebbe troppo negativo e sarei ingiusta nei confronti della Svezia. Se uno ha una vita piatta, deve guardare dentro sé stesso invece di incolpare l'ambiente circostante. La vita è interessante in ogni circostanza se vissuta con curiosità e spirito di iniziativa.

Se invece dovessi descrivere la vita in Italia, in base alla mia esperienza di circa sette anni vissuti lì, userei l'aggettivo "stimolante". Una vita che di comodo ha ben poco. Non è né tranquilla, né sicura, né prevedibile, ma è piena di stimoli di tutti i tipi. Stimoli visivi, gustativi, emotivi ed interpersonali. Una vita che non ti lascia mai in pace, che ti sfida continuamente, stancante e arricchente allo stesso tempo. Della vita in Italia ci si può stancare, anzi, ci si può stufare, ma rimanere indifferenti mai. E' una vita piena di emozioni, positive o negative che siano (vedi questo post dell'anno scorso).

Nella mia mente scorrono mille pensieri riguardo a questo discorso, questo confronto tra "comodo" e "stimolante" che sembrano essere qualità incompatibili o comunque distanti. La vita svedese è comoda, perché qua le cose funzionano. Si è praticamente viziati dai servizi pubblici e da coloro che lavorano nel settore pubblico, con poche eccezioni. Si è informati su ogni minimo dettaglio, e tutto è spiegato a un livello intellettivo di un bambino di dieci anni (che talvolta rasenta il ridicolo, ma posso immaginare che ci siano persone che ne hanno davvero bisogno). Il punto è che qua raramente ti devi "arrangiare", come succede in Italia, ma anche in altri paesi. Ci sono lo stato e il comune con i loro servizi che pensano a te. E questo è vero anche per l'istruzione universitaria. Gli studenti sono serviti e coccolati.

La mia domanda è, e non smetterò mai di farmela: ma è questa la chiave della felicità? La comodità? Lo so che chi non ce l'ha se la sogna, e non voglio sminuire la sua importanza, ma neanche elevarla su un piedistallo come un valore fondamentale della vita. La comodità tranquillizza e appiattisce allo stesso tempo e non è affatto una garanzia di serenità. Adoro questa parola, "serenità", che ho imparato in Italia. Ne ho già scritto qui una volta, come esempio di espressione italianissima. Per raggiungere la serenità ci vuole soprattutto pace interiore che non ha nulla a che vedere con la comodità. Però almeno non sono concetti incompatibili...

Questo discorso potrebbe portare molto lontano, e riconosco che è un filosofeggiare senza fine e senza concretezza, ma è nella mia natura fare riflessioni del genere ognitanto. E' come un esercizio per la mente, e capita che mi aiuti a comprendere qualcosa di nuovo. Quel che ho capito questa volta è che la vita comoda ha un suo prezzo: la quantità ridotta di stimoli. Non è una tragedia. Semplicemente ti devi impegnare il doppio per trovarli o crearteli e per vedere quegli stimoli ridotti che trovi come tali.

Il mio problema è che io, non essendo una persona creativa di natura, ho bisogno di stimoli esterni che tirino fuori il mio lato creativo. E' un mio limite, lo riconosco, ma è importante conoscere sé stessi per poter vivere una vita serena. Confesso che oltre a cercare di impegnarmi in questo senso in Svezia, uso anche una scorciatoia: torno in Italia quando posso per ricaricarmi di stimoli (visivi, gustativi ed interpersonali). Da adesso però, per via del regalo di Natale in arrivo, per i prossimi cinque-sei mesi almeno non lascierò la Svezia. Vediamo come la vivrò questa cosa. A parte che credo che dopo Natale la vita comoda sarà un lontano ricordo per un paio d'anni almeno... :)

martedì 14 agosto 2012

Le olimpiadi da un triplice punto di vista

Non ho mai seguito le olimpiadi con tanta intensità come quest'anno. Forse perché quando sono cominciate avevamo già finito le ferie ed eravamo tornati in Svezia. E trattandosi di un'estate non proprio bella dal punto di vista meteorologico (intendete: è quasi sempre nuvoloso/piovoso/ventoso), la sera e nei weekend non avevamo molto meglio da fare che seguire le gare in tv e su internet. Ho guardato pure le cerimonie di apertura e di chiusura.

Poi per me ora è divertente più che mai seguire le competizioni sportive. Sono legata ormai a tre paesi, quindi in queste due settimane non mancava mai un evento in cui potessi(mo) tifare qualcuno. Ho pure la fortuna di essere legata a tre paesi che eccellono nello sport, quindi il tifo porta spesso a soddisfazioni. Anche se agli svedesi questa olimpiade di Londra non è andata per niente bene, in realtà sono al nono posto nel medagliere di tutti i tempi.

La classifica di tutti i tempi (giochi estivi e invernali)

Questa olimpiade è invece andata molto di bene agli ungheresi! Non ce l'aspettavamo, o meglio, non ci speravamo molto, dati gli scarsi risultati ottenuti a Pechino e lo stato disastroso dei finanziamenti dedicati alle discipline diverse dal calcio. E invece lo sport ungherese con queste olimpiadi è riuscito a tornare ai vecchi splendori! Siamo finiti al nono posto della classifica, proprio dietro l'Italia (ma per qualche giorno siamo stati davanti all'Italia di una medaglia d'oro). Ecco il medagliere definitivo:

La classifica di Londra

La Svezia è finita invece al 37esimo posto. Il medagliere olimpico però è basato su un calcolo crudele e spietato. In prima battuta conta soltanto il numero delle medaglie d'oro, e le altre medaglie vengono considerate soltanto a parità di ori. Così può capitare che un paese come il Giappone che ha vinto 38 medaglie sia soltanto all'undicesimo posto, mentre la Corea (del Sud) con "sole" 28 medaglie è al quinto. E' più corretta la classifica basata su un punteggio ottenuto in base al numero delle diverse medaglie e in cui contano anche i quarti, quinti e sesti posti, ma purtroppo da due olimpiadi ormai che non si usa più ufficialmente. (In questa classifica a Londra l'Italia sarebbe arrivata al nono, l'Ungheria al 13esimo e la Svezia al 27esimo posto.) 

