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giovedì 14 febbraio 2013

Le cose più incredibili della Svezia

Dopo un weekend rigenerativo a Budapest (in tutti i sensi: emotivo e fisico, nonché culinario), eccomi a raccontarvi qualcosa di nuovo (nuovo per modo di dire...) su questo blog. Essendo cominciato un nuovo anno da quando sono assente dal blog, sarebbe anche ora di inaugurare questo 2013 con un post. E' un classico prendere in rassegna gli accaduti o fare i conti in qualche modo. Io vorrei ripercorrere i miei ultimi due anni e mezzo in Svezia e riassumere in un post le cose più incredibili che ho visto/vissuto qui. In positivo...

Più di un anno fa avevo già stilato una lista delle cose che mi piacciono in Svezia. Adesso invece vorrei riassumere quello che racconto più volentieri di questo paese quando me lo chiedono. Lasciando stare i punti negativi (che ovviamente ci sono) per adesso.

1. Assicurazioni. Purtroppo abbiamo avuto a che fare con loro ben due volte. Una volta per la macchina da rottamare, una volta per le bici rubate. Qui le meraviglie erano due. Primo, dopo che l'assicurazione ha offerto una somma onesta e realistica per la macchina da rottamare, e i soldi, tutti, sono arrivati sul nostro conto due settimane dopo. L'ho raccontato qui. Secondo, se hai l'assicurazione sulla casa copre anche il furto delle bici, anche se avvenuto fuori dall'appartamento. Nel nostro caso sono state rubate dal garage. L'ho menzionato qui, ma poi non ho raccontato gli sviluppi. L'assicurazione ci ha prontamente rimborsato la somma eccedente la franchigia di 1500 corone (175 euro). Trattandosi di bici non particolarmente preziose questa consisteva in sole 850 corone, ma è più di niente. Ciliegia sulla torta che poi una delle due bici è stata ritrovata dalla polizia, così ci è toccato restituire parte di questa somma all'assicurazione (così ci siamo ripresi la bici, altrimenti l'avrebbe tenuta l'assicurazione). Ovviamente sarebbe stato facile riprendere la bici alla polizia senza dire niente all'assicurazione, ma non volevamo fare i furbi.

2. Sempre in tema di polizia e hittegods (cioè oggetti smarriti, che in svedese si chiamano 'oggetti trovati'), i documenti persi trovati da qualcuno che li consegna alla polizia vengono direttamente spediti al proprietario in una lettera. L'ho scoperto un giorno arrivata a casa, trovando una lettera della polizia indirizzata a me, contenente la mia patente che non sapevo neanche di aver perso. L'ho raccontato qui.

3. Passando al sistema sanitario: i centri medici, i c.d. vårdcentral, dove hanno l'ambulatorio i medici di famiglia della zona sono molto ben attrezzati e possono effettuare diversi esami ed analisi che in Italia, Ungheria ed altri paesi vengono fatti in ospedale. Del sistema sanitario ha raccontato ampiamente Silvia di One Way to Sweden, vedete per esempio qui, qui e qui. E' poi una cosa fantascientifica la gestione delle prescrizioni di farmaci. Non esiste la ricetta cartacea. Vai in farmacia, dici il tuo personnummer e sanno tutto loro. Farmaco, quantità e dosaggio. Delle farmacie ha raccontato più ampiamente Daniele qui, spiegando che questa efficienza è dovuta al fatto che fino a due anni fa le farmacie svedesi erano tutte statali, parte di un sistema centralizzato.

4. Per quanto riguarda gli affitti: il hyresrätt, cioè il contratto di affitto a tempo indeterminato nelle grandi città (come Stoccolma e Göteborg) non è affatto facile da trovare, anzi, è un vero problema, però una volta trovato funziona alla meraviglia. E' vero che noi siamo anche fortunati col proprietario (il comune di Örebro) e con la persona che lo rappresenta nel nostro quartiere, ma anche il sistema è notevole. Oltre al fatto che qualsiasi guasto in casa viene riparato in breve tempo e senza dover sborsare una corona, ci sono anche i lavori di manutenzione che il proprietario è obbligato a fare e fa, se richiesto dall'inquilino, periodicamente. Nel caso in cui l'inquilino non lo richieda, viene detratto una piccola somma dal primo affitto dell'anno come compensazione. Ne ho raccontato qui. Quest'anno abbiamo richiesto il cambio della carta da parati nell'ingresso, dovrebbero farlo prossimamente.