Molti dicono però che quel che conta veramente è il numero di medaglie in proporzione alla popolazione. Il ragionamento è logico: un miliardo e mezzo di cinesi possono fornire più atleti eccellenti che due milioni di estoni... In realtà contano anche molte altre cose, primo fra tutti il denaro (stipendi, attrezzature, strutture, borse di studio, ecc.) dedicato allo sport. Infatti, la rivista inglese The Guardian ha elaborato delle classifiche alternative, basate su questi fattori (PIL, popolazione, numero degli atleti). Link qui.

Medaglie pro capite ai giochi di Londra

In questa classifica di medaglie pro capite l'Italia non è più tra i primi dieci, ma si trova al 45esimo posto (e la Svezia al 27esimo). Considerando le medaglie di tutti i tempi la Svezia è invece al secondo e l'Ungheria al terzo posto! Anche qui conta però a quante olimpiadi ha partecipato un paese, perché la classifica è calcolata sul numero assoluto di medaglie, e i paesi più poveri o nuovi sono svantaggiati. Un altro sito dove trovate le diverse classifiche che prendono in considerazione vari fattori è Medals per capita.

Queste olimpiadi mi sono servite anche per un "check-up" del mio cuore. Ovvero per capire dove "mi tira" il cuore, come si direbbe in ungherese. Ho avuto l'occasione di vedere incontri tra Ungheria e Italia (una finale di scherma maschile, vinta dall'ungherese, e un quarto di finale di pallanuoto maschile, vinto dall'Italia) e tra Ungheria e Svezia (semifinale di pallamano maschile), e gareggiare atleti di tutti e tre paesi nella stessa disciplina. Ho sempre tifato l'Ungheria con tutto il mio cuore, senza dubbi o rimorsi di alcun tipo, pure contro l'Italia. Ma non è solo una questione di cuore. Appartenere a un popolo piccolo fa sentire il tuo tifo più importante e più speciale che tifare insieme a 57 milioni di italiani... (Gli ungheresi sono 10 milioni.) Ma certamente non è mancata l'occasione per tifare per atleti italiani o svedesi.

Dei risultati ottenuti dagli atleti ungheresi a Londra e del rapporto del mio paese con le olimpiadi vi racconterò in un altro post. C'è troppo da dire. Conoscete per esempio la storia della nazionale di pallanuoto ungherese che nel 1956 alle olimpiadi di Melbourne giocò contro l'Unione Sovietica appena un mese dopo la fine della rivoluzione ungherese? Ve la racconto nel prossimo post.

Buon Ferragosto a tutti gli amici italiani che si trovano in Italia! Qui sarà un giorno come un altro che passeremo lavorando.

mercoledì 21 dicembre 2011

Metafore

Pensieri gettati su un pezzo di carta qualche tempo fa

La mia storia con l'Italia è un po' come una storia d'amore. Una storia finita di recente con tutti gli strascichi che ciò comporta. Ancora un tira e molla. Quella fase in cui la testa razionalmente sa che è finita, ma il cuore non riesce ancora ad accettarlo. Quella fase incerta in cui non puoi ancora sapere quanto tempo ti ci vorrà per superarlo. Se lo supererai. Perché credi ancora che non ci sia niente e nessuno di simile che lo possa sostituire. Quella fase in cui sai che devi tagliare i ponti per non soffrire troppo, ma ancora non ne sei capace e non sai neanche se è la cosa giusta da fare.

L'Ungheria è un'altra cosa. E' il mio paese. Fa parte di me. Visceralmente ed irreversibilmente. E' come un genitore per me. Mi ha dato la vita. So che ci posso sempre contare. So che ci posso sempre tornare e mi aspetta a braccia aperte. Da un genitore puoi passare distante anche tanti anni, anche tutta la vita, e ti aspetterà sempre. Fa parte di te. Visceralmente. Irreversibilmente.

L'amore è un'altra cosa. Ti può abbandonare. Ti può fare del male. L'Italia non è stata amore a prima vista per me. Per niente. All'inizio non mi sentivo a casa. Mi sentivo un'estranea che non capiva tante cose, che non parlava bene la lingua, che non vedeva l'ora di tornare a casa. Si è fatta scoprire pian piano e mi ha fatto innamorare. Forse sono proprio questi gli amori che durano tutta la vita. Non un colpo di testa, ma un amore profondo per qualcuno che conosci bene. Conosci bene anche i suoi difetti e le sue debolezze.

Come descrivere invece il mio rapporto con la Svezia? E' un po' come sposare un uomo che ti dà la stabilità e lo status che hai sempre sognato, ma di cui non sei innamorata. Che ti colpisce razionalmente, ma che non ti fa battere forte il cuore. Chissà però se col tempo, conoscendola meglio, non mi farà innamorare anche lei...

Concludo con una canzone meravigliosa. (Questa volta non ungherese però.)


Love hurts,
Love scars,
Love wounds and mars
Any heart not tough or strong enough
To take a lot of pain, take a lot of pain
Love is like a cloud, it holds a lot of rain
Love hurts,
love hurts.

I'm young,
I know,
But even so
I know a thing or two, I learned from you
I really learned a lot, really learned a lot
Love is like a flame It burns you when it's hot
Love hurts,
love hurts.

Some fools think
Of happiness, blissfulness, togetherness
Some fools fool themselves, I guess
They're not foolin' me
I know it isn't true I know it isn't true
Love is just a lie made to make you blue
Love hurts, 
love hurts.
I know it isn't true
I know it isn't true
Love is just a lie made to make you blue
Love hurts...

sabato 17 dicembre 2011

Un salto in Italia - Impressioni

Sono stata a Trento due giorni per un seminario.

Pensavo di tornare nel paese della luce, invece mi sono scordata che venivo nella Pianura Padana. Mi aspettava la nebbia. Anzi, il tassista mi ha corretto, la foschia. Non nebbia, perché problemi di visibilità non ce ne erano, solo quella cappa fitta nel cielo invece di sole e di azzurro. Questo almeno a Verona dove sono atterrata. A Trento la situazione era già meglio.

Da due mesi che non lasciavo la Svezia. Che gioia sentir parlare italiano intorno a me, poter fare due chiacchere con chiunque, capire subito tutto, riuscire ad esprimermi liberamente e spontaneamente in più di cinque sillabe...

Mi ha aspettato un paese colpito dagli omicidi razzisti di Firenze, commessi proprio sotto casa mia. Cioè sotto l'ultima casa che abbiamo avuto a Firenze. Prima di trasferirmi in Svezia abitavo in piazza Dalmazia. Adoravamo vivere in quella zona, non mancava niente. Una piazza ben servita, piena di negozi, un cinema, un locale rinomato, un lampredottaio, una buona pizzeria, un piccolo mercato tutte le mattine. In quel mercatino ci sono passata mille volte...

Mi ha aspettato anche uno sciopero generale venerdì. Proprio il giorno in cui dovevo tornare all'aeroporto di Verona. Fino alle 17 non passava nessun treno. Meno male un collega veronese mi ha gentilmente accompagnata in macchina.

Giovedì, prima dell'inizio del seminario, ho avuto un'ora libera. Ne ho approfittato per andare a vedere il mercatino di Natale. Quante cosette deliziose. Per pranzo ho preso un succo di mela caldo e un panino con porchetta. Né il pane né la porchetta non c'entravano niente con quelli del Centro Italia. Ho visto un ragazzo (italianissimo) mettere mezzo chilo di maionese sulla porchetta.

Al ritorno, all'aeroporto di Monaco (di Baviera) gli svedesi erano facilmente riconoscibili. Erano quelli con una busta trasparente in mano con un paio di bottiglie di alcolici dentro.

Ora eccomi di nuovo nel paese del buio. Non che in Italia ci sia stata tutta questa luminosità però, diciamocelo... Giovedì prossimo si riparte per le feste.

mercoledì 7 dicembre 2011

Un punto di vista svedese sull'avvocatura italiana

La settimana scorsa mi è capitato di trovare un articolo molto interessante sugli avvocati italiani, pubblicato sul sito di un giornale svedese. Aftonbladet forse non è il giornale più prestigioso della Svezia, ma questo articolo, effettivamente, descrive la realtà. Fa parte di una serie di cronache scritte da Peter Kadhammar che si è preso l'impegno di fare il giro delle capitali dei paesi europei più afflitti dalla crisi economica. Il suo giro comprende, quindi, una sosta ad Atene, a Roma, a Madrid ed a Lisbona (mica male come gitarella...). In Italia ha scritto cinque articoli, tra cui quello che mi ha attirato l'attenzione in modo particolare. In pratica il giornalista svedese ha accompagnato un giovane avvocato italiano in tribunale e ha seguito la sua giornata di lavoro.


Insieme a Giulia di Piccoli Vichinghi abbiamo tradotto in italiano l'intero articolo (in realtà il grosso del lavoro è stato fatto da lei, io ho dato una mano più che altro con i termini giuridici), così lo può leggere anche chi non capisce lo svedese. Ecco la traduzione:

Roma, Italia: mentre gli avvocati fanno la coda, gli affari stagnano

Una mattina il giovane avvocato Pierpaolo Pomes ci porta in giro per il tribunale civile di Roma. È una visita ai gironi dell'Inferno. Infatti, gli avvocati chiamano uno degli uffici proprio l'Inferno. Si trova nello scantinato dove vengono emessi i decreti ingiuntivi.
È l'inferno perché gli avvocati devono aspettare, aspettare e aspettare in coda. Lo studio di Pierpaolo, avveduto, serio, specializzato in diritto del lavoro, ha assunto un avvocato il cui compito principale è di fare la coda. Come è possibile che si consegua un titolo universitario solo per finire in fondo ad una lunga fila di persone che devono ritirare delle carte?
La risposta è semplice. Con una burocrazia abbastanza complicata e ostile, le forze contro questo ostacolo devono essere massicce, enormi, come un'armata che si lancia all'assalto attraverso il campo di battaglia contro il fuoco nemico. Alla fine qualcuno riuscirà a sopravvivere e a raggiungere l'obiettivo! Solo la città di Roma ha un'armata di 23000 avvocati. Tanti quanti in tutta la Francia. In Svezia ci sono 5 000 avvocati.

Pierpaolo ha studiato all'università e ha fatto pratica all'estero. Giù all'inferno, all'ufficio dei decreti ingiuntivi, una volta stette in coda ad uno sportello per due ore. Doveva ritirare un decreto che il tribunale avrebbe benissimo potuto spedire per posta. Ma il tribunale non lo fa.
Quando fu il turno di Pierpaolo, l'impiegata allo sportello gli disse che aveva fatto la coda sbagliata. - Ritorni un altro giorno! Patapum.
Pierpaolo ha una risata che ricorda quella della stella del cinema Peter Sellers. Gli viene naturale. E' un uomo pacato. A proposito della sua attesa inutile dice solo: "È triste...".
Un altro giorno dopo aver fatto la coda si presentò all'impiegata dello sportello. Doveva registrare un atto di citazione per conto di una società contro un'altra. L'impiegata guardò le firme e, con aria visibilmente irritata, chiese: "E chi mi dice che queste firme sono autentiche?"
Fu troppo anche per il giovane avvocato, che minacciò di chiamare la polizia se l'impiegata non avesse accettato e registrato i documenti.
Giriamo per i corridoi, da edificio ad edificio nel quartier generale della giustizia. Dappertutto c'è molta attività: gli avvocati si affrettano, attendono, fanno la coda, parlano tra loro. Anche i loro clienti si affrettano, attendono, fanno la coda e parlano tra loro. I particolari cambiano continuamente ma nell'insieme è tutto fermo.
Incontriamo una collega di Pierpaolo che sta aspettando dalle 8.40 del mattino. Ora sono le 12.15.  Si torce dall'irritazione, sta per scoppiare. Sta aspettando per sapere quando sarà la prossima udienza per la sua causa. Tra quattro mesi? Sei? Che giorno? Che ora?
Anche queste informazioni si potrebbero inviare per posta, ma perché mai il tribunale dovrebbe prendersi questo disturbo? Gli avvocati possono fare la coda!
In una sala delle udienze siede un giudice con uno spesso maglione blu e gli occhiali che pendono sopra la pancia da un cordicella. Le parti stanno chinate sulla sua scrivania. Indossano le toghe. Dietro di loro, in coda, altri aspettano di sottoporre il proprio caso al giudice.
Un'udienza può richiedere da 30 secondi a due ore. Ma un'udienza è solo una parte di un processo molto, molto lungo. Ecco un abbozzo schematico del purgatorio di un avvocato. Prendiamo per esempio una società che fa causa a un'altra società:

Coda di due ore per registrare l'atto di citazione.
Attesa di 10 giorni per avere la data della prima udienza che sarà di regola dopo 6 mesi.
Coda di 30 minuti alla cancelleria del giudice per ritirare l'atto. Fare una copia della decisione sulla data dell'udienza.
Attesa di 30 minuti per autenticare la copia.
Coda per la notifica 2-3 ore.
Coda all'udienza da 30 minuti a 4 ore.
Udienza di dieci minuti. Il giudice sente i testimoni, chiede i documenti e… "Ci rivediamo tra 5 mesi."
Nuova udienza dopo 5 mesi. Sentenza: La società X deve pagare 10 000 euro di risarcimento.
Dopo alcune settimane viene depositata la motivazione della sentenza. L'avvocato sta in coda per un'ora per ritirarla.
Coda per fare una copia autentica della sentenza. Un'ora.
Coda all'ufficio che appone la formula esectuvia sulla sentenza. Due-tre ore.

Ho sicuramente dimenticato qualcosa. Ma diciamo che un avvocato aspetta in coda - in coda, cioè non studia, argomenta, ricerca né si occupa del caso - per 13 ore. Per un singolo caso. Questo spiega come mai a Roma ci siano 23 000 avvocati.
L'esempio sopra non esagera per niente.
Lo studio di Pierpaolo aveva come cliente un allenatore di tennis a cui fu riconosciuto una somma di 300 000 euro dal suo datore di lavoro a titolo di mancata retribuzione tra il 1975 e il 2004. Aveva anche diritto agli interessi. Un caso complicato. La motivazione della sentenza arrivò dopo 26 mesi!
Questo era naturalmente inaccettabile. Lo studio di Piepaolo ha chiesto un risarcimento allo stato. Il processo è iniziato nel 2008 ed è tuttora in corso.
Oppure prendi l'azienda di caffè che è stata condannata per aver licenziato 15 dipendenti senza giusta causa. Il processo è durato nove anni. Se una delle parti avesse presentato appello sarebbe durato due o tre anni di più. Forse ancora di più.
- Mi sento… impotente... quando sono in coda, dice Pierpaolo.
Non è solo lui ad essere impotente. Il sistema giudiziario italiano è così lento da divenire una minaccia per l'economia della nazione. La Banca Mondiale colloca l'Italia all'87esimo posto nel mondo per quanto riguarda il clima imprenditoriale. Il paese che ha dato al mondo la Ferrari e la Fiat finisce tra la Mongolia e la Giamaica (la Svezia è il numero 14).
Riguardo la possibilità di far rispettare un contratto scritto, l'Italia è al 158 posto su 183, solo due posizioni sopra l'Afganistan ed un bel po' sotto il Sudan (la Svezia è il numero 54).

- Il sistema giudiziario crea insicurezza negli affari, dice Pierpaolo. Un imprenditore non può vivere nell'incertezza per anni, che abbia ragione o torto. Questo paralizza l'economia.
Paolo ha scelto di fare il giurista perché gli piace il ragionamento limpido e logico. Gli chiedo se veda ancora così il diritto. Risponde: - Essere avvocato è vedere le funzioni della società nella loro forma più pura.

Commento mio: purtroppo il giornalista non esagera nella descrizione dei fatti. A Firenze la situazione è meno pesante che a Roma, città più piccola, meno cause, giudici un po' più organizzati (in quanto per esempio la data dell'udienza e la motivazione della sentenza vengono inviate per fax allo studio dell'avvocato), ma i problemi sono gli stessi.

sabato 18 giugno 2011

L'Italia vista con gli occhi di un ungherese

Non i miei. Quelli di altri ungheresi. I miei occhi ormai non sono più gli occhi di un estraneo. Da tanto che non avevo l'occasione di vedere l'Italia con gli occhi dei miei connazionali. Invece durante questo soggiorno in terra italica mi si sono presentate addirittura due occasioni, per giunta in due situazioni molto diverse. Con conclusioni diverse.