5. L'ho lasciato per ultimo, ma in realtà è la cosa che forse apprezzo di più in assoluto in questo paese è come vengono gestiti il congedo parentale e l'assistenza alla famiglia. Il fatto che anche la maggior parte dei padri prenda il congedo parentale dopo la madre è un progresso fantastico che ha chiari effetti positivi sia sulla famiglia che sulla situazione lavorativa delle donne. Il fatto che un posto all'asilo sia assicurato a tutti i bambini e praticamente a costo zero (il costo dell'asilo più o meno equivale all'ammontare dell'assegno familiare mensile, per quanto ho capito) allieva molto lo stress dei giovani genitori, ma anche degli anziani nonni. Del sistema di congedo parentale e di assistenza alla famiglia potete leggere sugli altri blog di italiani che vivono in Svezia e hanno già bambini. In particolare vi consiglio il blog di Stefano di Milano/Stoccolma che il congedo parentale l'aveva preso e racconta della sua vita con le sue due piccole bambine quotidianamente.

Come vedete tutte le cose (secondo me) più incredibili della Svezia sono dovute ad un'organizzazione efficiente (a parte l'ultima che è una scelta di politica sociale). A volte mi chiedo, cosa sarebbe la Svezia senza i personnummer?!? :)

giovedì 8 novembre 2012

Di formalità e cortesia in Svezia

Chiunque cresciuto in un altro paese europeo (fuori dalla Scandinavia) che si trasferisce in Svezia, dopo poco si rende conto dell'informalità dei rapporti sociali tra gli svedesi. O meglio, dell'assenza di formalità nei rapporti. E anche dei gesti di cortesia. Fatico ancora ad abituarmi al fatto che in palestra nello spogliatoio la gente non si saluta. A me viene naturale salutare quando entro, anche se ci sono ragazze che non ho mai visto prima in vita mia. Invece capita spesso che addirittura non mi rispondono. Quando sono io a trovarmi nello spogliatoio le persone che entrano non salutano mai. Ormai dopo due anni posso affermare che è la regola. Vabbè, cultura diversa... mi rassegno.

Che gli uomini svedesi non siano "premurosi"* nei confronti delle donne è una cosa a cui non ci avrei neanche fatto caso se altri non me lo facevano notare, perché non gli ho mai dato alcuna importanza. Ma che gli studenti si rivolgano a me come se fossi una loro compagna di banco continua a sorprendermi. O, meglio, a farmi sorridere. Questa cosa si nota soprattutto nella comunicazione scritta, meno in quella verbale. (A parte che a me fa ancora strano salutare una persona anziana con un "Hej!"...) Le email degli studenti Erasmus (francesi, spagnoli, tedeschi o italiani che siano) hanno uno stile decisamente diverso dalle email degli studenti svedesi. La differenza è proprio eclatante. Per portare un esempio, una volta tempo fa mi è arrivata una mail da una studentessa svedese che conteneva la seguente frase (traduco in italiano): "non riesco a trovare questa cosa x nelle tue istruzioni, mentre l'ho cercato. sono cieca o cosa?" A dir poco sono rimasta basita... Ma vi immaginate uno studente italiano scrivere una frase del genere a un professore? Va bene che non sono un professorone, ma un'insegnante giovane, ma comunque... In altri paesi europei succederebbe difficilmente. Le mail degli studenti svedesi cominciano con "Hi!" pure in inglese, quelle degli studenti francesi/spagnoli/ecc. con "Dear Madam/ Dear Ms. X". 

A me fa proprio sorridere questa differenza culturale. Non posso dire che mi piaccia, ma mi rassegno. Non è che ci posso fare molto. A me non dispiaceva stare attenta allo stile quando parlavo o scrivevo a un professore. La cortesia è eleganza. A chi è abituato all'eleganza della forma in certi contesti e rapporti gli svedesi a volte possono sembrare rozzi. Secondo me fare differenza nel tuo modo di parlare e di scrivere a seconda a chi ti rivolgi arricchisce sia la lingua che la società invece di impoverirle. Ma questa è la mia opinione personale. Ci sono quelli che preferiscono l'uguaglianza totale e incondizionata a tutti i costi. Voi che ne pensate?

Per quanto ho capito io, non è sempre stato così in Svezia. Fino agli anni Sessanta, per esempio, la lingua svedese conosceva il "Lei". Fu semplicemente abolito dal c.d. Du-reformen. Ne ha scritto Daniele nel suo blog qui. Pur essendo abituata all'uso del Lei sia in ungherese che in italiano, la sua assenza di per sé non mi dà assolutamente fastidio. Non ce l'ha neanche l'inglese. Nonostante ciò ho l'impressione che gli inglesi siano molto più formali ed eleganti nel loro modo di parlare in contesti ufficiali. Però sarei contenta di sentire opinioni contrarie da coloro che vivono in Svezia da più a lungo...

* Qua sarebbe perfetto l'aggettivo ungherese előzékeny, e ho avuto un po' di difficoltà a trovare la parola giusta in italiano. Premuroso? Educato? Cortese? Quale parola si usa per l'uomo che cede il posto alla donna, le apre la porta, le aiuta a mettersi la giaccia, ecc.? (Előzékeny letteralmente significa dare precedenza all'altra persona.)

Aggiornamento: mi è già arrivata la risposta. In italiano si dice "galante"! :)

martedì 7 febbraio 2012

Piccoli episodi straordinari

Oggi mi sono successe ben due cose da raccontare. Niente di trascendentale, solo due piccoli episodi straordinari che mi hanno fatto sorridere. 

Episodio n. 1

Oggi tornata a casa ho trovato nella buca delle lettere una lettera a me indirizzata dalla polizia di stato. Attimo di panico. Che ho fatto?!? Mi pare di ricordare di aver già pagato quella multa! Non è arrivato il bonifico? Oppure mi vogliono come testimone in qualche caso strano? Oddio, che è successo? (Tutti questi pensieri mi passano per la mente in quei due secondi che prendo le forbici.) Apro la busta. Ci sta un foglio su cui c'è scritto che la somma da pagare è 0 corone. Beh, almeno non c'è da pagare, penso. Poi trovo nella busta un'altra piccola bustina con la sorpresa dentro: la mia patente di guida! Ma che ci fa la mia patente in questa busta?!? Guardo meglio il foglio di accompagnamento: ufficio mittente Hittegodsexpedition, l'ufficio degli oggetti smarriti. Oddio, ho perso la patente?!? Non me ne ero nemmeno accorta! Controllo la mia borsa. Effettivamente lì dentro non c'è. E poi sembra proprio la mia patente. Allora l'ho persa davvero. L'avrò tirata fuori per sbaglio dalla borsa mentre cercavo qualcos'altro e sarà cascata per strada o in un negozio.

Ho constatato due cose. 1/ Chi ha trovato la mia patente l'ha consegnato all'ufficio degli oggetti smarriti. (Non che abbia grande valore una patente di guida ungherese da queste parti...) 2/ La polizia ha cercato il mio personnummer e me l'ha spedita a casa, gratis.
Ci sono quei momenti in cui realizzi che vivere in Svezia ha un suo perché...

Episodio n. 2

Oggi pomeriggio. Università. Pausa della lezione. Cammino a passo svelto nel corridoio. Passo accanto a due miei studenti, due ragazzi francesi in Erasmus. In quel momento incrociano due ragazze bionde bellissime, presumibilmente svedesi. Una saluta i ragazzi e la butta lì: "Hej! Do you come to the party tonight?" Uno dei due ragazzi si accorge di me e, dopo un secondo di titubanza, risponde: "No, we have to work!" (Due studenti Erasmus!) Io continuo a camminare a passo svelto, ma con la coda dell'occhio vedo ancora lo sguardo interrogativo del suo amico. Accelero il passo e sparisco sulle scale. Va bene che dopodomani dovranno fare una presentazione in classe proprio loro due, ma non voglio mica fargli perdere l'occasione!