Per primo un convegno di tre giorni nel Nord Italia al quale ho fatto un intervento insieme a un collega ungherese che è venuto da Budapest appositamente. Un collega che non conosceva affatto l'ambiente accademico italiano, non è mai stato in Italia prima se non da bambino per una breve vacanza e, logicamente, non parla italiano. Il convegno si era autodichiarato internazionale, con un call for papers aperto anche a ricercatori stranieri, per cui avevo avuto la pensata di invitare il mio collega ungherese con il quale sto lavorando su un articolo che pubblicheremo insieme in inglese, e il convegno sembrava (ed era) un'ottima occasione per presentare il nostro lavoro e magari ricevere qualche commento costruttivo. Anche se alla fine eravamo pochi relatori stranieri, il programma prometteva bene lo stesso perché diversi titoli di inverventi di colleghi italiani erano in inglese. Fatto sta che tutti, ma proprio tutti i relatori italiani hanno parlato in italiano! Meno male che il mio collega, parlando benissimo il francese e avendo studiato per diversi anni il latino, bene o male è riuscito a seguire gli interventi, soprattutto se i relatori usavano delle presentazioni proiettate (spesso scritte in inglese ma, mistero della sorte, spiegate sempre in italiano...).
Quindi il mio collega abituato, come confronto con l'Europa occidentale, all'ambiente accademico belga in cui aveva passato un periodo e che è caratterizzato (per come mi ha raccontato lui) da una conoscenza impeccabile della lingua inglese in cui ti fanno notare pure i minimi errori di pronuncia, è rimasto abbastanza sorpreso. E' riuscito però a cogliere il lato positivo e mi diceva che almeno si sentiva meno sotto pressione per la sua conoscenza dell'inglese. Peccato che è rimasto poi fregato dal fatto che la nostra relazione era preceduta dall'intervento di un collega belga che nonostante il suo inglese oxfordiano perfetto, visto l'andazzo delle cose, ha deciso di parlare in italiano (altrettanto ottimo), e la sua presenza ha compromesso un po' la leggerezza del mio collega. Insomma, tutto sommato, nonostante qualche nota negativa riguardo all'organizzazione (per esempio la quota di iscrizione che doveva essere pagata pure dai relatori e che comprendeva soltanto una cena sociale, né un caffè nelle pause, né un pezzo di carta e penna), l'ho visto soddisfatto del convegno che pure in assenza di diversi grandi nomi per via di una scissione politica tra i professori del settore (altra cosa molto italiana) ha riservato qualche intervento interessante e originale. Ha apprezzato molto i lati positivi dello stile italiano, la spontaneità prima di tutto.
Come impressione generale posso dire che gli italiani spesso fanno sorridere gli stranieri abituati a una maggiore precisione e prevedibilità. Oserei dire che in ambito professionale si tende a non prendervi sul serio, cosa che io personalmente non condivido, ma purtroppo mi è capitato più volte sentire dei commenti anche dispregiativi che qualche collega straniero mi ha confidato sapendo che non sono italiana e non conoscendo il mio legame forte con l'Italia (e mi dispiace sempre enormemente sentire questi commenti). Dall'altro lato però, se si parla di luoghi comuni, devo anche dire che anche se si tende a non prendere gli italiani sul serio, allo stesso tempo stanno simpatici a tutti! Anche questa cosa l'ho notata. Simpatici per la loro spontaneità, gentilezza, apertura mentale e capacità di godersi la vita.
(Ovviamente questo discorso è strapieno di luoghi comuni, quindi tutto quello che ho scritto è da prendere con le pinze.)

La seconda occasione di confronto con i miei connazionali è stata una situazione alla quale sono molto più abituata anche se da un anno che non mi è più capitata. Domenica scorsa ho portato alla Galleria degli Uffizi un gruppetto di ungheresi, tra cui una coppia di amici di mia mamma, che si trovavano in Toscana in vacanza. Mi faceva piacere tornare agli Uffizi, quindi mi sono offerta volentieri a fargli da cicerone.
Certamente l'Italia vista con gli occhi di un turista è tutta un'altra cosa. Passare soltanto qualche giorno in questo paese, concentrandosi sulle bellezze dei posti e osservando tutto da completo estraneo, non ti permette di capire veramente la realtà locale. Nel caso migliore è un respiro profondo dall'anima di un paese, e la sua comprensione dipende dalla sensibilità della persona.

lunedì 30 maggio 2011

Better Life Index Revisited

Dopo un post descrittivo (che è la premessa necessaria per capire questo post), ecco una riflessione più critica sull'indice di "miglior vita", dopo una lettura più approfondita dei risultati di questo studio commissionato dall'OCSE e in parte indotta dai commenti al post precedente.

Come hanno suggerito anche Gattosolitario e Bixx nel loro commento, il fattore Life Satisfaction è poco scientifico e troppo soggettivo. Dato che la novità di questo indicatore è il fatto che considera le tue priorità personali che puoi impostare da solo, non capisco che bisogno c'era di includere un fattore così soggettivo nell'analisi. Anche perché, come ho scritto alla fine del post precedente, chi è che non darebbe la priorità più alta alla propria felicità e soddisfazione... 

Un fattore che invece secondo me sarebbe fondamentale includere: la distanza dagli affetti. Se uno dà alta priorità alla vicinanza fisica alla famiglia e/o altri affetti importanti, ciò dovrebbe essere considerato. Perché è inutile che il mio Better Life Index mi indichi il Canada, se poi vivo male perché mi costa un occhio della testa tornare a casa e non riesco a vedere quasi mai le persone a me care.

Poi, chi è che vuole vivere in un posto perfetto? A me la perfezione mette inquietudine. A parte che non esiste, e l'apparenza della perfezione nasconde sempre delle verità meschine. (Vedete le mille opere letterarie e cinematografiche sull'argomento...) Ecco una vignetta che rende bene l'idea:

La Svezia sarà un paese ben organizzato e ricco che permette una vita sicura e tranquilla, ma non è detto che questo tipo di vita sia adatto a tutti. Ci sono altrettante mancanze qui (il classico trio sole-cibo-mare in cui l'Italia è tanto forte, per esempio). Per farvi capire, oggi mentre aspettavo che aprissero l'aula prima del corso SFI, una signora mi ha chiesto: "Come ti trovi in Svezia?". Io generalmente rispondo "tutto bene, grazie, me la cavo". Al che lei mi dice "io non la sopporto, non mi piace stare qui per niente". Mi ha sorpreso questa risposta così netta. Mi è venuta spontanea la domanda: "come mai allora non torni a vivere nel tuo paese?" (l'ho chiesto in maniera non offensiva, ovviamente), e lei mi ha detto che tornare indietro è molto difficile e ormai il lavoro lo lega qui. Insomma, non c'era tempo per approfondire l'argomento e non ho indagato oltre, ma l'ho raccontato per farvi capire che non è che qui sono tutti felici. (C'è da dire che la signora veniva dall'Australia che è un altro paese in cima alla lista del Better Life Index...)