Due brevi episodi che mi hanno stampato il sorriso sulla faccia. Nel bel mezzo di un lungo inverno ogni tanto ci vuole...

mercoledì 30 novembre 2011

Gli svedesi e gli orari di lavoro

Nel paese forse più organizzato e più efficiente d'Europa viene spontanea la domanda: ma quanto lavorano gli svedesi? La risposta è sorprendente: non molto. O meglio, il giusto! (Lagom, come direbbe uno svedese, appunto). 

Il mio lavoro non è molto indicativo, all'università ci sono orari flessibili come in Italia o in altri paesi. Nessuno controlla a che ora arrivi al lavoro e a che ora vai via, l'importante è che tu faccia quel che devi fare: le tue lezioni, i tuoi esami, le tesi da seguire, la ricerca e le altre cose amministrative. C'è chi ci spende più tempo, c'è chi ci spende meno. A volte puoi anche lavorare da casa se preferisci. Insomma, un po' te lo gestisci il tempo. Io per esempio non porto mai il lavoro a casa (tranne gli esami da correggere), ma piuttosto vado in Dipartimento anche sabato e domenica, per diversi motivi. Prima di tutto a casa ci sono troppe distrazioni, non mi concentro bene, e mi mancano anche tutti i materiali, file, ecc. E, poi, è anche una questione di principio: casa è casa e deve avere questa funzione non quella di "casa che ognitanto si trasforma in posto di lavoro". 
Per farvi avere un'idea dell'organizzazione di lavoro in ambito accademico, ecco qualche mini-fumetto di valore universale, da un sito mitico:


Chiusa questa parentesi, vorrei raccontare degli orari di lavoro svedesi tanto diversi da quelli italiani, fuori dall'ambito accademico. Sono diversi non soltanto perché qui i negozi tutti fanno orario continuato e la pausa pranzo non dura più di una mezz'ora, ma anche perché le ore lavorative in genere vengono severamente rispettate, nonché gli straordinari vengono regolarmente calcolati e pagati. I datori di lavoro non sono affatto interessati a far lavorare i dipendenti oltre l'orario di lavoro regolare, anche perché il compenso per gli straordinari sono tassati pesantemente. Più straordinari uno fa, più costa al datore di lavoro. I principi della socialdemocrazia permeano la vita di questo paese negli ambiti più disparati, anche in quelli dove meno ve lo immaginereste, figuratevi se non si riflettono nel campo del lavoro...

I lavori di ufficio qui iniziano alle 8:00-8:30 e finiscono alle 16:30-17:00. Oggi mi è capitato di uscire dall'università alle 4 e mezza, e le vie principali erano quasi intasate. Almeno pensando in termini svedesi. Qui a Örebro ti può capitare di non riuscire a passare con la prima onda di verde (cioè di dover aspettare due rossi) in due momenti della giornata: tra le 7:30-8:30 di mattina e tra le 16:30-17:30 del pomeriggio. Per trovare un casino vero e proprio però ci vuole la partita di calcio, preferibilmente in fase play-off. (Se il play-off esiste nel campionato di calcio... sono ignorante in materia.)

Ovviamente anche qui c'è chi lavora di più e si fa in quattro per dare il meglio di sè e ci sono altri che si approfittano dei propri diritti e fanno soltanto il minimo indispensabile, però l'impressione generale che ho è che rispetto agli italiani (e ungheresi) mediamente lavorino meno. (Pensate solo alla polizia chiusa tutti i weekend!) Nonostante ciò il paese funziona e anche molto bene. La conclusione che ne ho tratto è che una buona organizzazione risparmia molto tempo ai lavoratori. Certamente la spiegazione non è così semplice. Sono fattori molto importanti l'uniformità del paese, la bassa densità di popolazione e la centralizzazione della gestione delle risorse, nonché il principio di trasparenza tanto caro a questo paese.


Appendice musicale

Questa volta non musica ungherese, ma musica sugli ungheresi. Forse conoscete Johannes Brahms e le sue Danze ungheresi, composte nel 1869, nell'epoca dell'Impero austro-ungarico. Mi piace in modo particolare la n. 4. Credo che si addica perfettamente all'atmosfera di Budapest e allo spirito degli ungheresi: un po' allegro, un po' malinconico, un po' drammatico.

lunedì 18 aprile 2011

La tesi di laurea in Svezia

Circa un mesetto fa si è laureata la mia prima laureanda svedese. Con una tesi in diritto comunitario scritto in inglese. Così posso soddisfare un po' la curiosità di coloro che sono interessati al sistema universitario svedese. Devo nuovamente premettere che quanto racconto vale per l'Università di Örebro, e non sono sicura che funzioni allo stesso modo alle altre università svedesi, ma credo che il sistema sia più o meno lo stesso in tutto il paese.

In Svezia la tesi (uppsats) completa il percorso di studi come in Italia, sono diverse però la sua importanza, valutazione e discussione. Prima di tutto è più breve: sono richieste 40-45 pagine. Di conseguenza le viene dedicato meno tempo. La mia laureanda ha iniziato a lavorarci a ottobre, e voleva laurearsi già alla sessione di inizio gennaio, ma poi si è resa conto che non era ancora pronta (per fortuna da sola... non dovevo imporle io la proroga), e si è laureata alla sessione di fine marzo.

Quanto al voto, lo stesso sistema assurdo di G (buono) e VG (molto buono) che si usa per gli esami. Devo ancora capire come un datore di lavoro sia capace di fare distinzione tra i diversi candidati neo-laureati...

La cosa ancora più interessante è la discussione (examensarbete). Io ho partecipato, ma non ho dovuto intervenire. Avrei potuto, ma non l'ho fatto anche perché alla fine la discussione era in svedese. Non tanto per la mia laureanda che non aveva nessun problema a parlare in inglese, quanto per gli altri due studenti, le quali invece hanno scritto la loro tesi in svedese. Perché la discussione qui funziona così: a fare da contro-relatore è un altro studente. In pratica una discussione è fatta per un gruppetto di tre studenti. Si fanno da contro-relatori (opponering) tra di loro in questo modo: A a B, B a C e C ad A, quindi non in modo reciproco per evitare favori reciproci. E' lo studente contro-relatore a presentare la tesi del laureando e a fargli delle domande. Il tutto si conclude nel giro di un'ora, un'ora e mezza circa (in tutto, per tutti e tre studenti).

I contro-relatori si limitano a presentare la tesi e a fare domande, ma non decidono il voto. Quello è il compito del relatore (handledare), cioè mio. Anche se formalmente io solo suggerisco il voto (compilando una scheda di valutazione dettagliata dove devo valutare diversi aspetti, dalla metolodogia  al linguaggio utilizzato nella tesi oltre che la discussione stessa), e un altro professore, responsabile per quella sessione di laurea e presente alla discussione, deve approvarlo. Un po' come in Italia, dove è il relatore a suggerire il voto alla commissione di laurea, e questa raramente non lo accetta.

Un'altra differenza dall'Italia è come avviene il conferimento del titolo. Qui si fa come si vede nei film americani, a una cerimonia ufficiale e molto solenne si consegna il diploma a tutti i laureati di quell'anno. La mia laureanda riceverà il suo diploma a inizio giugno, e se potrò andrò a vederla.

A questo punto non posso non fare un paragone anche con l'Ungheria. Anche perché io mi ero laureata in Ungheria, non in Italia. Il sistema italiano lo conosco da membro della commissione di laurea e non da laureanda. In Ungheria la tesi di laurea (szakdolgozat) per certi versi funziona in modo simile alla Svezia. Sono richieste un minimo di 50 pagine (ma la mia per esempio era di 78 pagine più numerosi allegati), e generalmente nessuno passa più di un semestre per scriverla (in un semestre, il nono, durante il quale hai ancora dei corsi da frequentare e degli esami da dare), anche se si può iniziare a lavorarci verso maggio del semestre precedente. 