Poi, alcuni risultati di questo Better Life Index non mi tornano. Per quanto riguarda il fattore "comunità" per esempio, come descritto nel post precedente, come fa l'Italia ad essere soltanto al 29esimo posto, mentre la Svezia al quinto? Non mi pare che la gente qui sia socialmente più attiva che in Italia o che la qualità delle relazioni interpersonali sia migliore... Mi sa che hanno dato molto più peso allo stato sociale, cioè quanto ti aiuta lo stato (e non le altre persone). E in quello la Svezia è sicuramente imbattibile. Considerate poi che nella categoria "community" il primato ce l'ha l'Islanda. Ma che vuol dire?!?

E' interessante vedere anche quali sono le categorie in questo Better Life Index in cui l'Ungheria precede l'Italia. Ce ne sono quattro (che considerando che le categorie in totale sono nove, è una proporzione considerevole). Una è l'istruzione. E qui neanche di poco. Ungheria al 17esimo posto, Italia al 29esimo. La Svezia è il decimo, ma anche qui bisogna leggere la spiegazione, e ho i miei dubbi al riguardo. La seconda è l'ambiente, la terza è la sicurezza, la quarta è l'equilibrio tra lavoro e vita privata. Però poi l'Ungheria con le sue altre debolezze compensa alla grande e nel risultato complessivo rimane di cinque posizioni dietro l'Italia...

E una cosa in cui l'Italia precede la Svezia? L'unica secondo il Better Life Index... Anche se di una sola posizione (12esima e 13esima, rispettivamente). La categoria "reddito"! Sinceramente io non me ne sono accorta. Ma sicuramente non è stato calibrato sullo stipendio dei ricercatori universitari...

In ogni caso, in qualsiasi modo imposti le priorità, al primo posto con grande probabilità troverai il Canada o l'Australia o la Svezia o la Norvegia. Morale della favola: secondo l'OCSE se vuoi vivere bene o ti devi beccare cinque mesi d'inverno ogni anno o devi trasferirti in c**o al dall'altra parte del mondo...

giovedì 26 maggio 2011

Indice di Miglior Vita

In italiano suona decisamente buffo... Infatti, non si traduce. Se no, gli italiani potrebbero pensare che sia un indice di mortalità. Invece tutto il contrario! Il Better Life Index vorrebbe mostrare la qualità di vita dei paesi membri dell'Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico (OCSE, o OECD in inglese). L'analisi quindi coinvolge 34 paesi, tutti della parte più fortunata del mondo (non solo europei). Insomma, lo scopo è comparare il benessere dei cittadini di questi paesi, e sono presi in considerazione nove fattori: abitazione, reddito, opportunità di lavoro, comunità, istruzione, ambiente, governance, salute, soddisfazione (life satisfaction), sicurezza, equilibrio tra lavoro e vita privata (work-life balance). E' stato calcolato dall'OCSE per la prima volta quest'anno, e pubblicato questa settimana.

La cosa ganza di questo indicatore è il fatto che è personalizzabile. Esiste un sito apposito e interattivo dove ognuno può impostare le proprie priorità e calcolare qual è il paese ideale per lei/lui. Devi decidere, su una scala da uno a cinque, quanta importanza dai a ognuno di questi fattori. Ovviamente uno prima deve capire cosa significhino, perché così a prima lettura non è del tutto chiaro. Qui riporto la spiegazione di soltanto quelli meno evidenti.
  • Nella categoria abitazione (Housing) sono inclusi diversi fattori: la proprietà immobiliare, quindi se sei proprietario della casa in cui abiti; il costo degli affitti; e le condizioni delle abitazioni, tra cui il numero di persone per stanza. In questo la Svezia è soltanto 13esima (ma l'Italia è 20esima e l'Ungheria 31esima...).
  • Per comunità (Community) si intende attività sociali, il tempo passato in compagnia di amici, il supporto da parte della comunità. In questo la Svezia è quinta e l'Ungheria precede l'Italia! L'Italia è addirittura al 29esimo posto (io non l'avrei mai detto...).
  • Governance significa trasparenza della politica, fiducia nelle istituzioni pubbliche, tasso di partecipazione alle elezioni. Chiaramente Svezia al secondo posto, ma l'Italia non è messa così male come potreste pensare: è la 21esima seguita subito dopo dall'Ungheria. Secondo l'OCSE quanto a governance sono messi peggio dell'Italia altri 13 paesi, tra cui il Giappone, la Francia, la Germania, la Svizzera e il Lussemburgo. (Insomma, il dubbio viene come cavolo l'hanno calcolato...)
  • Il fattore "soddisfazione" ovvero Life Satisfaction è quello più soggettivo fra tutti. In pratica misura il senso di benessere e felicità degli individui. In questo l'Ungheria è all'ultimo posto! Oddio, vuol dire che siamo un popolo di lagnosi infelici?!? (Ci sta, eh...) Quanto alla Svezia, è al sesto posto (l'Italia è invece al 22esimo).
  • Infine, l'equilibrio tra lavoro e vita privata (Work-Life Balance) include dati relativi al tasso di occupazione delle madri, alle ore lavorative, al tempo libero e al tempo dedicato alla cura di se stessi. Svezia, sorprendentemente, soltanto al settimo posto (ma è preceduta da paesi come Danimarca, Norvegia, Olanda, Finlandia, Belgio e Svizzera). E un'altra sorpresa: l'Ungheria (20esima) precede di gran lunga l'Italia (26esima)! 
Se imposti tutti i fattori allo stesso livello, cioè dai la stessa importanza a tutti e nove indistintamente, la qualità della vita dovrebbe essere la migliore in Australia e in Canada. Al terzo posto la Svezia. L'Ungheria è tra gli ultimi, al 29esimo posto, l'Italia è messa un po' meglio, al 24esimo posto.