In Ungheria la discussione è all'inizio del decimo semestre, nel mese di febbraio, e l'ultimo semestre (qui la differenza sia dalla Svezia che dall'Italia) dedicato a un tirocinio e agli esami finali. L'esame finale (záróvizsga o államvizsga ovvero 'esame di stato', ma meglio non chiamarlo così, dato che in Italia quello è un'altra cosa che non precede ma segue la laurea) generalmente è uno solo, soltanto a giurisprudenza è diviso in cinque parti. In ogni caso comprende le materie centrali del corso di laurea. A giurisprudenza, per esempio, sono cinque grandi aree di diritto sostanziale (la procedura è lasciata all'esame di avvocato/magistratura). L'obiettivo è di vedere se il laureando ha una visione d'insieme del proprio settore, dato che durante il corso di laurea di queste materie sono divise in più esami semestrali.

Quindi la discussione della tesi (szakdolgozat-védés) non è l'ultima prova per i laureandi ungherese, e il contro-relatore è un altro professore, non uno studente. Ma la discussione si svolge a porte chiuse, amici e familiari vengono poi alla cerimonia solenne che si organizza alla fine dell'anno accademico come in Svezia. E' diverso, invece, il sistema di voti (di laurea) che però adesso non vi sto a raccontare, perché mi sono già dilungata troppo. Di voti (di esame) ho già scritto qualche mese fa in questo blog.

mercoledì 8 dicembre 2010

Gli esami universitari in Svezia

Ora che ho un minimo di esperienza di esami universitari in Svezia, posso raccontare un pochino. Per mia fortuna, ho potuto sperimentare il sistema da entrambi i lati: sia come studente che come insegnante. E devo dire che ho scoperto molto di più grazie al primo. Premetto che quel che dico vale per l'università di Örebro, ma sospetto (e sento dire) che il sistema sia lo stesso anche nelle altre università svedesi.

Come avevo già menzionato in un post precedente, qui tutti gli esami sono scritti. Personalmente non sono molto favorevole a questo sistema, specialmente a giurisprudenza, dove le abilità retoriche sono importanti. Per quanto ho capito, siccome qui gli studenti hanno il sacrosanto diritto di contestare il risultato dell'esame, ciò sarebbe molto più difficile nel caso di un esame orale, e poi lo scritto è anche una forma di autotutela da parte degli insegnanti che in questo modo riescono a difendere e giustificare meglio la loro posizione (cioè il voto). Io però credo che l'esame orale, nonostante apparentemente più soggettivo, in realtà sia un metodo più efficiente di valutare il grado di preparazione dello studente. Lascia molto meno spazio a fraintendimenti e permette all'esaminatore di verificare se lo studente capisce quel che dice o  solo l'ha imparato a memoria. Semmai può avere un senso combinare i due metodi, perché certamente la scrittura è importante, ma avere soltanto esami scritti a giurisprudenza mi sembra pura follia. Comunque per fortuna i seminari offrono spazio per valutare le abilità orali degli studenti, dato che qui  non sono tanti (circa 150 iscritti all'anno a giurisprudenza), e questo compensa un po' l'assenza di esami orali.

Nel caso del corso di lingua svedese, alla fine del quale ho potuto dare un esame da studente, prima dello scritto c'è stata anche un "oral presentation", ma non so questo in che misura abbia influenzato il voto finale. Credo che il voto finale sia fondato solo sullo scritto, e all'orale bastava la sufficienza per poter poi fare lo scritto. Ma la cosa interessante da raccontare è l'organizzazione degli esami scritti. Al campus esistono delle aule apposite per gli esami, le c.d. sale di scrittura o skrivsalar, nelle quali i banchi sono tutti singoli (vale a dire per una sola persona), messi in fila precisa, come vedete anche nella foto sopra. In una sala si svolgono più esami contemporaneamente, anzi è proprio una regola che in ogni fila ci sono studenti provenienti da facoltà diverse. Infatti, quando sono arrivata in aula, un po' all'ultimo, mi sono seduta all'unico posto che era ancora libero, e solo quando ci hanno distribuito i fogli mi sono resa conto di trovarmi nella fila sbagliata. Erano domande di biologia! (Infatti, mi sembrava strano che fossimo in cinquanta a dare l'esame di svedese...)

Ma ci sono state anche altre cose che mi hanno colpito. Davanti a ogni sala di scrittura c'è un'anticamera dove ognuno deve lasciare la giacca e la borsa, e da qui si accede a un bagno, così che gli studenti non debbano  (e non possano) allontanarsi se devono fare i loro bisogni, cosa che può facilmente capitare, dato che l'esame dura sempre cinque ore. E non pensate che duri cinque ore perché ci sono così tante domande a cui rispondere o così tanti compiti da risolvere, ma è di nuovo la conseguenza dei diritti sacrosanti dello studente. Io dopo un'ora avevo già finito, e non sono stata neanche la prima a consegnare. Poi, a sorvegliare lo scritto non sono dei professori, e neanche dei dottorandi, ma semplice personale amministrativo. Quindi non c'è nessuno a cui chiedere un eventuale chiarimento su una domanda.

Per quanto riguarda i voti: dipende dal corso di laurea. In ogni caso sono massimo tre (oltre a quello dell'insufficienza). Quindi generalmente: G (che sta per "buono) e VG (che sta per "ottimo"). A voi italiani non lo devo dire che è un sistema di voti estremamente limitante che non permette la giusta differenziazione tra gli studenti, la cui preparazione è molto più variegata di due semplici gradi.
Devo dire che per me pure il sistema italiano era sembrato strano all'inizio, nel senso opposto. Trenta voti mi sembravano troppi, ma poi mi ci sono abituata (anche perché alla fine in realtà sono solo tredici, dal 18 in su, quattordici se consideriamo anche il trenta e lode). So che sono trenta perché in teoria una commissione di esame dovrebbe essere composto di tre membri e ognuno di loro può dare fino a dieci punti. (il voto usato nelle scuole inferiori). E alla fine mi sono trovata bene con il sistema italiano. Ho dato pure tanti ventinove, ed è un voto che difendo sempre, non accettando la teoria che ne fa una questione di principio, dicendo che dare un ventinove è brutto.

In Ungheria i voti invece sono solo quattro (1 è insufficiente, e poi da 2 a 5), questo dagli elementari fino all'università. Quindi, vedete, in Italia ho dovuto imparare a fare più differenziazione, qui invece mi devo limitare ancora di più che in Ungheria... Anche se nel caso di uno scritto il voto è il risultato di un calcolo matematico, più che di una valutazione complessiva. Infatti, siccome non ho avuto ancora un corso tutto mio in questo primo semestre passato a Örebro, ho soltanto dato due domande al titolare del corso in cui avevo fatto diverse lezioni e ho corretto le risposte (di 45 studenti).

Insomma, per ora ecco tutto. Magari alla fine dell'anno accademico potrò fare valutazioni più accurate...

venerdì 22 ottobre 2010

Del sistema universitario svedese

Post su richiesta dei miei colleghi fiorentini e dedicato a loro. :)

Fino ad ora non ho scritto del sistema universitario svedese, perché dovevo prima  orientarmi un attimo in questo posto e imparare come funziona. Tuttora ci sono tante cose che non so, e credo che ci voglia almeno un anno accademico per poter conoscere veramente bene il sistema. Per adesso ho fatto solo delle lezioni, ma non degli esami, che sarebbero invece fondamentali per poter valutare tanti aspetti (non da ultimo il livello degli studenti). Comunque vi racconto quello che ho scoperto e compreso in questi primi due mesi di lavoro.

L'organizzazione dei semestri è diversa dall'Italia (e anche dall'Ungheria). Qui non esiste un periodo degli esami, i corsi si svolgono nell'arco di tutto l'anno accademico senza interruzione. La loro durata può variare da 5 a 20 settimane, e generalmente uno studente frequenta un corso alla volta. Ciò significa che i corsi sono intensivi, con minimo 6 ore di lezione alla settimana se non di più, e con diversi compiti assegnati allo studente (tipicamente scrivere un paper e prepararsi per i seminari in cui hanno un ruolo attivo). Ora che sto organizzando un corso per il prossimo semestre, mi è stato detto che devo fare un programma che impegni gli studenti per 40 ore alla settimana (o 38, non ricordo, insomma l'equivalente di una settimana lavorativa). Al corso segue immediatamente l'esame, quindi gli studenti devono studiare già durante il corso mentre seguono le lezioni. Gli esami sono sempre scritti, ma durante il corso ci possono essere delle prove orali o comunque degli esercizi che prevedono una partecipazione attiva.