Io dico sempre che bisogna essere consapevoli che siamo nati nella parte più ricca del mondo, e questo è vero sia per l'Ungheria che, ancor di più, per l'Italia. Quello che mette tristezza e fa preoccupare, però, è il peggioramento che si vede in questi ultimi anni, non solo in termini assoluti, ma anche rispetto ad altri paesi, in teoria simili. E questo purtroppo è vero per tutti e due i miei paesi. L'Ungheria da paese pioniere del cambio di regime e della transizione democratica e tra i primi dal punto di vista economico dell'ex blocco sovietico fino agli anni Novanta, adesso è l'ultima della regione. Ci hanno sorpassato la Polonia, la Slovacchia, la Repubblica Ceca e la Slovenia. Qui parlo ovviamente di Europa centrale, non voglio fare paragoni con i Balcani o con l'ex Unione Sovietica. Quanto all'Italia, invece, credo che non ve lo debba spiegare...

Secondo me il problema con questo Better Life Index è capire quanto peso dare ai diversi fattori. Per esempio, chi è che non metterebbe assoluta priorità al Life Satisfaction?!?

Dimenticavo: per me il risultato dopo un'impostazione veloce e intuitiva è stato: il Canada! Al secondo posto la Svezia però. :)

venerdì 18 marzo 2011

Feste nazionali

Questa settimana mi sono persa due feste nazionali. Quella ungherese martedì e quella italiana ieri. Il 15 marzo è festa nazionale in Ungheria ogni anno, in memoria della rivoluzione contro l'impero austriaco nell'Ottocento.  Il 15 marzo 1848 il poeta Sándor (Alessandro) Petőfi ha letto il suo Canto nazionale sulle scale del Museo Nazionale a Pest (la parte est di Budapest che all'epoca non fu ancora unita a Buda). Morì qualche tempo dopo in battaglia, a 26 anni. E' il nostro Mameli.

Quindi questa settimana entrambi i miei paesi hanno onorato il proprio sentimento patriottico e un evento dell'Ottocento. Ho visto la satira di Roberto Benigni al Festival di San Remo e sentito il suo discorso sull'origine della bandiera italiana. Lui riconduceva i colori del tricolore all'immagine di Beatrice nella Divina Commedia di Dante. Sapevate che anche la bandiera ungherese ha gli stessi colori? Sono senz'altro tre colori con un significato preciso: il rosso simboleggia la forza, il bianco la fedeltà e il verde la speranza. Ma possono essere anche letti in chiave religiosa, e allora rappresentano le tre virtù teologali: il rosso è la Carità, il bianco la Fede e il verde la Speranza.


Oltre al 15 marzo, l'Ungheria ha altre due feste nazionali (cioé non religiose, ma legate alla storia del paese): il 20 agosto, in cui si festeggia l'incoronazione del primo re ungherese e, sostanzialmente, della nascita dell'Ungheria come paese cristiano (nell'anno 1000 d.C.). (Consiglio la visita dell'Ungheria in quel periodo, ci sono un sacco di eventi culturali.) Vi ricordate la storia del re Stefano raccontata in una rockopera degli anni Ottanta? Infine, il terzo giorno di festa è il 23 ottobre, in memoria della Rivoluzione del 1956 e, per niente casualmente, della proclamazione della Repubblica (non più "popolare") nel 1989.

Curiosamente, la Svezia ha una sola festa nazionale: il 6 giugno. Lo chiamano semplicemente nationaldag, ovvero "giorno nazionale" (anche se fino al 1983 lo chiamavano flaggansdag, il "giorno della bandiera").  Il 6 giugno 1523 fu eletto il re Gustavo I (della dinastia Vasa), e lo considerano il momento della nascita dello stato svedese. Sembra quindi corrispondere al nostro 20 agosto. Si vede che loro di rivoluzioni o liberazioni da commemorare non ne hanno...

In Svezia ci sono però dei c.d. giorni di bandiera, 17 giorni all'anno in cui la bandiera svedese deve essere esposta sugli edifici pubblici, anche se non sono giorni festivi. Sono giorni tipicamente legati alle feste della famiglia reale: onomastico e compleanno del re (28 gennaio e 30 aprile), della regina (8 agosto e 23 dicembre) e della principessa Victoria (12 marzo e 14 luglio), e ad altre occasioni.

Vi lascio con la poesia di Sándor Petőfi menzionata sopra, il Canto nazionale, in originale, recitata dall'attore Imre Sinkovits (molto famoso in Ungheria, un nostro Vittorio Gassman, diciamo), dalla voce bellissima. Così almeno sentite anche un po' di ungherese. :)


E la stessa poesia in una versione cantata da un cantante della beat generation ungherese:

sabato 29 gennaio 2011

L'immagine dell'Italia all'estero

Vedo sempre più spesso gli amici italiani preoccupati per l'immagine dell'Italia all'estero, sempre più post su Facebook che riportano articoli della stampa estera che scrivono degli scandali politici italiani o raccontano della fuga dei giovani dall'Italia. Mi dispiace ogni volta che gli italiani vengono presi in giro per questioni politiche o per la mafia, ma non credo che la gente non sia capace di fare distinzione tra politica e il resto della cultura. E non credo proprio che l'immagine dell'Italia all'estero sia negativa.

Perché mi è venuto in mente questo discorso? Oggi mentre facevo un giro in centro, nella vetrina di un negozio ho finalmente visto un vestitino carino che mi è piaciuto subito. (Lo dico tra parentesi che in una cittadina svedese la scelta dei vestiti non è neanche lontanamente paragonabile a una cittadina italiana, non tanto per la quantità che per la qualità e la varietà.) Visto che il vestito in questione era pure in saldo ancora, sono entrata nel negozio a provarlo. Guardando l'etichetta cosa vedo? MADE IN ITALY. Ecco. E a parte questo, posso dire che non c'è una, ma una singola via in una qualsiasi cittadina di questo paese dove tu non possa trovare una parola italiana scritta da qualche parte. Che sia un parrucchiere, un negozio di scarpe o una caffetteria, l'uso di termini italiani è estremamente diffuso. E non si tratta sempre di immigrati italiani. A riprova di questo i numerosi errori, tipo 'capuccino', 'ruccola', ecc. Concludendo: sembra che l'italiano faccia proprio fico!