Ovviamente tutto questo vale per la facoltà di giurisprudenza, e non ho idea se funziona così anche per gli altri corsi di laurea. Qui a Örebro in realtà giurisprudenza non è neanche una facoltà, ma soltanto un dipartimento all'interno di un'Akademi, di cui fanno parte anche psicologia e lavoro sociale. Non siamo nella stessa Akademi con economia, quindi, come uno si aspetterebbe (potrebbe essere una facoltà di scienze sociali), e in realtà questo strano accostamento ha motivi economici ed organizzativi, ed è proprio solo di Örebro e non di altre università svedesi.

Quello, invece, di cui vi posso raccontare di più già adesso perché in due mesi sono riuscita a conoscerlo abbastanza bene, è il campus universitario. E' un campus vero e proprio, come quelli americani, un piccolo quartiere immerso nel verde.


Il campus di Örebro, poi, è anche abbastanza recente: è stato costruito nel 1999. Quindi gli edifici sono tutti moderni ed informatizzati.Sia gli studenti che i dipendenti dispongono di una carta magnetica che li fa entrare negli edifici. Nell'orario di apertura (dalle 7.30 alle 17 in settimana e dalle 8 alle 12 il sabato) gli edifici sono aperti, mentre fuori da quell'orario si può entrare comunque con la carta magnetica (è un sogno! quanto sarebbe bello se fosse così anche a Firenze, vero? senza dover far scattare l'allarme se uno vuole rimanere a lavorare fino a tardi la sera...). La carta magnetica è personalizzata. Quella degli studenti apre solo le porte principali dell'edificio, ma non li fa salire ai dipartimenti e non li fa entrare nelle aule. 
Ho potuto conoscere il campus in così poco tempo, perché ho fatto lezione in praticamente tutti gli edifici. Infatti, le lezioni di un corso non sono tenute sempre nella stessa aula, ma migrano da un posto all'altro, immagino in base alla disponibilità delle aule, e gli studenti possono vedere facilmente su internet in quale aula hanno lezione in un dato giorno, quindi non si crea alcuna confusione. Se da un lato è stata una scocciatura dover imparare come funzionano le luci, il microfono, il proiettore e il computer nelle diverse aule (che qualche differenza c'era sempre, non sono tutte uguali), dall'altro lato questo mi ha permesso di conoscere tutto il campus nel giro di due mesi.

Il palazzo in cui lavoro io è quello più grande del campus, ed è dotato di diverse entrate, ma di nessuna portineria (non ho mai capito perché a Firenze invece usano uno solo degli ingressi e lasciano chiusi tutti gli altri, solo per far passare la gente per forza davanti alla portineria che comunque non controlla nessuno... causando un affollamento nei momenti in cui finiscono le lezioni).



Negli edifici ci sono diversi spazi ritagliati per gli studenti un po' ovunque, tavoli con poltrone o sedie dove possono studiare e cucine dotate di microonde dove possono mangiare (esiste anche la mensa, ma lasciamo perdere, non mi voglio lamentare...). Siccome possono entrare negli edifici a qualsiasi ora, vedo diversi studenti anche nelle ore tarde a studiare, chiacchierare o semplicemente a guardare un film o navigare su internet sfruttando la rete wireless del campus. Hanno la cucina anche i dipartimenti, con frigo, microonde e lavastoviglie, e ho sentito parlare di una stanza con un letto nell'edificio accanto al nostro dove uno può andare a coricarsi un po' quando è stanco (era il nostro sogno nelle giornate estive o in quelle più impegnative, vero ragazzi?).

Insomma, condizioni lavorative ottime, a non parlare del fatto che ho una stanza tutta per me dove posso lavorare in pace (a parte la posizione un po' sfortunata della stanza, proprio di fronte al tavolo e poltrone del corridoio dove i colleghi spesso si fermano per una pausa caffè e fanno lunghe chiacchierate e grosse risate. meno male che non capisco ancora tanto bene lo svedese, così non mi distraggono!).