L'Italia non è il paese perfetto, l'economia e la politica vanno male, malissimo, d'accordo, ma ci sono tante altre cose che la gente vi invidia. Avete un gusto estetico e un palato davvero unico al mondo! Vi pare poco? Oggi sono passata davanti a un ristorante gestito da un italiano e ho visto affisso le locandine di corsi di degustazione di olio d'oliva e di vino e altri corsi che riguardavano la cultura italiana, organizzati dal Medborgarskolan (ovvero la "scuola dei cittadini"). Ho sentito dire che la lingua italiana è tra le più studiate in Svezia, e lo stesso si può dire dell'Ungheria. (Io ho iniziato a studiare italiano alle superiori come seconda lingua straniera...). Sembra che qui più gente studi italiano che francese.

Credo che gli italiani possano essere orgogliosi del proprio paese. La stessa cosa penso del mio paese, ma avendo vissuto tanti anni all'estero, ho dovuto imparare e accettare che vengo da un piccolo paese sconosciuto che la maggior parte della gente non sa neanche dove mettere sulla cartina. Prima non me ne ero resa conto. La mia lingua non la studia nessuno - ma proprio nessuno - all'estero, e non sapete quante volte ho sentito il lapsus "da te in Bulgaria" o "da te in Romania", e ho dovuto imparare a non dargli troppo peso. Per molta gente non fa differenza, e sono assolutamente in buona fede, ma confondere un ungherese con un rumeno, se uno conosce un minimo la storia della parte orientale dell'Europa, è assai ridicolo (lingua diversa, religione diversa e un attrito storico tra i due popoli, è come confondere i baschi con gli spagnoli o i turchi con i greci). Ma io non posso ogni volta fare una piccola lezione di storia, e ci passo sopra...

Adesso le cose stanno un po' cambiando. Negli ultimi dieci anni Budapest sta diventando sempre più turistica, quindi sempre più gente conosce anche il mio paese. E devo dire che per esempio il cibo ungherese qui ha un discreto successo. Proprio ieri da Willy's ho visto un banco intero di insaccati ungheresi (ungheresi nel senso che proprio importati dall'Ungheria), e il pane di tipo ungherese non manca mai in nessun supermercato svedese. Rimane comunque un po' di invidia per la popolarità della cultura italiana. Perché certamente non troverete mai nessuno in Europa che non sappia dove collocare l'Italia o che non conosca il nome di Michelangelo o di Leonardo, oltre che quello di Berlusconi...
(E non mi dite che l'Italia vive solo del suo passato, perché non è affatto vero. E' ancora piena di artisti  e di altre persone di grande valore, anche se forse non diventano più famosi all'estero come a un tempo.)

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Il quadro degli Uffizi in appendice

Questa volta vi faccio vedere un quadro che fu destinato a essere esposto in una sala di Palazzo Vecchio (la sala degli Otto di Pratica, incaricati della politica estera e militare di Firenze), e raffigura una sacra conversazione della Madonna con quattro santi legati alla città di Firenze: San Giovanni Battista (santo patrono della città), San Vittore, San Bernardo e San Zanobi.
Una curiosità del dipinto è la sua datazione precisa: 22 febbraio 1485 che potete leggere sul gradino in basso, e che in realtà significa 22 febbraio 1486, dato che a Firenze (e poi nel Granducato di Toscana) fino al Settecento l'anno ufficialmente iniziava il 25 marzo (il giorno dell'Annunciazione, quindi della concezione di Gesù).

Filippino Lippi, Pala degli Otto (1486)

E i miei particolari: 1. il Bambino che sfoglia un libro:

2. Il velo trasparente nella mano di San Zanobi:


3. Le conchiglie e pesci in rilievo sul basamento del trono:


lunedì 3 gennaio 2011

L'emozione di tornare

Sono ancora in Toscana (in questo preciso istante a Pisa al CNR). Ci sono 9 gradi e un sole splendente. Siamo arrivati ieri dall'Ungheria. Mi manca tanto l'Italia. Mi manca l'atmosfera, la gente, i miei luoghi, sentir parlare in italiano in giro (l'accento pisano poi lo adoro, quello fiorentino meno...). Dopo un mese e mezzo di assenza è una vera gioia rientrare in Toscana. Ma mi rendo conto che se fossi rimasta qui, alle condizioni di prima, non mi sentirei appagata, ma sarei sempre più amareggiata e sempre più disillusa. Andare via è stato un po' come smettere all'apice: conserverò sempre una bella immagine della vita italiana (insieme alle sue difficoltà e complicazioni). E sotto sotto spero di tornare a viverci un giorno.


Ieri sera ho visto Che tempo che fa di Fabio Fazio con Antonio Albanese, e non sapevo se ridere o piangere. La parodia non sembrava più neanche una parodia, ma quasi un discorso reale (guardate il video dal minuto 4:38). A sentire parlare le persone della mia età sento tanta delusione e tanto pessimismo, e mi dispiace enormemente. E' proprio un peccato che il posto perfetto non può esistere. Ho sempre pensato che l'Italia senza la disorganizzazione, il nepotismo e con una classe politica diversa sarebbe il paradiso in terra, e sappiamo bene che questo non può esistere...


D'altra parte solo chi va via può provare l'emozione di tornare. Ci sono diverse cose in Italia che la Svezia non potrà mai offrire, ma offre altre cose che invece difficilmente si trovano qui: stabilità, tranquillità, benessere economico, prevedibilità. Ho sempre cercato di prendere il bello di quello che vivo. Uno impara a cambiare prospettiva ed apprezzare cose diverse. Ma per il momento domani mi aspetta Firenze: il vecchio Dipartimento con i colleghi a me tanto cari, gli amici di pallavolo, un giro in città, una degustazione in serata  vicino al Ponte Vecchio... e cercherò di gustare ogni momento della giornata! Del resto è proprio in Italia che mi sono scoperta una persona emotiva (come un vero Cancro deve essere) e ho imparato a godermi il momento.